Sulla responsabilità dell’Intermediario preponente per fatto illecito del dipendente preposto.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 22 giugno 2020, n. 12110.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La scelta, espressa in linea generale nell’art. 2049 c.c. e, poi, trasfusa nell’art. 31 TUF, con riferimento all’attività propria dell’Intermediario finanziario, è nel senso di porre a carico del preponente, come componente dei costi e dei rischi dell’attività che svolge, i danni cagionati da coloro della cui prestazione si sia avvalso per il perseguimento della sua finalità economica.

In tale materia soccorre l’esigenza di tutela dell’affidamento dei soggetti terzi, qualora vi siano elementi obiettivi atti a giustificare il convincimento della corrispondenza tra la situazione apparente e quella reale[1]. Di talché, il comportamento doloso (anche di rilevanza penale) del preposto non interrompe, nella generalità dei casi, il nesso eziologico intercorrente tra l’esercizio delle incombenze dell’Intermediario e il danno. A tal riguardo, è del tutto irrilevante la valutazione dello stato soggettivo dell’attore[2], perché il titolo di responsabilità del preponente per il fatto del preposto prescinde dal dolo o dalla colpa quale criterio di imputazione (sì come correttamente indicato, nel caso di specie, dal giudice del merito, nell’affermare la sussistenza di un “nesso di occasionalità necessaria” tra la condotta del promotore – dipendente infedele e la Banca).

Per giurisprudenza consolidata, il comportamento illecito del dipendente (o preposto) determina la responsabilità dell’Istituto preponente ogniqualvolta il fatto lesivo sia stato prodotto (o agevolato) da un comportamento riconducibile alla sua attività lavorativa e, dunque, anche se questi abbia operato oltrepassando i limiti delle proprie mansioni, sempre che sia rimasto nell’ambito delle funzioni proprie dell’Intermediario[3]. Il preponente risponde dell’illecito compiuto in danno di terzi da chi appaia essere un suo promotore (o preposto) e in tale apparente veste abbia commesso l’illecito, ogni qual volta l’affidamento del terzo risulti incolpevole e il comportamento dell’Intermediario (ancorché solo omissivo) abbia concorso alla falsa rappresentazione della realtà (fermo restando che la ravvisabilità, nel singolo caso, di una situazione di apparenza del diritto dipende da circostanze di fatto il cui accertamento e la cui valutazione sono riservati alla competenza esclusiva del giudice di merito e, in quanto tali, possono essere sindacati in cassazione solo per eventuali difetti logici o giuridici della motivazione)[4].

Per addivenire all’affermazione della concorrente responsabilità dell’Intermediario è, quindi, sufficiente che il dipendente si presenti come tale, sfruttando la sua posizione all’interno dell’organizzazione dell’Istituto preponente, che non può che agire che per il tramite dei propri funzionari, creando una “solidarietà imperfetta” nella responsabilità per il fatto illecito (commesso dal dipendente infedele).

Per converso, è configurabile l’estraneità dell’Intermediario al fatto dell’impiegato (o preposto), sì da interrompere il nesso causale ed escludere, quindi, la responsabilità, solo ove si verifichino determinate circostanze, quali una condotta del cliente del tutto “anomala” (vale a dire se non di collusione, quanto meno di consapevole e fattiva acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sull’impiegato, note al cliente medesimo). All’uopo, non è elemento bastevole la mera consapevolezza, da parte del cliente, della violazione, da parte del promotore, delle regole di settore, ma occorre che i rapporti tra questi ultimi presentino connotati di “anomalia” (se non addirittura di connivenza o di collusione), in funzione elusiva della disciplina legale, quanto meno di consapevole acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sul promotore, palesata da elementi presuntivi (quali, ad esempio: il numero o la ripetizione delle operazioni poste in essere con modalità irregolari; il valore complessivo delle operazioni; l’esperienza acquisita nell’investimento di prodotti finanziari; la conoscenza del complesso iter funzionale alla sottoscrizione di programmi di investimento e le sue complessive condizioni culturali e socio – economiche)[5].

Con riferimento alla ripartizione degli oneri probatori, al cliente – investitore spetta comprovare l’illiceità della condotta del promotore, legata a quella dell’Intermediario da un rapporto di necessaria occasionalità, mentre, per contro, quest’ultimo sarà onerato dal provare che l’illecito sia stato consapevolmente agevolato in qualche misura dallo stesso investitore, in collusione con il promotore[6].

Nel caso oggetto della controversia, la motivazione della sentenza gravata non pare condivisibile, lì dove, dopo avere correttamente affermato i principi summenzionati, non dia considerazione alla deduzione della Banca in merito alla particolarità del caso, rilevabile nella circostanza che il cliente, investitore esperto, nel 2010 avesse consegnato, nell’arco di circa tre mesi, al promotore un’ingente somma in contanti, con modalità di registrazione dell’operazione del tutto anomale, anche sotto il profilo del rispetto della normativa antiriciclaggio e che lo stesso promotore avesse rilasciato una distinta “versamento – assegni” non corrispondente all’operazione d’investimento affidatagli (indicata dalla Corte di merito, invece, come pacificamente utilizzata nella prassi per gli investimenti finanziari).

La Banca ricorrente, difatti, aveva sottolineato che le richieste in ordine all’investimento fossero arrivate a circa due anni dalla chiusura del conto e che l’attore avesse anzitutto chiesto conto delle somme non alla Banca, ma tout court al promotore finanziario, che ricevette le somme in contanti e delle quali non fosse significativa traccia nella documentazione bancaria, dimostrando di avere intrapreso un rapporto diretto e anomalo con il dipendente infedele. L’investitore controricorrente aveva indicato che le somme fossero destinate a confluire nel dossier titoli (e non nel conto corrente) e che le condotte non denotassero collusione o fattiva acquiescenza, o comunque non potessero ingenerare una condotta “anomala” al punto da interrompere il nesso di causalità.

Sulla base dei principi suesposti resta da stabilire se, per le somme versate in contanti, in una apprezzabile quantità, che fa presupporre un versamento in nero, non regolarmente registrato dal funzionario della Banca, non vi siano gli estremi, in ragione delle caratteristiche dell’investitore (esperto), di un concorso colposo, ai sensi del primo comma dell’art. 1227 c.c., che, per gravità, potrebbe risultare decisivo nella rescissione del nesso di occasionalità necessaria[7]. In relazione al caso concreto, come evidenziato, è mancata la valorizzazione degli elementi presuntivi, indicati dalla Banca, atti a evidenziare l’esistenza di un rapporto esclusivo e diretto tra investitore (esperto) e promotore, del tutto estraneo alle funzioni a lui affidate dalla Banca[8]. Il Giudice del rinvio, pertanto, in relazione ai suddetti elementi indiziari, del tutto trascurati nella loro complessiva pregnanza dal giudice a quo, sarà tenuto a valutare la condotta tenuta dal cliente – investitore, ai fini della valutazione dell’incidenza causale del suo comportamento “anomalo”, ai sensi dell’art. 1227, primo comma, c.c.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2013, n. 8210, con nota di M. Vazzana, Banchiere infedele? È la banca a rispondere dei suoi illeciti. Ma, se dotata di controlli interni adeguati, è l’assicurazione a pagare!, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2013, 503.

[2] Cfr., Cass. Civ., Sez. III, 19 luglio 2012, n. 12448, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 22 ottobre 2004, n. 20588, con nota di A. Tucci, Responsabilità dell’intermediario per illecito del promotore finanziario e concorso di colpa dell’investitore., in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 2, 2006, 138; Cass. Civ., Sez. III, 24 settembre 2015, n. 18860, con nota di R. Villani, Prodotto assicurativo ‘fantasma’: la compagnia di assicurazioni risponde per il fatto illecito del proprio agente, in Diritto & Giustizia, fasc. 34, 2015, 11.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2013, n. 8210, vedi supra nota 1; Cass. Civ., Sez. III, 4 marzo 2014, n. 5020, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 10 novembre 2015, n. 22956, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2017, n. 18928, in dejure.it.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 7 aprile 2006, n. 8229, con nota di F. Greco, Illecito del promotore e responsabilità della SIM: una decisione chiarificatrice, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 2, 2007, 332.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 22 novembre 2018, n. 30161, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 7 marzo 2018, n. 7533, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2017, n. 18928, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 10 novembre 2015, n. 22956, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 13 dicembre 2013, n. 27925, in dejure.it.

[6] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2017, n. 18928, in dejure.it.

[7] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 22 dicembre 2017, n. 30775, in dejure.it.

[8] Circostanze presuntive rinvenibili, segnatamente: a) nella consegna da parte del cliente al promotore, in un breve arco di tempo, di un rilevante importo in danaro contante, non registrato e non tracciato secondo la normativa antiriciclaggio vigente; b) nel rilascio al cliente di distinte bancarie di “versamento – assegni” che, contrariamente a quanto assunto dai giudici di merito, non sono riferibili a operazioni di investimento finanziario, ma a operazioni di incasso di assegni pacificamente non avvenute; c) nella tardiva richiesta di rendiconto, a distanza di tempo dalla chiusura del conto corrente, rivolta prima al promotore, e poi alla Banca, da parte del cliente esperto.

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