Le fideiussioni “a valle” e le intese anticoncorrenziali “a monte”: le prime “immunizzate” dalla nullità delle seconde.



di Antonio Zurlo 

Commento a Cass. Civ., Sez. I, 26 settembre 2019, n. 24044

 

Premessa.

La nullità delle fideiussioni, per violazione della normativa antitrust, parrebbe essere divenuta un novello Gatto del Cheshire, di carrolliana memoria, in seno alla giurisprudenza tanto di merito, quanto di legittimità, scontando, perlomeno a un esame frettoloso, un’altalenanza di pronunce, alcune favorevoli, altre contrarie alla sua configurabilità. Di fatto, però, la Corte di Cassazione, benché, forse, sibillina in alcuni passaggi, è stata sempre fermamente chiara nell’escludere qualsivoglia automatismo nella propagazione dell’invalidità (rectius, nullità) delle intese “a monte” verso i contratti fideiussori “a valle”, attribuendo, a tal riguardo, un’indubbia centralità alla metodica dell’accertamento del caso concreto.

Gli accordi elusivi della normativa anticoncorrenziale e le fideiussioni fatte sottoscrivere dagli Istituti di credito ai loro clienti sono entità poste su piani, sì contigui, ma sostanzialmente differenti, tra i quali, lungi da una categorica esclusione, può esserci comunicabilità anche della patologia, ma da allegare e comprovare specificatamente: è questo l’approdo cui giunge la recentissima ordinanza qui annotata. Esito, invero, non nuovo, ma che, forse, andava nuovamente formalizzato, anche alla luce di alcune interpretazioni enfatizzanti e sensazionalistiche delle precedenti pronunce della Suprema Corte.

 

Breve ricostruzione del fatto e rassegna dei motivi di ricorso.

I ricorrenti proponevano ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Napoli, pronunciata nell’ambito di una controversia concernente l’opposizione a un decreto ingiuntivo, notificato loro in qualità di fideiussori di una società che aveva sottoscritto mutuo chirografario con la Banca resistente.

Più nello specifico, ai fini che qui interessano, le doglianze a fondamento dell’opposizione avevano riguardato la presunta nullità del contratto di fideiussione, per contrarietà a norme imperative (o per illiceità della causa), dal momento che le dichiarazioni fideiussorie, predisposte unilateralmente dalla Banca e sottoscritte dai ricorrenti in forma di negozio unilaterale, riproducevano pedissequamente le Norme Bancarie Uniformi (d’ora innanzi, NBU), oggetto di censura da parte di Banca d’Italia, in quanto sussumibili nelle intese illecite, ex art. 2 l. n. 287/90[1]. Veniva, inoltre, dedotto come siffatta nullità fosse da ritenersi estesa anche agli atti negoziali recepenti le stesse clausole (ovverosia, nel caso di specie, la fideiussione oggetto di contestazione).

La Corte territoriale, giudicando non meritevoli di accoglimento i motivi dell’impugnazione, aveva respinto l’appello, disattendendo l’eccezione di nullità totale delle fideiussioni, per contrarietà alla normativa antitrust. In particolare, sebbene nel contratto di fideiussione stipulato tra gli allora appellanti e l’Istituto di credito, fossero effettivamente presenti clausole riproducenti nella sostanza il contenuto di quelle asseritamente censurate, la nullità delle stesse, a giudizio del Collegio, non poteva scientemente condurre a una declaratoria di nullità dell’intero contratto, in mancanza della prova dell’essenzialità delle clausole de quibus, ai fini della stipulazione dell’accordo.

L’accertamento della nullità del contratto di fideiussioni assurge a elemento centrale nei motivi di ricorso avverso il pronunciamento di secondo grado.

I ricorrenti, difatti, denunciavano la violazione e/o falsa applicazione e/o falsa interpretazione degli artt. 2 l. n. 287/90 e 1419 c.c., nonché del principio di diritto enunciato nell’ordinanza della Corte di Cassazione n. 29810/2017: a loro giudizio, la Corte di appello, interpretando e applicando in maniera riduttiva il Provvedimento di Banca d’Italia e il precedente giurisprudenziale summenzionato, avrebbe dichiarato erroneamente la nullità di singole clausole e non dell’intero contratto di fideiussione, per converso da ritenersi integralmente nullo, perché concluso in applicazione di intese illecite concluse “a monte” (tali dovendosi ritenere le NBU dell’ABI in materia di contratti di fideiussione). I ricorrenti evidenziavano, inoltre, l’impossibilità di addurre prova inerente all’essenzialità delle clausole ai fini della conclusione del contratto, atteso che dette disposizioni venivano riprodotte dalla Banca nel singolo contratto e la concessione del finanziamento veniva subordinata alla sottoscrizione del contratto fideiussorio, sì come redatto.

 

La decisione del Collegio: nessun automatismo, ma accertamento specifico degli eventuali profili di nullità.

La Prima Sezione giudica non meritevole di accoglimento il motivo di ricorso, poiché evidentemente infondato.

Come, difatti, già affermato in precedenti pronunciamenti, la legge antitrust introita, nel panorama ordinamentale, norme a tutela della libertà di concorrenza aventi come destinatari non soltanto gli imprenditori, ma anche gli altri soggetti del mercato, ovvero chiunque abbia interesse, processualmente rilevante, alla conservazione del suo carattere competitivo al punto da poter allegare uno specifico pregiudizio conseguente alla rottura o alla diminuzione di tale carattere per effetto di un’intesa vietata: di fronte a un’intesa anticoncorrenziale (e, quindi, vietata), il consumatore – acquirente finale del prodotto vede eluso il proprio diritto a una scelta effettiva tra prodotti in concorrenza, da un lato, e, dall’altro, il c.d. contratto “a valle” (nel caso di specie la fideiussione) costituisce lo sbocco dell’intesa vietata, essenziale a realizzarne e ad attuarne gli effetti. Dal momento che la violazione di interessi riconosciuti rilevanti dall’ordinamento giuridico integra (perlomeno potenzialmente) la concettualità di danno ingiusto, ai sensi dell’art. 2043 c.c., il consumatore finale, che subisca danno da una contrattazione che non ammetta alternative, proprio in conseguenza dell’esistenza di una collusione “a monte”, ha a propria disposizione l’azione di accertamento della nullità dell’intesa e di risarcimento del danno, di cui all’art. 33 l. n. 287/90, ancorché non sia partecipe di un rapporto di concorrenza con gli imprenditori autori dell’accordo anticoncorrenziale[2].

La giurisprudenza di legittimità ha, quindi, da sempre rimarcato l’ontologica quanto ineludibile differenza intercorrente tra gli accordi “a monte”, ovverosia le intese, e i contratti sottoscritti “a valle”, le fideiussioni, assoggettando ognuna delle due categorie, per quanto sinallagmaticamente contigue, a patologie e rimediabilità differenti: le prime, oggetto di valutazione in merito alla illiceità per violazione della normativa antitrust, sono sanzionate con la nullità; i secondi, procurando quale diretto nocumento una limitazione della scelta, mediante l’azione risarcitoria.

È premura della Prima Sezione ricordare, difatti, come con ordinanza da più parti equivocata nell’effettiva portata contenutistica[3], la stessa Corte abbia, in relazione agli effetti della nullità di un’intesa tra imprese limitativa della libera concorrenza, chiarito come dalla declaratoria de qua, emessa dalla Autorità Antitrust, ai sensi dell’art. 2 della l. n. 287/90, non si possa far derivare automaticamente la nullità di tutti i contratti posti in essere dalle imprese aderenti all’intesa, che, per converso, sono destinati a mantenere la loro validità, derivandone sic et simpliciter esclusivamente un’azione di risarcimento danni avverso le imprese “colluse”[4], esperibile da parte dei clienti[5]; siffatto risarcimento non sconta, peraltro, limitazioni di sorta, giovandosi di una sorta di retroattività esecutiva: è, difatti, previsto per tutti i contratti che costituiscano applicazione di intese illecite, anche laddove siano stati conclusi in epoca anteriore all’accertamento della loro illiceità da parte dell’autorità indipendente preposta alla regolazione di quel mercato.

Dalla motivazione di tale ultima ordinanza, peraltro, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non può certamente farsi discendere, né, tantomeno, pare possa presumersi la qualificazione tout court delle NBU in materia di contratti di fideiussione quali intese illecite (in quanto contenenti clausole contrarie a norme imperative) o la nullità in toto del contratto di fideiussione oggetto di contestazione. A tal riguardo non può che essere osservato che l’Autorità amministrativa, nel summenzionato provvedimento, abbia circoscritto l’accertamento della illiceità ad alcune specifiche clausole delle NBU, poi trasfuse nelle dichiarazioni unilaterali rese in attuazione di dette intese, circostanza che di per sé non esclude, né si pone in posizione di insuperabile incompatibilità con l’eventualità che, in concreto, la nullità del contratto “a valle” debba essere valutata dal giudice adito, nella sua integralità, alla stregua degli artt. 1418 ss. c.c., o che, parimenti, si possa vertere in un’ipotesi di sua parziarietà, trovando, viceversa, applicazione l’art.1419 c.c., nel caso in cui l’assetto degli interessi in gioco non venga pregiudicato da una siffatta pronuncia demolitoria[6].

Circostanza quest’ultima rinvenibile nello specifico caso oggetto del ricorso, ove la Corte territoriale, ritenendo di poter preservare la dichiarazione fideiussoria, ha proceduto a espungere soltanto quelle clausole ritenute frutto di intese illecite, poiché non incidenti sulla struttura né, tantomeno, sulla causa dell’contratto medesimo e, da ultimo, non interferenti in senso peggiorativo sulla posizione dei garanti, peraltro meglio tutelati a seguito dell’espunzione. Essendo favorevoli esclusivamente all’interesse dell’Istituto di credito (concorrendo, nella sostanza, ad aggravare la posizione dei fideiussori, rispetto a quella che sarebbe stata con l’applicazione della disciplina codicistica), risulta priva di pregio ogni doglianza, formulata dai ricorrenti, relativa la predisposizione unilaterale dello schema contrattuale: solo la Banca, difatti, avrebbe potuto dolersi dell’eteroregolamentazione manutentiva del contratto fideiussorio. Quest’ultima asserzione, invero, desta qualche perplessità, nella misura in cui l’Istituto di credito predisponente il contratto e, quindi, anche le singole clausole (eventualmente) tacciate di essere illecite possa anche dolersi della loro espunzione (si assisterebbe quasi a un’elusione del divieto di venire contra factum proprium).

 

Qui il testo integrale della sentenza.


[1] Sulla nullità sottesa all’art. 2 l. n. 287/1990, Cass. Civ., Sez. I, 22 maggio 2019, n. 13846, già commentata in questa Rivista, con nota di A. Zurlo, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale, 8 agosto 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/08/08/fideiussione-omnibus-e-disciplina-anticoncorrenziale/.

[2] Così, Cass. Civ., Sez. Un., 29 febbraio 2005, n. 2207, con nota di A. Guarneri, L’illecito antitrust degli assicuratori, le azioni degli assicurati e una questione di competenza risolta dalle Sezioni Unite., in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 2, 2005, 440. V. anche T. Meschini, Nota a Cass. civ. S.U. n. 2207 del 2005, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 6, 2005, 721.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, con nota di C. Belli, Contratto a “valle” in violazione di intese vietate dalla Legge Antitrust, in GiustiziaCivile.com, 25 maggio 2018. V. anche S. D’Orsi, Nullità dell’intesa e contratto “a valle” nel diritto antitrust, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 2019, 575.

[4] In tal senso, Trib. Napoli, 1 marzo 2019, n. 2338, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Lecci, Sulla nullità delle fideiussioni modello ABI, 3 aprile 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/04/03/sulla-nullita-delle-fideiussioni-modello-abi/.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 11 giugno 2003, n. 9384, con nota di F. Sebastio, I negozi vincolati in diritto civile e in diritto antitrust., in Giustizia Civile, fasc. 11, 2004, 2756; Cass. Civ., Sez. I, 13 febbraio 2009, n. 3640, con nota di T. Elisino, Il consulente del lavoro non è l’unico legittimato a prestare il servizio di elaborazione e stampa paghe dei lavoratori, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2009, 155; Cass. Civ., Sez. III, 20 giugno 2011, n. 13486, in dejure.it.

[6] Contra Trib. Treviso, Sez. II, 26 agosto 2019, n. 1852, già commentata in questa Rivista, con nota di A. Zurlo, Fideiussione e violazione normativa antitrust: la tutela è solo risarcitoria. Nota a una pronuncia controtendenza., 19 settembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/09/19/fideiussione-e-violazione-normativa-antitrust-la-tutela-e-solo-risarcitoria-nota-a-una-pronuncia-controtendenza/.

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