Sulla nullità delle fideiussioni modello ABI



Tribunale di Napoli, n. 2338 del 01 marzo 2019

Di Michael Lecci

 


Con la pronuncia in commento il Tribunale di Napoli affronta, tra gli altri, il tema relativo alla “nullità” delle fideiussioni bancarie conformi al modello ABI. Nello specifico la controversia, insorta su impulso della correntista che richiedeva l’accertarsi dell’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi, dell’applicazione di interessi ultralegali ed usurari e di commissioni e spese non pattuite, vedeva la Banca costituirsi con domanda riconvenzionale e con chiamata in causa di terzo (nei confronti dei fideiussori) al fine di conseguire il pagamento del saldo a debito della correntista.

 

Morte Legale Rappresentante S.r.l – Interruzione giudizio

 

Tra le varie questioni affrontate dal Tribunale di Napoli vi è quella relativa all’interruzione del giudizio nel caso di morte del legale rappresentante di una S.r.l. Al riguardo i Giudici, ribadendo il granitico orientamento della Cassazione secondo cui la morte di un ente munito di personalità giuridica non comporta l’interruzione del processo, hanno evidenziato come il concetto di rappresentanza legale, ex art. 299 c.p.c., abbia ad oggetto i soli soggetti incapaci, non potendosi estendere alle fattispecie di amministratori o liquidatori di enti muniti di personalità giuridica.

Sulla scorta di tale differenziazione il Tribunale non ha riconosciuto efficacia interruttiva del giudizio – contrariamente a quanto sostenuto da parte attrice – alla morte del legale rappresentante.

 

Prova del superamento del tasso soglia usura

 

Quanto alla asserita usurarietà del tasso di interesse applicato al rapporto bancario de quo i giudici evidenziano la mancanza della relativa prova non avendo la correntista, su cui incombeva il relativo onere, depositato agli atti di causa decreti ministeriali di rilevazione dei tassi soglia[1]. Tale carenza probatoria preclude l’esperimento di una CTU in quanto si tradurrebbe nella richiesta di una consulenza esplorativa, diretta a colmare l’inottemperanza dell’attore all’onere di produrre copia del D.M. rilevante ai fini della questione.

 

Commissione sul Massimo Scoperto

 

Con riferimento alla Commissione Massimo Scoperto il Tribunale rileva l’illegittimità della relativa pattuizione, in quanto, pur innanzi alla previsione contrattuale della percentuale e della base di calcolo (0,25% entro i limiti dell’affidamento e 1,50% oltre i limiti dell’affidamento) non venivano specificati gli importi ed i periodi relativamente ai quali veniva applicata. In tal modo al cliente non consentito avere effettiva contezza dell’entità della Commissione e di verificarne la corretta applicazione da parte della Banca.

I Giudici hanno, quindi, ritenuto che le somme versate a titolo di Commissione sul Massimo Scoperto fossero state illegittimamente incamerate dalla Banca[2]. Ciò in quanto in ogni caso, ed a prescindere da come si intenda calcolarla, non è dubbio che sia evidentemente necessaria la predeterminazione della base di calcolo su cui computare la commissione di massimo scoperto, in mancanza della quale la medesima non può che essere considerata nulla ex. art. 1346 c.c. per indeterminatezza dell’oggetto contrattuale (Trib. Cassino, 10.06.2008, n. 402).

 

Nullità delle fideiussioni per violazione normativa Antitrust

 

Nell’affrontare la doglianza relativa alla (eccepita) nullità delle fideiussioni conformi al modello ABI, sulla quale i Giudici si soffermano pur innanzi alla mancata allegazione del provvedimento dell’Autorità di Vigilanza (Banca d’Italia) del 02.05.05 n. 55 e del parere dell’AGCM al quale detto provvedimento prestava adesione, il Tribunale si è precipuamente soffermato sulla valutazione delle conseguenze derivanti dalla violazione della normativa antitrust.

Il dibattito inerente alla validità delle fideiussioni (c.d. contratti a valle) stipulate in conformità ad un modello censurato dalle Autorità di Vigilanza per violazione della normativa antitrust, trae spunto dalla pronuncia della Suprema Corte, n. 29810/2017) ove è stato statuito che “se la violazione “a monte” è stata consumata anteriormente alla negoziazione “a valle”,… la stessa non può che travolgere il negozio concluso “a valle”, per la violazione dei principi e delle disposizioni regolative della materia”; la menzionata pronuncia, invero, ha aperto le porte alla potenziale nullità derivata di tutti i contratti “a valle”.

La fattispecie sottoposta all’esame della Suprema Corte aveva ad oggetto le note clausole di cui agli artt. 2, 6 e 8 dello schema tipo di fideiussione elaborato dall’ABI nel 2002. Le predette disposizioni sono quelle relative alla c.d. clausola di reviviscenza, ovvero alla clausola che impone al fideiussore di tenere indenne la banca da vicende successive all’avvenuto adempimento in virtù delle quali la banca si sia trovata a dover restituire il pagamento ricevuto (la più ricorrente, la dichiarazione di inefficacia del pagamento ex art. 67 L.F.), della clausola in deroga all’art. 1957 c.c. e della clausola che estende la garanzia anche agli obblighi di restituzione del debitore derivanti dall’invalidità del rapporto principale.

Sul punto il Tribunale di Napoli, aderendo ad un (razionale e approfondito) orientamento già avanzato dal Trib. di Treviso, sez. III, 26/07/2018, n. 1623, ha ritenuto di non poter dare seguito alla declaratoria di nullità dei negozi di garanzia pur aderenti allo schema contrattuale censurato.

Nello specifico, i Giudici hanno evidenziato come la violazione della normativa anticoncorrenziale possa esclusivamente ingenerare una responsabilità di natura risarcitoria (cfr. Trib. Milano, sent. n. 9708 del 27/09/2017): “non vi è alcuna possibilità per i singoli utenti di avvalersi della sanzione della nullità prevista dall’art. 33 della L. 287/1990, norma che riguarda esclusivamente le intese restrittive tra imprese e non può applicarsi ai contratti che, sulla base di dette intese, siano stati conclusi con terzi, specie in considerazione del fatto che i destinatari diretti delle norme antimonopolistiche sono solo gli imprenditori commerciali del settore di riferimento e non anche i singoli utenti”.

Orbene, prosegue il Tribunale, a fronte della di intese anticoncorrenziali, rilevanti ex art. 2 L. 287/1990, la tutela esperibile è quella risarcitoria, attuabile sia nelle forme dell’iniziativa individuale attraverso anche la generosa estensione pretoria della legittimazione attiva all’azione ex art. 33 L. 287/1990 ad utenti e consumatori sancita da Cass. Civ. SS.UU  Febbraio 2005, n. 2207[3].

Peraltro, puntualizzano i Giudici, la declaratoria della nullità derivata di un contratto a valle presuppone, necessariamente ove non vi sia l’evidenza della illiceità nonché contrarietà a norma imperativa della convenzione, la dimostrazione del nesso di dipendenza delle fideiussioni con la deliberazione ABI ovvero un collegamento negoziale nel suo significato tecnico.

  • Sul nesso di dipendenza delle fideiussioni con la deliberazione ABI:

Tale ipotesi richiede il riscontro, tra i due contratti (l’intesa anticoncorrenziale e il contratto a valle), di un vincolo di dipendenza funzionale o, quantomeno, di un collegamento negoziale oggettivamente apprezzabile, legame il primo che non sembra invece riscontrarsi con riguardo alla normale dinamica della contrattazione individuale in cui, al contrario, le intese mostrano di non costituire un tutt’uno con i contratti a valle, di non essere a questi collegati né per legge né per volontà delle parti e di non rappresentarne in alcun modo un presupposto di esistenza, validità od efficacia (diverso è a dirsi nelle ipotesi previste dalla legge o dal codice, quali ad esempio i subcontratti o la delegazione di pagamento in cui il nesso di dipendenza e l’applicazione del principio simul stabunt simul cadent trova la propria espressa regolamentazione normativa).

  • Sul collegamento negoziale in senso tecnico:

Relativamente a tale aspetto è necessario che vi sia identità soggettiva tra le parti delle convenzioni nonché il nesso teleologico tra i negozi, volti alla regolamentazione degli interessi reciproci delle parti nell’ambito di una finalità pratica consistente in un assetto economico globale ed unitario, oltre che il requisito soggettivo, costituito dal comune intento pratico delle parti di volere non solo l’effetto tipico dei singoli negozi in concreto posti in essere, ma anche il coordinamento tra di essi per la realizzazione di un fine ulteriore.

Quest’ultimi elementi, tuttavia, non sono riscontrabili visto che “i contratti tra la singola impresa ed il cliente derivano piuttosto dall’autonomia private dei contraenti, ovvero da una autonoma manifestazione di consenso da cui può discendere indubbiamente anche l’eventuale recepimento all’interno del regolamento contrattuale delle singole clausole riproduttive dell’illecita determinazione, ma la circostanza che l’impresa collusa uniformi al programma anticoncorrenziale le manifestazioni della propria autonomia privata, non appare sufficiente a privare il successivo contratto a valle di una autonoma ragione pratica” (Trib. Treviso cit.).

Peraltro, i contratti conclusi in aderenza alla prassi di seguire gli schemi ABI possono qualificarsi come illeciti ex se visto che se “L’art. 2 della legge 287/1990 considera intese, ai fini della disciplina dettata dalla norma, non solo gli accordi, ma anche “le pratiche concordate”, che non solo “abbiano per oggetto”, ma anche che abbiano “per effetto” di impedire o falsare in modo consistente il gioco della concorrenza, così dimostrando di porre sullo stesso piano e di equiparare i patti anticoncorrenziali tra le imprese che si determinino a formare un “cartello” (e quindi i negozi giuridici con i quali due o più imprese si accordano per coordinarsi in modo da creare una situazione concorrenziale a loro favorevole) e i profili comportamentali dalle medesime tenute nella contrattazione con terzi”, dunque, “La norma citata vieta le intese, (affermandone, con un pleonastico ossimoro, la nullità “ad ogni effetto”) ma nulla dispone circa le sorti dei rapporti commerciali con altri contraenti. Questo rilievo è sufficiente di per sé ad escludere che si possa predicare la nullità del c.d. contratto “a valle” per violazione di norma imperativa ex art. 1418, co. I c.c., in quanto, perché possa affermarsi la nullità negoziale per violazione di norme poste a presidio di interessi generali, è necessario che dette norme disciplinino direttamente elementi intrinseci alla fattispecie negoziale, conformandone la struttura o il contenuto, ovvero impongano determinate condizioni di liceità della stipulazione, quali ad esempio particolari autorizzazioni amministrative ovvero l’iscrizione di uno o entrambi i contraenti in appositi albi o registri”, dovendosi ribadire, pertanto, l’assunto di principio per cui “la non interferenza tra regole di comportamento e regole di validità degli atti, alla stregua della quale la violazione di regole comportamentali o di correttezza giustifica soltanto l’adozione di rimedi risarcitori (cfr. Cass. Civ. SS.UU. 19.9.2007, n. 26724)”.

 

Liberazione del garante ex art. 1956 c.c.

 

Quanto alla doglianza relativa alla liberazione dei garanti, ex. art. 1956 c.c., per avere la banca continuato ad erogare credito alla debitrice principale o comunque omesso di risolvere per tempo il rapporto, pur consapevole del peggioramento delle condizioni patrimoniali di quest’ultima, il Tribunale puntualizza che, al fine dell’integrazione della fattispecie di cui all’art. 1956 c.c., debbono sussistere tanto l’elemento oggettivo della concessione di un ulteriore finanziamento, successivo al deterioramento delle condizioni economiche del debitore e sopravvenute rispetto all’epoca della prestazione della garanzia, quanto l’elemento soggettivo della consapevolezza del creditore del mutamento delle predette condizioni (cfr. ex multis, Cass. civ. n. 10870/2005).

Nel caso di specie, il Tribunale non ha ritenuto meritevole di accoglimento tale eccezione sulla scorta della mancanza degli elementi probatori.

 

La pronuncia del Tribunale di Napoli aggiunge un ulteriore elemento di novità al frastagliato panorama che vede la giurisprudenza di merito alternarsi tra declaratorie di nullità totale e declaratorie di nullità parziale (limitatamente agli artt. 2, 6 e 8 delle fideiussioni conformi al modello ABI).

 

Qui la pronuncia: Tribunale di Napoli, n. 2338 del 01 marzo 2019

 


[1] In tal senso, da ultimo, la Suprema Corte ha ribadito che: “La natura di atti meramente amministrativi dei decreti ministeriali … rende ad essi inapplicabile il principio “iura novit curia” di cui all’art. 113 cod. proc. civ., da coordinarsi, sul piano ermeneutico, con il disposto dell’art. 1 delle preleggi (che non comprende, appunto, i detti decreti tra le fonti del diritto)”. In altre parole, il principio jura novit curia va coordinato con l’art. 1 preleggi il quale indica le fonti del diritto, onde, laddove il primo eleva a dovere del Giudice la ricerca del “diritto”, non può non fare esclusivo riferimento alle vere e proprie fonti del diritto oggettivo, id est ai precetti che sono caratterizzati dal duplice connotato della normatività e della giuridicità, sicché vanno esclusi dall’ambito d’operatività del richiamato principio sia i precetti aventi carattere normativo ma non giuridico, sia quelli aventi carattere giuridico ma non normativo (come gli atti di autonomia privata o gli atti amministrativi) estranei alla previsione del menzionato art. 1 preleggi, sia quelli aventi forza normativa puramente interna, come gli statuti degli enti e i regolamenti interni.

Si veda: Decreti ministeriali: vale il principio iura novit curia?

[2] Si legge, nel provvedimento del Tribunale: “in un contesto nel quale era carente una disciplina legale dell’istituto, parte della giurisprudenza aveva perfino sposato la tesi della nullità radicale della commissione in ragione della mancanza di causa (cfr. Trib. Milano, n. 4081/2011 Trib. Parma, 23/03/2010, Trib. Torino 21/01/2010, Trib. Teramo 18/01/2010, Trib. Salerno 12/06/2009, Trib. Tortona 19/05/2018, Trib. Monza 07/04/2006 e 12/12/2005, Trib. Lecce 21/11/2005 e 11/02/2005, App. Milano 04/04/2003, Trib. Milano 04/07/2002). Altra parte della giurisprudenza, pur ammettendo la teorica legittimità della clausola, esigeva che la clausola stessa, per essere valida, dovesse risultare determinata o determinabile, ed, a tal fine, richiedeva che nel contratto fossero previsti quanto meno il tasso della commissione, i criteri di calcolo, la periodicità di tale calcolo (Trib. Monza 22/11/2011, Trib. Piacenza 12/04/2011 n. 309, Trib. Novara 16/07/2010, n. 774, Trib. Parma 23/03/2010, Trib. Teramo 18/01/2010 n. 84, Trib. Busto Arstizio 09/12/2009, Trib. Biella 23/07/2009, Trib. Genova 18/10/2006, Trib. Monza 14/10/2008 n. 2755, Trib. Cassino 10/06/2008 n. 402, Trib. Vibo Valentia 28/09/2005, Trib. Torino 23/07/2003, App. Roma 13/09/2001, App. Lecce 27/06/2000).

[3] Estensione che non ha più ragion d’essere, alla luce dell’introduzione dell’azione collettiva prevista dall’art. 140 bis D.Lgs. 206/2005  la quale, non a caso, è espressamente limitata “all’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni” a ristoro “del pregiudizio derivante agli stessi consumatori ed utenti da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali” (art. 140 bis D.Lgs. 6.09.2005, n. 206).

Per un approfondimento sul tema delle fideiussioni modello ABI si veda: La fideiussione omnibus, il modello abi e le clausole vessatorie. Alcune osservazioni

Sulla nullità parziale della fideiussione: Fideiussioni omnibus: la nullità è parziale

 

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