La validità della fideiussione omnibus riproduttiva dello schema ABI.



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Nota a Trib. Busto Arsizio, 26 maggio 2020, n. 513.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

Con la recente pronuncia in oggetto, il Tribunale di Busto Arsizio, riproponendo un indirizzo ermeneutico invero non nuovo nella giurisprudenza di merito[1], ha ritenuto valido un contratto di fideiussione omnibus predisposto in conformità all’archetipo ABI, ravvisando, in ossequio alla generale distinzione tra regole di comportamento e regole di validità, solo la tutela risarcitoria per il contraente asseritamente danneggiato dalla presunta condotta anticoncorrenziale.

Più nello specifico, secondo il giudice bustese la singola fideiussione non può ritenersi giuridicamente collegata all’intesa anticoncorrenziale “a monte” (al punto da conseguirne una nullità derivata), poiché non richiamata nel testo dell’accordo; non è, del pari, rinvenibile neppure una nullità per illiceità della causa e contrarietà a norma imperativa, dal momento che  il soggetto garante sottoscrive il contratto de quo, unicamente per perseguire il fine tipo dell’operazione e a prescindere dalla presenza o meno delle clausole potenzialmente lesive della sua posizione.  

 

Le circostanze di fatto.

Due fideiussori di una società cooperativa proponevano opposizione avverso un decreto ingiuntivo, emesso dal Tribunale di Busto Arsizio, con il quale era stato loro ingiunto di pagare alla Banca convenuta la somma relativa a uno scoperto di conto corrente, nonché al residuo debito di un contratto di finanziamento, oltre interessi e spese della procedura monitoria. In particolare, eccepivano la nullità della fideiussione omnibus per violazione dell’art. 2, secondo comma, lett. a, l. n. 287/1990, nonché la nullità della stessa garanzia per abusivo riempimento contra pacta e per violazione dei canoni di buona fede e correttezza da parte dell’Istituto, che non aveva tenuto in considerazione l’interesse del fideiussore. Gli opponenti concludevano chiedendo di accertare e dichiarare la nullità della fideiussione e, per l’effetto, rigettare ogni domanda formulata da parte opposta. 

Costituendosi in giudizio, la Banca opposta eccepiva, in via preliminare l’inammissibilità dell’opposizione, per tardività dell’iscrizione a ruolo da parte degli opponenti, e, nel merito, chiedeva il rigetto dell’opposizione.

 

Le ragioni della decisione.

A giudizio del Tribunale l’opposizione, sì come formulata, è infondata e, consequenzialmente, deve essere rigettata.

In via preliminare, va disattesa l’eccezione di inammissibilità dell’opposizione per tardività nell’iscrizione a ruolo. Ciò premesso, addivenendo al merito della questione, del pari immeritevole di accoglimento, poiché infondata, è l’eccezione di nullità della fideiussione omnibus per violazione della normativa Antitrust. Nello specifico, la problematica attiene alle clausole di cui agli artt. 2, 6 e 8 dello schema tipo di fideiussione, elaborato dall’ABI, nell’ottobre del 2002; trattasi, segnatamente, delle disposizioni relative alle clausole: a) c.d. “di reviviscenza”, ovverosia impositiva al fideiussore di tenere indenne la Banca da vicende successive all’avvenuto adempimento, in virtù delle quali la stessa si sia trovata a dover restituire il pagamento ricevuto (la meno infrequente è la dichiarazione di inefficacia del pagamento, ai sensi dell’art. 67 l. fall.); b) di deroga all’art. 1957 c.c.; c) di estensione della garanzia anche agli obblighi di restituzione del debitore derivanti dall’invalidità del rapporto principale.

Nell’ambito di un apposito procedimento istruttorio, promosso da Banca d’Italia, ex artt. 2 e 14 l. n. 287/1990, finalizzato ad accertare se le previsioni dello schema negoziale succitato potessero, effettivamente, assumere caratteri anticoncorrenziali, venne acquisito il parere 22 agosto 2003 dell’AGCM, nel quale l’anticoncorrenzialità delle clausole de quibus fu ravvisata nella loro attitudine, piuttosto che di garantire l’accesso al credito (funzionalità riconosciuta e ritenuta congruamente perseguita anche dalla clausola di pagamento “a prima richiesta”), ad addossare al soggetto – fideiussore le conseguenze negative derivanti dall’inosservanza degli obblighi di diligenza della Banca, ovvero, alternativamente, dall’invalidità/inefficacia dell’obbligazione principale (e degli atti estintivi della stessa).

In esito del procedimento, Banca d’Italia emanò il provvedimento n. 55/2005, accertando che gli artt. 2, 6 e 8 dello schema contrattuale predisposto dall’ABI per la fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie (c.d. fideiussione omnibus) contenessero disposizioni che, laddove applicate in modo uniforme, risultavano porsi in contrasto con quanto disposto dall’art. 2, secondo comma, lett. a, l. n. 287/1990, e, al contempo, demandando all’ABI il compito di predisporre un nuovo archetipo contrattuale.

Come puntualmente evidenziato nella pronuncia annotata, da detto provvedimento può trarsi, in primo luogo, che la deliberazione dell’ABI, di approvazione dello schema negoziale standard di fideiussione, integri gli estremi dell’intesa rilevante, sì come definita dall’art. 2 l. n. 287/1990, e che le clausole ritenute non direttamente funzionali ad assicurare l’accesso al credito e l’effettività delle garanzie personali costituiscano un ostacolo al libero dispiegarsi del mercato creditizio secondo il gioco della libera concorrenza.

Ciò premesso, la questione giuridica transita sul piano dell’incidenza di tale “intesa” anticoncorrenziale (o, quantomeno, del comportamento distorsivo della concorrenza attuato mediante l’impiego di tale modulistica contrattuale) sui singoli contratti stipulati, “a valle”, dagli Istituti di credito, con i clienti.

La tesi della nullità derivata[2] è sostanzialmente incentrata su argomenti, presupposti e ragionamenti di natura più macroeconomica, che strettamente giuridica. Difatti, nel pronunciamento che sembrerebbe condividere tale assunto, si evoca il diritto dei consumatori a “una scelta effettiva tra prodotti in concorrenza”, che si assume leso dalle intese vietate, delle quali il c.d. contratto “a valle” costituirebbe “lo sbocco essenziale a realizzarne e ad attuarne gli effetti”. Si postula, poi, che il singolo accordo contrattuale finale, tra Istituto e cliente, lungi dal conservare una sua distinta autosufficienza, costituisca il compimento stesso dell’intesa anticompetitiva tra imprenditori, ovverosia ne rappresenti la realizzazione finale e, in buona sostanza, partecipi, quindi, direttamente e inscindibilmente, alla sua illiceità. In altri termini, si sottende un assodato e strettissimo collegamento (che trascende in un vero e proprio nesso di interdipendenza) tra intesa restrittiva “a monte” e contratto di garanzia “a valle”.

Essendo obiettivo della legge n. 241/1990 assicurare, non soltanto la libertà di iniziativa economica, di cui all’art. 41 Cost., ma anche la protezione delle ragioni del consumatore, al quale deve essere garantita la conservazione di un regime di effettiva concorrenzialità del mercato, quest’ultimo dovrebbe essere legittimato a far valere l’illeceità tanto dell’intesa anticoncorrenziale, quanto del singolo contratto mediante il quale gli sono state asseritamente imposte condizioni ingiuste e svantaggiose, esitate dall’accordo “a monte”.

Sotto questo profilo, la summenzionata sentenza della Corte di Cassazione, n. 29810/2017, si pone, senza soluzione di continuità, con il precedente pronunciamento delle Sezioni Unite del 2005[3], in cui venne riconosciuta, per la prima volta, la legittimazione del consumatore (quale ultimo soggetto della “filiera” produttiva) ad avvalersi, direttamente, delle forme di tutela previste dall’art. 33 l. n. 287/1990, onde ottenere il risarcimento del danno subito a causa di un’intesa restrittiva della concorrenza[4]. In tale arresto venne affermato che il contratto “a valle” costituisse lo sbocco dell’intesa, essenziale a realizzarne gli effetti, posto che la seconda si estrinsecava e veniva attuata tramite il primo e che, di fronte a un’intesa restrittiva della libertà di concorrenza, il consumatore vedeva leso il proprio diritto a una scelta effettiva tra prodotti in concorrenza.

A giudizio del Tribunale bustese l’esposta soluzione ermeneutica presta il fianco a censure difficilmente superabili, così come, invero, affermato anche da una costante giurisprudenza di merito. In primo luogo, la nullità del contratto “individuale” viene indistintamente predicata sia in termini di nullità derivata (mediante il richiamo, per l’appunto, a un presunto vincolo funzionale inscindibile, tra intesa illecita e ciascun contratto con l’utenza), sia in termini di nullità per vizio proprio e, segnatamente, per illiceità della causa e contrarietà alle norme imperative, sul preordinato assunto che il contratto recante clausole di cui sia stata riconosciuta l’attitudine a ledere la concorrenzialità del mercato si possa porre in contrasto con norme imperative e, segnatamente, con l’art. 2 l. n. 287/1990, se non addirittura con l’art. 101 TFUE.

L’affermazione per cui l’invalidità di un rapporto giuridico possa propagarsi, con effetti invalidanti, a un altro rapporto presuppone il previo riscontro, tra i due, di un vincolo di dipendenza funzionale o, quantomeno, di un collegamento negoziale oggettivamente apprezzabile; in altri termini, affinché il meccanismo dell’invalidità c.d. derivata possa efficacemente trasmettersi dall’infrazione anticoncorrenziale ai sottostanti contratti “a valle” è, in ogni caso, necessario accertare preliminarmente l’esistenza di un nesso di indissolubile dipendenza con l’intesa “a monte”.

Relazionalità che, invero, non sembra potersi riscontrare con riguardo alla normale dinamica della contrattazione individuale in cui, per converso, le intese mostrano di non costituire un tutt’uno con i contratti “a valle”, di non essere a questi collegati né per legge, né, tantomeno, per volontà delle parti e, da ultimo, di non rappresentarne in alcun modo un presupposto di esistenza, validità o efficacia. La caducazione automatica del rapporto dipendente per l’invalidità o la risoluzione del rapporto giuridico principale è, infatti, di norma ammessa nei subcontratti, in cui l’inesistenza (o il venir meno) del rapporto obbligatorio principale fa inevitabilmente caducare anche la causa del secondo, per l’evidente impossibilità di quest’ultimo di “sopravvivere” e realizzare la propria ragion pratica, in vista della quale era stato stipulato. Altra ipotesi di scuola, in cui l’invalidità di un rapporto negoziale possa scientemente determinare l’inefficacia di un diverso rapporto al medesimo collegato, si ha in tema di delegazione, nella fattispecie descritta dal secondo comma dell’art. 1271 c.c., laddove è previsto che l’eventuale nullità del rapporto di valuta (quello tra delegante e delegatario), facendo venir meno la funzione complessiva della delegazione, concorra a rendere priva di causa l’assunzione dell’obbligazione del delegato verso il delegatario (ovvero il pagamento effettuato in favore di quest’ultimo), indipendentemente dal fatto che la delegazione fosse “pura” o “titolata”.

Infine, affinché possa configurarsi un collegamento negoziale in senso tecnico, impositivo, in quanto tale, di una considerazione unitaria della fattispecie, è, altresì, necessario che ricorra sia un requisito oggettivo, costituito dal nesso teleologico tra i negozi, volti alla regolamentazione degli interessi reciproci delle parti (nell’ambito di una finalità pratica consistente in un assetto economico globale e unitario), sia uno soggettivo, costituito dal comune intento pratico dei contraenti di volere non solo l’effetto tipico dei singoli negozi in concreto posti in essere, ma anche il coordinamento tra di essi, per la realizzazione di un fine ulteriore, che ne trascenda gli effetti tipici e che assuma una propria autonomia, anche dal punto di vista causale. Questo secondo requisito postula, alternativamente, o l’identità soggettiva tra le parti di ambedue gli accordi, oppure la consapevole e fattiva adesione del contraente del contratto dipendente all’accordo (rispetto al quale egli è terzo) che lo pregiudicherebbe.

Giova rammentare che, benché non sia requisito imprescindibile per il loro collegamento negoziale, ove difetti l’identità delle parti dei due negozi, l’intento dei contraenti di consentire un tale collegamento è meno scontato e, conseguentemente, il suo accertamento richiede una prova rigorosa, dal momento che, in questi casi, è ben più probabile che l’unitarietà del risultato perseguito da uno soltanto dei contraenti non determini un’interdipendenza funzionale[5].

In tutti i casi, l’applicazione del principio simul stabunt simul cadent presuppone, sul piano oggettivo, una ragione pratica ulteriore e distinta da quella dei singoli contratti in sé considerati e, su quello soggettivo, l’oggettivizzazione, da parte dei contraenti coinvolti, del comune intento pratico e della volontà di coordinamento teleologico dei contratti. Nel caso in cui tali elementi non siano oggettivamente apprezzabili, un contratto che sia stato validamente perfezionato, presenti i requisiti strutturali di validità previsti dalla legge e non persegua in sé una causa illecita o immeritevole per l’ordinamento giuridico non può subire effetti invalidanti in dipendenza dell’accertamento della nullità o della caducazione di un rapporto giuridico diverso e intercorso tra terzi il quale, essendo res inter alios acta, tertio neque nocet neque prodest.

In tal guisa, i singoli contratti stipulati tra l’impresa (rectius, l’Istituto) e il cliente derivano, più correttamente, dall’autonomia privata ascrivibile in capo agli stessi contraenti, ovverosia da una autonoma manifestazione di consenso, da cui può discendere indubbiamente anche l’eventuale recepimento all’interno del regolamento negoziale delle singole clausole riproduttive dell’illecita determinazione; tuttavia, la circostanza che l’impresa “collusa” uniformi al programma anticoncorrenziale le manifestazioni della propria autonomia privata non appare, di per sé, sufficiente a privare il successivo contratto “a valle” di un’autonoma ragione pratica.

Date queste premesse, pur con il doveroso rispetto degli arresti della giurisprudenza di legittimità pocanzi citati, è operazione ardua individuare un nesso di dipendenza delle fideiussioni con la deliberazione dell’ABI “incriminata”, né, tantomeno, un vero e proprio collegamento negoziale, nel suo significato più tecnico. Invero, nei contratti de quibus, in primo luogo non vi è alcun oggettivo richiamo alla deliberazione dell’associazione di imprese bancarie di approvazione del modello standardizzato di fideiussione omnibus, né, parimenti, risulta che tale deliberazione abbia vincolato l’Istituto stipulante al rispetto dello schema nella contrattazione con terzi. Si è, in sostanza, di fronte non agli effetti di un vero e proprio accordo giuridicamente vincolante, bensì di una prassi consolidata e sicuramente preesistente alla predisposizione del modello ABI, consistente nella diffusa tendenza alla standardizzazione contrattuale, in cui soltanto alcune clausole, laddove applicate in modo uniforme e senza un apprezzabile margine di differenziazione dalle imprese operanti nel mercato di riferimento, potrebbero essere tacciate di anticoncorrenzialità.

In maniera non dissimile, deve, poi, essere esclusa l’ipotizzata illiceità “endogena” del contratto “a valle” per illiceità della causa. A tal riguardo, pare dirimente il rilievo per cui, anche a voler ammettere che l’Istituto persegua, con la contrattazione individuale, il fine ultimo, anticoncorrenziale, di alterare a suo favore il mercato o di ottenere un extraprofitto, l’altro contraente (rectius, il cliente – garante) stipuli il contratto per soddisfare un proprio interesse, che si ricollega ed esaurisce nel fine tipico dell’operazione posta in essere. Di talché, potrebbe fattivamente rinvenirsi soltanto il motivo illecito di una sola parte, che non potrebbe mai ritenersi comune e condiviso dall’altro contraente, conseguendone l’irrilevanza a norma dell’art. 1345 c.c.

È, nondimeno, impossibile ipotizzare la nullità del contratto “a valle”, ex art. 1418, primo comma, c.c. L’art. 2 della l. n. 287/1990 considera “intese” non solo gli accordi, ma anche “le pratiche concordate”, che non solo “abbiano per oggetto”, ma anche che abbiano “per effetto” di impedire o falsare in modo consistente il gioco della concorrenza, così dimostrando di porre sullo stesso piano e di equiparare i patti anticoncorrenziali tra le imprese che si determinino a formare un “cartello” (e, quindi, i negozi giuridici con i quali due o più imprese si accordino per coordinarsi in modo da creare una situazione concorrenziale a loro favorevole) e i profili comportamentali dalle medesime tenute nella contrattazione con terzi. Si dispone, quindi, la nullità “ad ogni effetto” delle intese de quibus, ma nulla si stabilisce circa le sorti dei rapporti commerciali con altri contraenti. Questo rilievo, per il giudice bustese, è, di per sé, bastevole per escludere che si possa predicare la nullità del c.d. contratto “a valle” per violazione di norma imperativa, in quanto, per affermare la nullità negoziale per violazione di norme poste a presidio di interessi generali, è necessario che dette norme disciplinino direttamente elementi intrinseci alla fattispecie negoziale, conformandone la struttura o il contenuto, ovvero impongano determinate condizioni di liceità della stipulazione, quali ad esempio particolari autorizzazioni amministrative ovvero l’iscrizione di uno o entrambi i contraenti in appositi albi o registri. Al di fuori di queste ipotesi, l’inosservanza di norme, pur imperative, che impongano o precludano alle parti taluni comportamenti (e che non siano corredate da specifiche ipotesi di nullità testuali, sovente a matrice protettiva), non può determinare la nullità dell’atto negoziale eventualmente posto in essere in loro violazione. Si addiviene, dunque, alla riaffermazione del principio della non – interferenza tra regole di comportamento e regole di validità degli atti, alla stregua del quale la violazione delle prime giustifica soltanto l’adozione di rimedialità di stampo risarcitorio[6].

In definitiva, come peraltro sostenuto da autorevole dottrina, perché possa aversi nullità, non basta la semplice violazione della norma imperativa dell’art. 2, ma occorre che, per effetto di tale violazione, si determini una situazione di oggettiva incompatibilità tra il precetto posto dalla disposizione antimonopolistica e la regola negoziale contenuta nei contratti a valle dell’intesa. È dunque necessario che la proibizione contenuta nella norma (di divieto alle imprese di conformare la propria condotta e le proprie scelte strategiche secondo standard comportamentali illeciti) investa anche il precetto che le parti si sono date e in base al quale intendono disciplinare i propri rapporti. Tale circostanza non è rinvenibile nella fattispecie normativa in esame, in quanto la proibizione dettata dalla legge antitrust non condanna in maniera diretta il contenuto degli atti negoziali, ma esclusivamente un comportamento che si pone “a monte” di questi.

Non vi è alcuna possibilità per i singoli utenti di avvalersi della sanzione della nullità prevista dall’art. 33 l. n. 287/1990, che riguarda esclusivamente le intese restrittive tra imprese e non può, quindi, applicarsi ai contratti che, sulla base di dette intese, siano stati conclusi con terzi, specie in considerazione del fatto che i destinatari diretti delle norme antimonopolistiche sono solo gli imprenditori commerciali del settore di riferimento e non anche i singoli utenti[7]. L’unica forma di tutela esperibile a fronte di intese anticoncorrenziali o di altre violazioni rilevanti è quella risarcitoria, attuabile sia nelle forme dell’iniziativa individuale, sia attraverso anche la generosa estensione pretoria della legittimazione attiva alla class action, ex art. 33 l. n. 287/1990, a utenti e consumatori, dapprima sancita dalla giurisprudenza di legittimità[8] e successivamente formalizzata dall’art. 140bis D.lgs. n. 206/2005[9].

Tale orientamento è stato di recente confermato anche dalla giurisprudenza di legittimità[10]: «Come già affermato da questa Corte “La Legge “antitrust” 10 ottobre 1990, n. 287 detta norme a tutela della libertà di concorrenza aventi come destinatari non soltanto gli imprenditori, ma anche gli altri soggetti del mercato, ovvero chiunque abbia interesse, processualmente rilevante, alla conservazione del suo carattere competitivo al punto da poter allegare uno specifico pregiudizio conseguente alla rottura o alla diminuzione di tale carattere per effetto di un’intesa vietata, tenuto conto, da un lato, che, di fronte ad un’intesa restrittiva della libertà di concorrenza, il consumatore, acquirente finale del prodotto offerto dal mercato, vede eluso il proprio diritto ad una scelta effettiva tra prodotti in concorrenza, e, dall’altro, che il cosiddetto contratto “a valle” costituisce lo sbocco dell’intesa vietata, essenziale a realizzarne e ad attuarne gli effetti. Pertanto, siccome la violazione di interessi riconosciuti rilevanti dall’ordinamento giuridico integra, almeno potenzialmente, il danno ingiusto “ex” art. 2043 c.c., il consumatore finale, che subisce danno da una contrattazione che non ammette alternative per l’effetto di una collusione “a monte”, ha a propria disposizione, ancorché non sia partecipe di un rapporto di concorrenza con gli imprenditori autori della collusione, l’azione di accertamento della nullità dell’intesa e di risarcimento del danno di cui alla L. n. 287 del 1990, art. 33 azione la cui cognizione è rimessa da quest’ultima norma alla competenza esclusiva, in unico grado di merito, della corte d’appello.” (Cass. Sez. U. 2207 del 20/2/2005), così sottolineando la differenza che ricorre tra gli accordi a monte, e cioè le intese, – oggetto di valutazione in merito alla illiceità per violazione della normativa antitrust e sanzionate dalla nullità – ed i contratti stipulati a valle, in relazione ai quali può essere esercitata l’azione risarcitoria. In proposito, quanto agli effetti della nullità di un’intesa, questa Corte ha già avuto modo di chiarire che “Dalla declaratoria di nullità di una intesa tra imprese per lesione della libera concorrenza, emessa dalla Autorità Antitrust ai sensi della L. n. 287 del 1990, art. 2 non discende automaticamente la nullità di tutti i contratti posti in essere dalle imprese aderenti all’intesa, i quali mantengono la loro validità e possono dar luogo solo ad azione di risarcimento danni nei confronti delle imprese da parte dei clienti.” (Cass. n. 9384 del 11/06/2003; in tema Cass. n. 3640 del 13/02/2009; Cass. n. 13486 del 20/06/2011). Questi principi trovano conferma anche nella recente ordinanza, richiamata dai ricorrenti, la secondo la quale, “In tema di accertamento del danno da condotte anticoncorrenziali ai sensi della L. n. 287 del 1990, art. 2 spetta il risarcimento per tutti i contratti che costituiscano applicazione di intese illecite, anche se conclusi in epoca anteriore all’accertamento della loro illiceità da parte dell’autorità indipendente preposta alla regolazione di quel mercato.” (Cass. n. 29810 del 12/12/2017). Va tuttavia rimarcato che tale ultima pronuncia non risulta del tutto pertinente, atteso che affronta il peculiare tema della ricaduta degli effetti del provvedimento della Banca di Italia del 2 maggio 2005 sui contratti stipulati prima del maggio 2005, mentre il contratto in esame venne stipulato nel 2013. Inoltre – contrariamente a quanto propugnano i ricorrenti (fol. 8 del ricorso) – dalla motivazione di detta ordinanza non può farsi discendere, né si può presumere la qualificazione tout court delle “Norme Bancarie Uniformi ABI in materia di contratti di fideiussione” quali intese illecite, in quanto contenenti clausole contrarie a norme imperative, né la nullità in toto del contratto di fideiussione di cui si discute: in disparte dalla mancanza di specificità del motivo circa il puntuale contenuto delle norme cui si intende far riferimento diverse dalla clausole 2, 6 e 8, tale assunto non appare affatto né preliminare, né logicamente conseguenziale al tema trattato nell’ordinanza che – si ribadisce concerne la efficacia temporale del provvedimento della Banca d’Italia, così come esattamente ritenuto anche dalla Corte di appello partenopea (fol. 13 della sent. imp.), e non già il complessivo apparato delle NBU in tema di fideiussione.».

In ogni caso, anche ove si volesse prestare adesione all’orientamento favorevole alla nullità, si dovrebbe poi, comunque, valutare attentamente l’incidenza del giudizio di anticoncorrenzialità delle clausole dello schema uniforme di fideiussione omnibus sulla persistenza di un apprezzabile interesse delle parti alla conservazione del contratto, ancorché epurato dalle clausole illegittime. L’applicazione della regola contenuta nell’art. 1419, primo comma, c.c., per cui “la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto, se risulta che contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita dalla nullità”, porterebbe a ritenere valida la garanzia prestata, pur emendata dalle clausole contestate (la clausola di reviviscenza e la deroga all’art. 1957 c.c.). È, difatti, innegabile che il garante avrebbe concluso ugualmente il contratto senza quelle clausole che, invero, lo penalizzano rispetto a sopravvenienze sfavorevoli o a fatti imputabili alla negligenza del creditore garantito. Parimenti, nell’economia complessiva dell’affare, per la Banca è oggettivamente più conveniente rinunciare ai benefici di quelle clausole, piuttosto che all’ampliamento della garanzia patrimoniale generica su cui contare in caso di insolvenza del debitore principale.

Alla luce di quanto sopra, l’eccezione di nullità della fideiussione rilasciata dall’odierna parte opponente va rigettata.

 

 

Qui il testo della sentenza (da ilcaso.it).


[1] Sul punto, Trib. Treviso, Sez. II, 26 agosto 2019, n. 1852, già annotato in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Fideiussione e violazione normativa antitrust: la tutela è solo risarcitoria. Nota a una pronuncia controtendenza., 19 settembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/09/19/fideiussione-e-violazione-normativa-antitrust-la-tutela-e-solo-risarcitoria-nota-a-una-pronuncia-controtendenza/.

[2] Tesi che parrebbe accolta, seppur in un evidente obiter dictum, da Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, con nota di S. D’Orsi, Nullità dell’intesa e contratto “a valle” nel diritto antitrust., in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 2019, 575. V. anche C. Belli, Contratto a “valle” in violazione di intese vietate dalla Legge Antitrust, in GiustiziaCivile.com, 25 maggio 2018.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 4 febbraio 2005. n. 2207, con nota di T. Meschini, Nota a Cass. civ. S.U. n. 2207 del 2005, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 6, 2005, 721. V. A. Zurlo, Le fideiussioni “a valle” e le intese anticoncorrenziali “a monte”: le prime “immunizzate” dalla nullità delle seconde, in Diritto del risparmio – Osservatorio del diritto, ISSN 2704-6184, 2 ottobre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/10/02/le-fideiussioni-a-valle-e-le-intese-anticoncorrenziali-a-monte-le-prime-immunizzate-dalla-nullita-delle-seconde/.

[4] Nello specifico, nel caso rimesso alle Sezioni Unite, fu dichiarata l’incompetenza del giudice di pace originariamente adito da un consumatore per il ristoro ex art. 2033 c.c. del sovrapprezzo pagato per la polizza assicurativa, in dipendenza di un “cartello” anticoncorrenziale tra imprese di assicurazione della r.c.a. in favore della Corte d’Appello, all’epoca funzionalmente competente a conoscere dell’azione risarcitoria prevista dal prefato art. 33.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 25 novembre 1998, n. 11942, in dejure.it.

[6] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 19 settembre 2007, n. 26724, con nota di G. Nappi, Le sezioni unite su regole di validità, regole di comportamento e doveri informativi, in Giustizia Civile, fasc. 5, 2008, 1189. V anche S. Corradi, Brevi riflessioni sui profili probatori e risarcitori in tema di responsabilità da inadempimento dell’intermediario finanziario, in Banca borsa tit. cred., 6, 2010, 717; T. Febbrajo, Violazione delle regole di comportamento nell’intermediazione finanziaria e nullità del contratto: la decisione delle sezioni unite, in Giustizia Civile, fasc. 12, 2008, 2785; F. Bruno – A. Rozzi, Le Sezioni Unite sciolgono i dubbi sugli effetti della violazione degli obblighi di informazione, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 2008, 604.

[7] Così Trib. Milano, 27 settembre 2017, n. 9708. Nel caso di specie, il giudice milanese si era espresso sulla questione, per certi versi analoga a quella oggetto del presente giudizio, degli effetti invalidanti su contratti di mutuo e leasing del procedimento intentato dalla Commissione Europea, nei confronti di quattro Istituti di credito, per manipolazione dell’indice Euribor.

[8] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 4 febbraio 2005, n. 2207, vedi supra nota 3.

[9] L’azione collettiva ivi prevista è espressamente limitata “all’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni” a ristoro “del pregiudizio derivante agli stessi consumatori ed utenti da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali.”.

[10] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 2019, n. 24044, già annotata in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Le fideiussioni “a valle” e le intese anticoncorrenziali “a monte”: le prime “immunizzate” dalla nullità delle seconde., 2 ottobre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/10/02/le-fideiussioni-a-valle-e-le-intese-anticoncorrenziali-a-monte-le-prime-immunizzate-dalla-nullita-delle-seconde/.

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