L’integrale ricostruzione documentale del rapporto nell’azione di ripetizione dell’indebito.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 4 febbraio 2020, n. 2435.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La recentissima ordinanza in oggetto, della Sesta Sezione Civile, compie una puntuale rassegna degli “oneri” gravanti sulle parti, nel caso di azione di ripetizione di somme illegittimamente addebitate su un conto corrente, riproponendo la necessità di ponderare circostanze ed elementi ulteriori rispetto alla rendicontazione contabile, nonché l’opportunità di valutare anche la condotta processuale tenuta dalle parti.

 

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Le circostanze fattuali.

La Corte d’Appello dell’Aquila confermava parzialmente la sentenza emessa dal Tribunale di Lanciano, di condanna di un Istituto di credito alla ripetizione delle somme illegittimamente addebitate nell’ambito di un rapporto di conto corrente, in conseguenza della declaratoria di nullità parziale delle clausole inserite nelle condizioni generali di contratto, relative alla determinazione degli interessi ultralegali, alla loro capitalizzazione trimestrale, nonché alla determinazione della commissione di massimo scoperto e all’illegittimità del meccanismo di calcolo dei giorni di valuta. In parziale riforma della pronuncia di primo grado, il giudice d’appello statuiva che gli interessi fossero dovuti non dal giorno della chiusura dei conti, ma dal momento della domanda giudiziale, in ragione del disposto dell’art. 2033 c.c. (secondo il quale, in presenza della buona fede di chi riceve somme indebitamente, la maturazione degli interessi legali deve decorrere dalla domanda).

La Corte di merito, inoltre, respingeva i motivi di appello relativi sia all’intervenuta prescrizione del diritto a richiedere quanto indebitamente pagato (rilevando che, anche laddove un rapporto di conto corrente fosse funzionale a un rapporto di apertura di credito, i versamenti effettuati dal correntista comportassero non un pagamento, atto solutorio idoneo a far decorrere la prescrizione dal giorno dell’annotazione, ma una mera operazione di ripristino della provvista, e che la Banca non avesse individuato, nel formulare l’eccezione di prescrizione, le rimesse solutorie), sia all’incompleta produzione degli estratti conto (mancando gli estratti conto relativi ad alcuni trimestri, che non avevano comunque reso inattendibili le appostazioni a debito e credito e la successiva ricostruzione delle movimentazioni operata dal consulente).

Avverso siffatta sentenza, proponevano ricorso per cassazione gli eredi del correntista e resisteva con controricorso e ricorso incidentale, la Banca. Più nello specifico, i ricorrenti principali lamentavano la violazione e falsa applicazione dell’art. 821, terzo comma, c.c., poiché la Corte d’Appello non aveva qualificato il debito della Banca come di valuta e, conseguentemente, non aveva rapportato la naturale maturazione degli interessi sin dal giorno della chiusura dei rapporti di conto corrente. La ricorrente incidentale, per contro, lamentava la violazione degli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c., dal momento che i giudici del gravame avevano considerato provata la ricostruzione dell’andamento dei rapporti di conto corrente, nonostante quanto eccepito in ordine ad alcune lacune, di rilievo, negli estratti conto prodotti da parte attrice in ripetizione di indebito. Deduceva, inoltre, la violazione degli artt. 2697, 2935 e 2946 c.c., per aver la Corte d’Appello erroneamente riversato sulla Banca l’onere di comprovare la natura solutoria delle rimesse in conto corrente, ai fini della decisione sulla decorrenza della prescrizione decennale, e, da ultimo, l’omesso esame su un fatto decisivo, rappresentato, nello specifico, dalla mancata ammissione di un rinnovo della consulenza tecnica contabile, come richiesta dallo stesso Istituto, al fine di dare prova delle rimesse solutorie.

 

La decisione della Corte.

A giudizio della Sesta Sezione, il motivo proposto nel ricorso principale è infondato. Difatti, la Corte territoriale, nel caso di specie, ha fatto corretta applicazione del principio secondo cui gli interessi dovuti, ai sensi dell’art. 2033 c.c., debbano decorrere dalla data del pagamento solo in ipotesi di malafede dell’accipiens, laddove, per converso, in caso di buona fede di quest’ultimo (che si presume, in difetto di specifiche prove contrarie) o, comunque, di mancanza di prova della sua malafede, detti interessi decorrono dalla domanda stragiudiziale avente valenza di atto di costituzione in mora (o, in mancanza di essa, dalla domanda giudiziale)[1].

Il primo motivo del ricorso incidentale, per converso, è fondato. Nel caso in cui sia il correntista ad agire giudizialmente per l’accertamento del saldo e la conseguente ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’Istituto di credito, essendo attore in giudizio, dovrà, consequenzialmente, farsi carico della produzione dell’intera serie degli estratti conto[2]: mediante tale produzione, il correntista – attore assolve all’onere di provare sia gli avvenuti pagamenti che la mancanza di una loro causa debendi. A tal riguardo, è opportuno evidenziare incidentalmente come tale onere probatorio debba ragionevolmente intendersi correttamente adempiuto con la proposizione di una richiesta stragiudiziale di copia della documentazione, ai sensi di quanto previsto dall’art. 119 TUB, oppure, anche alternativamente, con la presentazione di un’istanza di esibizione documentale giudiziale, ex art. 210 c.p.c.; circostanze in esito alle quali deve essere chiaramente valutata la condotta della Banca, autrice e detentrice della documentazione contabile, segnatamente lì dove tali richieste siano rimaste ingiustificatamente inevase.

Come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità[3], la rideterminazione del saldo del conto, dopo che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali, deve avvenire attraverso i relativi estratti, a partire dalla data di apertura del conto corrente, effettuandosi l’integrale ricostruzione del rapporto di dare/avere, con applicazione del tasso legale. In maniera non dissimile, la stessa Corte di Cassazione ha avuto modo di evidenziare come, a fronte di una documentazione incompleta del un rapporto di conto corrente bancario, ovverosia in mancanza dei contratti di conto corrente e di tutti gli estratti conto, non prodotti dalla correntista e dalla Banca, convenuta in un’azione di ripetizione di indebito promossa dalla correntista, malgrado ordine di esibizione documentale, il giudice, «qualora il cliente limiti l’adempimento del proprio onere probatorio soltanto ad alcuni aspetti temporali dell’intero andamento del rapporto, versando la documentazione del rapporto in modo lacunoso e incompleto», valutate le condizioni delle parti e le loro allegazioni (anche in ordine alla conservazione dei documenti), può integrare la prova carente «sulla base delle deduzioni in fatto svolte dalla parte, anche con altri mezzi di cognizione disposti d’ufficio, in particolare con la consulenza contabile, utilizzando, per la ricostruzione dei rapporti di dare e avere, il saldo risultante dal primo estratto conto, in ordine di tempo, disponibile e acquisito agli atti»[4].

Sempre in tema di ricostruzione del rapporto di conto corrente bancario, la giurisprudenza di legittimità ha statuito che, nel caso in cui non vengano prodotti tutti gli estratti conto (il che, di regola, deve avvenire, al fine di determinare un’integrale ricostruzione dei rapporti di dare ed avere) e, di conseguenza, non sia possibile addivenire a una ricostruzione integrale del rapporto, tale situazione non possa causare il respingimento della domanda di ripetizione dell’indebito da parte del correntista, ma è possibile procedere alla ricostruzione anche attraverso altre prove documentali o argomenti di prova desunti dalla condotta processuale tenuta dal correntista o dalla banca. Invero, «nei rapporti bancari in conto corrente, una volta esclusa la validità di talune pattuizioni relative agli interessi a carico del correntista, la rideterminazione del saldo del conto deve avvenire attraverso la produzione in giudizio dei relativi estratti a partire dalla data della sua apertura», ma che non trattandosi tuttavia «di prova legale esclusiva, all’individuazione del saldo finale possono concorrere anche altre prove documentali, nonché gli argomenti di prova desunti dalla condotta processuale tenuta del medesimo correntista»[5]. Con successiva pronuncia[6], è stato ulteriormente precisato che, nei rapporti bancari di conto corrente, esclusa la validità della pattuizione di interessi ultralegali (o anatocistici) a carico del correntista, e, al contempo, riscontrata la mancanza di una parte degli estratti conto, riportando il primo dei disponibili un saldo iniziale a debito del cliente, si debba distinguere il caso in cui il correntista sia convenuto da quello in cui egli sia attore in giudizio; nella seconda ipotesi (verificatasi nel caso oggetto di controversia, trattandosi, invero, di azione di accertamento negativo e di ripetizione di indebito promossa dal correntista nei confronti della Banca, che si è limitata a resistere in giudizio), «l’accertamento del dare e avere può del pari attuarsi con l’utilizzo di prove che forniscano indicazioni certe e complete atte a dar ragione del saldo maturato all’inizio del periodo per cui sono stati prodotti gli estratti conto; ci si può inoltre avvalere di quegli elementi i quali consentano di affermare che il debito, nell’intervallo temporale non documentato, sia inesistente o inferiore al saldo passivo iniziale del primo degli estratti conto prodotti, o che permettano addirittura di affermare che in quell’arco di tempo sia maturato un credito per il cliente stesso; diversamente si devono elaborare i conteggi partendo dal primo saldo debitore documentato». Nel pronunciamento de quo si è, inoltre, evidenziato il problema della scelta dell’azzeramento del saldo iniziale disponibile, correlato al fatto che, in presenza di comprovate nullità contrattuali, non potrebbe «teoricamente escludersi che il saldo intermedio (attestato dal primo degli estratti conto acquisiti al giudizio) sia di segno negativo proprio in ragione di pregressi addebiti di importi non dovuti e che esso potrebbe risultare, invece, di segno opposto (positivo dunque) ove lo si possa depurare dalle illegittime appostazioni», con conseguente ed evidente pregiudizio per la ricostruzione delle movimentazioni poste in atto in tale arco di tempo, non ancorate a un saldo iniziale certo e di valore definito. In tal guisa, per l’ipotesi in cui sia il correntista ad agire per la ripetizione dell’indebito e l’Istituto a resistere in giudizio, in mancanza di elementi utili che consentano di affermare che il debito del cliente, nel periodo non documentato, fosse inesistente o inferiore o che addirittura, in quel periodo, fosse maturato un credito per il cliente, dovrà assumersi come dato di partenza per le rielaborazioni delle successive operazioni il saldo iniziale, a debito e quindi sfavorevole allo stesso attore, risultante dal primo degli estratti conto acquisiti in giudizio (non potendosi escludere la ricostruzione dell’andamento del conto mediante avvalimento di altri strumenti rappresentativi delle intercorse movimentazioni, diversi dall’estratto conto).

Nel caso in esame, la Corte territoriale si è limitata ad affermare che la mancanza degli estratti conto, relativa solamente ad alcuni trimestri per il primo rapporto e a diversi trimestri per l’altro, non potesse inficiare la ricostruzione effettuata dal CTU, di talché questa poteva ritenersi pienamente legittima. In realtà, per il primo rapporto di conto corrente, del quale non era nota neppure la data di stipula del contratto, erano stati prodotti comunque gli estratti conto dalla prima operazione contabilizzata fino alla chiusura del rapporto, mancando solo alcuni trimestri intermedi; relativamente al secondo rapporto (di cui, anche in questo caso, non era nota la data di stipula del contratto) vi erano estratti conto incompleti, riferiti a diversi intervalli temporali. A tal riguardo, la Corte di merito non chiarisce perché la ricostruzione operata dal consulente, contestata specificamente dalla Banca, potesse comunque ritenersi attendibile nella ricostruzione dei saldi a credito dei correntisti.

Il secondo motivo incidentale è, del pari, fondato. Con riferimento all’onere di allegazione e prova della natura solutoria delle rimesse in conto corrente, ai fini della decisione sulla decorrenza della prescrizione, è da rilevare, difatti, che nel contratto di apertura di credito bancario, regolato in conto corrente, laddove il cliente agisca nei confronti della Banca per la ripetizione di importi relativi a interessi non dovuti, sia necessario distinguere i versamenti ripristinatori della provvista (operati nel limite dell’affidamento concesso al cliente e che possono essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da poter formare oggetto di ripetizione, se indebiti) da quelli solutori (ovverosia effettuati oltre tale limite, ai fini della decorrenza della prescrizione decennale dell’azione rispettivamente dall’estinzione del conto o dai singoli versamenti)[7]. Con pronunciamento delle Sezioni Unite è stato, peraltro, chiarito che «in tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte»[8]. La giurisprudenza di legittimità ha, altresì, rilevato che «poiché la decorrenza della prescrizione è condizionata al carattere solutorio, e non meramente ripristinatorio, dei versamenti effettuati dal cliente, essa matura sempre dalla data del pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento; ne discende che, eccepita dalla banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito per decorso del termine decennale dal pagamento, è onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilità accordata»[9]. Ciò premesso e dedotto, la gravata sentenza non pare essere conforme ai rassegnati principi, dal momento che la Corte territoriale ha evidentemente errato sia nell’addebitare all’Istituto di credito l’onere di individuare le rimesse aventi natura solutoria, sia nell’affermare, in maniera tautologica, che gli atti effettuati dal correntista avessero natura, di regola, ripristinatoria e non solutoria.

Il terzo motivo di ricorso incidentale (con il quale era denunciato l’omesso esame di fatto decisivo, consistente nella mancata ammissione di rinnovazione della perizia contabile) è, di conseguenza, assorbito.


[1] V. Cass. Civ., Sez. Lav., 31 luglio 2009, n. 17848, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 7 maggio 2015, n. 9201, con nota di F. Greco, Rapporti bancari ed onere della prova: il punto della Corte di Cassazione, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 2016, 1257; Cass. Civ., Sez. I, 13 ottobre 2016, n. 20693, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 23 ottobre 2017, n. 24948, in dejure.it.

[3] V. Cass. Civ., Sez. I, 20 settembre 2013, n. 21597, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 13 ottobre 2016, n. 20693, in dejure.it.

[4] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 3 dicembre 2018, n. 31187, in dejure.it.

[5] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 4 aprile 2019, n. 9526, con nota di C. Trapuzzano, Ricostruzione rapporti di conto corrente: la mancanza di estratti non implica necessariamente l’accertamento negativo del credito, in Ilprocessocivile.it, 8 luglio 2019; nella specie, la Corte ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello, che aveva respinto integralmente la domanda della banca di condanna del correntista al pagamento del saldo passivo, in mancanza di un solo estratto conto relativo ad un periodo in cui il correntista aveva ammesso l’assenza di movimentazioni nel rapporto.

[6] V. Cass. Civ., Sez. I, 2 maggio 2019, n. 11543, con nota di R. Bencini, Produzione incompleta degli estratti di conto corrente: alla ricerca del saldo attendibile, in Diritto & Giustizia, fasc. 79, 2019, 5.

[7] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418, con nota di F. Greco, Anatocismo bancario e prescrizione: le Sezioni Unite e la difficile applicabilità del decreto mille proroghe. Continua il match tra correntisti e banche, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 2011, 810.

[8] V. Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, con nota di F. Bartolini, Prescrizione del diritto alla ripetizione dei versamenti indebiti su conto corrente e decorrenza degli interessi, in Ilprocessocivile.it, 7 ottobre 2019.

[9] V. Cass. Civ., Sez. I, 30 gennaio 2019, n. 2660, in dejure.it.

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