Rapporto di conto corrente: prescrizione rimesse; soluti ritentio; tassi di interesse e capitalizzazione trimestrale; pattuizione di spese, valute e commissioni; validità della commissione di massimo scoperto.



12 min read

Nota a Trib. Lecce, Sez. II, 5 maggio 2020, n. 1107.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Con atto di citazione, una società a responsabilità limitata, in persona del legale rappresentante pro tempore, e i fideiussori convenivano in giudizio l’Istituto di credito, deducendo, nell’ambito di un rapporto di conto corrente (cui era collegata un’apertura di credito con affidamento mediante scopertura): l’illegittima applicazione di interessi ultralegali, per mancata pattuizione; l’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, con violazione del divieto di anatocismo; l’illegittima applicazione delle commissioni di massimo scoperto; l’applicazione di spese non previste in contratto; l’illegittima applicazione, senza pattuizione, dell’antergazione e/o postergazione dei c.d. “giorni di valuta”; l’applicazione di interessi superiori al limite usurario. In conseguenza, la società attrice domandava che l’accertamento e la dichiarazione della nullità e inefficacia: della capitalizzazione trimestrale degli interessi; degli addebiti per non convenute commissioni su massimo scoperto trimestrale e spese di messa a disposizione fondi; degli addebiti di interessi ultralegali applicati sulla differenza in giorni – banca, tra la data di effettuazione delle singole operazioni e la data della rispettiva valuta; di ogni pretesa della Banca convenuta per interessi, spese, commissioni e competenze eccedenti il tasso soglia, per contrarietà alla legge n. 108/1996. Chiedeva, inoltre, la rideterminazione dell’esatto dare – avere, nonché l’accertamento della nullità delle fideiussioni prestate e la condanna dell’Istituto alla restituzione delle somme illegittimamente addebitate (oltre che degli interessi legali creditori) e al risarcimento del maggior danno (derivante dalla mancata utilizzazione del maggior credito), dalla data della contrattuale maturazione in estratto conto sino al soddisfo. Da ultimo, parte attrice chiedeva la rettifica dell’illegittima segnalazione alla Centrale rischi, presso Banca d’Italia.  

Si costituiva in giudizio la Banca, eccependo, in via preliminare, la prescrizione dell’azione proposta, nonché la soluti retentio, ai sensi dell’art. 2034 c.c., in relazione a tutti gli addebiti e pagamenti a qualsiasi titolo effettuati nel corso dei rapporti di conto corrente. Nel merito, evidenziava la legittimità delle condizioni contrattuali pattuite e fattivamente applicate, nonché della segnalazione in Centrale rischi, concludendo, quindi, per il rigetto della domanda attorea, con vittoria delle spese di lite.

 

La decisione del Tribunale: la prescrizione delle rimesse solutorie (ultradecennali).

La domanda è fondata e deve essere accolta. Il giudice di primo grado, in via preliminare, osserva, con riferimento all’eccezione di prescrizione sollevata dalla Banca, che, quanto alla decorrenza del termine prescrizionale, il dies a quo debba essere individuato in quello della chiusura definitiva del rapporto, atteso che il contratto per la disciplina in conto corrente di operazioni bancarie è un contratto unitario, che dà luogo a un unico rapporto giuridico, articolato in una pluralità di atti esecutivi: i singoli addebitamenti/accreditamenti non danno, quindi, luogo a distinti rapporti, determinando unicamente solo variazioni quantitative in seno all’unico originario rapporto; di talché, solo con il saldo finale si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti fra le parti.

A tal riguardo, pare opportuno evidenziare come le Sezioni Unite abbiano distinto le rimesse ripristinatorie da quelle solutorie, in ordine alla decorrenza della prescrizione del diritto del cliente alla ripetizione degli importi indebitamente versati alla Banca[1]. Il massimo consesso ha, difatti, chiarito che la prescrizione decennale dellazione di ripetizione da parte del cliente inizi a decorrere dalla chiusura del rapporto per le rimesse ripristinatorie (ovverosia, eseguite in presenza di un affidamento concesso e nei limiti dello stesso, quale ripristino della disponibilità ottenuta con il fido); per contro, da ogni singolo addebito per quelle solutorie (eseguite in assenza di affidamento o oltre laffidamento concesso, con leffetto di estinguere il debito del cliente verso l’Istituto). Ne consegue che, nel primo caso (quello delle rimesse ripristinatorie), ogni addebito non dovuto sia richiedibile alla Banca dal cliente, senza alcun limite temporale; per converso, nel secondo (rimesse solutorie), sono richiedibili soltanto gli addebiti dell’ultimo decennio anteriore alla messa in mora o alla citazione in giudizio della Banca.

Con precipuo riferimento alla “consistenza” dell’onere della prova, in relazione alla natura solutoria o meno della singola rimessa, le Sezioni Unite hanno recentemente statuito che “l’onere di allegazione gravante sullistituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre leccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito lazione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, [sia] soddisfatto con laffermazione dellinerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria lindicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte[2].

Nel caso in esame, devono ritenersi prescritte le rimesse solutorie ultradecennali, sì come individuate dal consulente tecnico d’ufficio.

 

(segue): i presupposti della soluti retentio, ex art. 2034 c.c.

Con riferimento alla soluti retentio, eccepita da parte convenuta, ai sensi dell’art. 2034 c.c., sulla base dell’assunto che tutti gli addebiti e pagamenti, a qualsiasi titolo effettuati, nel corso dei rapporti di conto corrente oggetto di causa, fossero stati eseguiti in adempimento di un’obbligazione naturale (come comprovato dalla tolleranza degli attori, rispetto all’addebito stesso), il giudice di prime cure rileva come l’eccezione de qua non possa trovare accoglimento.

Invero, il computo di interessi o, in generale, di altre prestazioni, di cui si accerti l’illegittimità, effettuato da un Istituto di credito, nellambito di un rapporto di conto corrente, non è idoneo a soddisfare i presupposti dellobbligazione naturale disciplinata dallart. 2034 c.c., in quanto nel comportamento del correntista, che abbia versato delle somme in ottemperanza a pattuizioni illegittime, non può essere certamente rinvenuto alcun adempimento spontaneo di un’obbligazione naturale (che avrebbe quale diretta conseguenza l’irripetibilità di quanto corrisposto), ma, semplicemente, la convinzione di adempiere a unobbligazione giuridica. Siffatto convincimento è elemento preclusivo di qualsivoglia possibilità di ricollegare la condotta posta in essere all’adempimento di un dovere morale o sociale.

 

(segue): la necessaria pattuizione per iscritto, con riferimento ai tassi di interesse, alla capitalizzazione e alle commissioni.

Nel merito, con riferimento al tasso di interesse applicato nel corso del rapporto, paiono condivisibili le valutazioni del consulente tecnico d’ufficio, per l’ipotesi in cui, in assenza della produzione in atti di qualsivoglia pattuizione scritta delle condizioni contrattuali, abbia convenuto di applicare il tasso sostitutivo, di cui all’art. 117, settimo comma, lett. a), TUB (ovverosia, il tasso nominale minimo dei BOT, emessi nei dodici mesi precedenti l’apertura del conto corrente).

In relazione all’accertamento dell’illegittimità delle clausole di determinazione e applicazione di interessi anatocistici con capitalizzazione trimestrale, la domanda merita di essere accolta, alla luce della giurisprudenza di legittimità, ormai consolidata. Invero, le Sezioni Unite[3] hanno confermato che la clausola contenuta nei contratti bancari di conto corrente, in forza della quale prima del 22 aprile 2000 sono stati addebitati ai clienti interessi anatocistici, su base trimestrale, sia nulla; per leffetto, i clienti hanno diritto alla ripetizione delle somme illegittimamente addebitate.

La clausola permissiva dell’anatocismo, contenuta nell’art. 7 del contratto di conto corrente, è certamente nulla, laddove è pacifico che “la clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, [debba] reputarsi nulla, in quanto si basa su un uso negoziale (ex art. 1340 c.c.) e non su un uso normativo (ex artt. 1 ed 8 delle preleggi al c.c.), come esige lart. 1283 c.c., laddove prevede che lanatocismo (salve le ipotesi della domanda giudiziale e della convenzione successiva alla scadenza degli interessi) non possa ammettersi, in mancanza di usi contrari”. L’inserimento della clausola nel contratto, in conformità alle cc.dd. norme bancarie uniformi, predisposte dall’ABI, non esclude tale nullità, poiché a tali norme deve riconoscersi soltanto il carattere di usi negoziali e non quello di usi normativi[4].

Accertata la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, ex art. 1419 c.c., nella sostituzione di tale clausola oggi non appare più convincente la soluzione interpretativa mediana, per cui sarebbe legittima una capitalizzazione annuale ex lege degli interessi. A tal riguardo, le Sezioni Unite hanno chiarito che “linterpretazione data dal giudice di merito allart. 7 del contratto di conto corrente bancario, stipulato dalle parti in epoca anteriore al 22 aprile 2000, secondo la quale la previsione di capitalizzazione annuale degli interessi contemplata dal primo comma di detto articolo si riferisce ai soli interessi maturati a credito del correntista, essendo invece la capitalizzazione degli interessi a debito prevista dal comma successivo su base trimestrale, è conforme ai criteri legali dinterpretazione del contratto ed, in particolare, a quello che prescrive linterpretazione sistematica delle clausole; con la conseguenza che, dichiarata la nullità della previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dallart. 1283 c.c. (il quale osterebbe anche alleventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna[5]. Pur non dirimendo la questione dell’uso della capitalizzazione a favore del cliente, il Collegio ammette la formazione di usi normativi successivi al 1942, sebbene contrari alla norma imperativa dell’art. 1283 c.c., omettendo di precisare per quale motivo il cliente avverte la clausola come non imposta, solo nel caso di capitalizzazione annuale creditoria, e non nel caso di trimestrale debitoria; ne consegue il sostanziale riconoscimento della sussistenza di un uso (normativo) legittimo per la capitalizzazione annuale favorevole al cliente. Di talché, si può concludere che, per il conteggio degli interessi a favore dell’Istituto di credito, il perito abbia correttamente escluso, in assenza di pattuizione, ogni capitalizzazione degli interessi, per tutta la durata dei rapporti e fino alla loro estinzione, procedendo, nelle operazioni di ricalcolo, alla capitalizzazione semplice degli interessi passivi e a quella annuale degli interessi attivi.

Del pari fondata, a giudizio del Tribunale leccese, pare essere la domanda volta all’accertamento dell’illegittimità della clausola di determinazione e di applicazione delle commissioni di massimo scoperto, per carenza di una valida causa negoziale. Nello specifico, il giudice precisa come tale tipologia di clausola rientri pienamente nella libertà negoziale delle parti e, pertanto, ove tale pattuizione sia voluta e approvata, non c’è motivo per ritenere che, in astratto, la stessa sia priva di causa.

Secondo l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità, la commissione di massimo scoperto può essere letta come remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma[6]. Tale interpretazione risulta avvalorata anche dalla più recente normativa, di cui al D.L. n. 185/2008 (convertito in l. n. 2/2009), nonché al D.L. n. 78/2009 (convertito in l. n. 102/2009), che, in particolare, ha riconosciuto lammissibilità, pur entro limiti molto rigorosi, di due tipologie di pattuizioni: una vera e propria commissione di massimo scoperto, da calcolare sul picco del credito effettivamente utilizzato dal cliente; unaltra, che si può qualificare come provvigione daffidamento, che rappresenta il corrispettivo per il servizio di messa a disposizione delle somme, indipendentemente dallutilizzo delle somme stesse.

Alla luce della specificità della disciplina più recente, si può ragionevolmente ritenere che, per il passato, in assenza di una regolamentazione normativa, la clausola di massimo scoperto sia da considerare valida se pattuita per iscritto e calcolata come provvigione sul credito accordato, e, per converso, nulla se calcolata sul credito accordato al netto dellutilizzato, come commissione determinata sullammontare massimo dellutilizzato nel periodo individuato in contratto, oppure sulla misura massima dello sconfinamento. Nella controversia de qua, dallesame della pattuizione attinente alla commissione di massimo scoperto, emerge come non vi fosse stata alcuna precisazione in merito al conteggio delle commissioni stesse, determinate sulla misura massima dello sconfinamento, conseguendone, quindi, la loro illegittimità (in tal guisa, il ctu ha provveduto a eliminare del tutto le commissioni di massimo scoperto dal ricalcolo dei rapporti dare avere tra le parti).

 

(segue): sulle spese e valute applicate, durante il rapporto, dall’Istituto di credito.

Da ultimo, si deve osservare che le spese e valute possono essere applicate in conto solo se e come pattuite: non essendo stata prodotta in giudizio alcuna pattuizione, né in merito alle spese, né, tantomeno, in relazione ai giorni valuta, il perito ha provveduto a escludere le voci di spesa e a imputare le operazioni per data contabile. Quanto alle spese fisse, di tenuta conto, e a quelle forfettarie, correttamente il CTU le ha ricalcolato, ove pattuite, senza capitalizzarle.

 

(segue): il superamento del tasso soglia antiusura.  

Infine, la contestazione attorea inerente all’applicazione di interessi superiori al limite usurario, appare condivisibile la conclusione formulata nella perizia contabile: con riferimento a taluni conti e per alcuni trimestri, vi è stato un effettivo superamento del tasso soglia e delle CMS soglia. In proposito, occorre ricordare quanto specificamente previsto dall’art. 1815 c.c., sotto il profilo sanzionatorio, ovverosia che “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

 

Conclusioni.

Ciò premesso e argomentato, il Tribunale conclude per l’accoglimento delle domande di accertamento della nullità e inefficacia delle condizioni contrattuali, applicate ai rapporti bancari esaminati, nei limiti descritti[7], condannando per l’effetto la Banca convenuta al pagamento delle somme indebitamente percepite (con esclusione del maggior danno derivante dalla mancata utilizzazione del credito, per mancanza di prova), nonché alla rettifica dell’illegittima segnalazione della società attrice alla Centrale rischi, presso Banca d’Italia.

 


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418, con nota di F. Greco, Anatocismo bancario e prescrizione: le Sezioni Unite e la difficile applicabilità del decreto mille proroghe. Continua il match tra correntisti e banche, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 2011, 810. V. anche G. Milizia, Anatocismo: l’azione di ripetizione, soggetta alla prescrizione ordinaria dalla chiusura del conto corrente, si estende a tutte le operazioni effettuate ed è esclusa la capitalizzazione degli interessi ultralegali a debito del risparmiatore, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2010, 545; G. M. Celardi, L’anatocismo bancario nella giurisprudenza di legittimità, in Giustizia Civile, fasc. 10, 2011, 2335B.

[2] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, già commentata in questa Rivista, Le Sezioni Unite sull’eccezione generica di prescrizione delle rimesse solutorie, 17 giugno 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/06/17/le-sezioni-unite-sulleccezione-generica-di-prescrizione-delle-rimesse-solutorie/.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 4 novembre 2004, n. 21095, con G. Giacalone, Sull’anatocismo bancario la Cassazione riafferma il ruolo ricognitivo, e non creativo, della giurisprudenza., in Giustizia Civile, fasc. 5, 2005, 1221B. V. anche M. Rossetti, Depositi e interessi: banche condannate. Anatocismo messo al bando per sempre, in Diritto e Giustizia, fasc. 42, 2004, 24.

[4] Così, Cass. Civ., Sez. I, 11 novembre 1999, n. 12507, con nota di L. Di Pietropaolo, Gli “usi contrari” di cui all’art. 1283 c.c. e la “validità sopravvenuta” delle clausole bancarie anatocistiche., in Giust. civ., fasc. 7-8, 2000, 2045.

[5] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418.

[6] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 18 gennaio 2006, n. 870, in dejure.it.

[7] Nello specifico, il Giudice leccese dichiara la nullità e inefficacia della capitalizzazione trimestrale degli interessi, degli addebiti per commissioni di massimo scoperto non convenute, degli addebiti di interessi ultralegali applicati sulla differenza in giorni – banca tra la data di effettuazione delle singole operazioni e la data della rispettiva valuta, degli addebiti per interessi, spese, commissioni e competenze eccedenti il tasso – soglia per contrarietà alla legge n. 108/1996.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap