Rideterminazione del rapporto dare – avere, ripetizione dell’indebito e carattere delle rimesse: una nuova pronuncia riepilogativa della Suprema Corte.



Nota a Cass. Civ., Sez. I, 9 dicembre 2019, n. 32016.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

*********************************

Breve ricostruzione del fatto.

Una società per azioni in liquidazione aveva convenuto in giudizio la Banca, presso cui era titolare di un conto corrente, chiedendo che venisse dichiarata la nullità delle clausole inerenti la pattuizione di interessi ultralegali e la capitalizzazione trimestrale degli stessi, nonché per procedere alla conseguente rideterminazione del rapporto contabile, anche ai fini della verifica di un eventuale superamento del tasso soglia, con la condanna della convenuta alla restituzione delle somme illegittimamente addebitate.

L’Istituto di credito, costituendosi in giudizio, aveva chiesto il rigetto della domanda attorea, eccependo, nello specifico, la prescrizione del diritto azionato, e proponendo domanda riconvenzionale di condanna al pagamento di una somma quantificata in circa quattro milioni di euro. Il Tribunale di Milano aveva dichiarato la nullità della clausola di capitalizzazione degli interessi, e, al contempo, la prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito, relativamente al decennio anteriore alla proposizione della domanda; da ultimo, aveva accolto parzialmente la domanda riconvenzionale proposta dalla Banca.

La società aveva proposto appello, accolto parzialmente dalla Corte territoriale; più nello specifico, i giudici del gravame avevano confermato la prescrizione del diritto alla restituzione delle somme versate, rilevando che nel corso del rapporto di conto corrente la debitrice avesse superato i limiti del finanziamento concesso e richiamando, sul punto, l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di ripetizione delle rimesse indebitamente effettuate in conto corrente, per cui in caso di versamenti solutori (e non ripristinatori) il termine prescrizionale dovesse farsi correttamente decorrere non dalla chiusura del conto, ma dalla data di compimento delle singole operazioni.

Avversa tale pronunciamento proponeva ricorso per cassazione la società e resisteva con controricorso l’Istituto di credito.

 

La prescrizione del diritto alla ripetizione delle somme versate.

Con il primo motivo, la società ricorrente denunciava la nullità della sentenza impugnata e l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, osservando, segnatamente, che, nel dichiarare prescritto il diritto alla restituzione delle somme versate sul conto corrente, in virtù dell’asserito carattere solutorio delle rimesse, la Corte territoriale avesse erroneamente conferito rilievo all’intero svolgimento del rapporto (durato oltre cinquant’anni e caratterizzato da periodici e rilevanti sconfinamenti), pur avvalendosi, in maniera evidentemente contraddittoria, delle risultanze della perizia contabile espletata in primo grado, che aveva attenzionato soltanto l’ultimo decennio.

Il motivo, sì come formulato, è infondato.

In tal guisa, la Prima Sezione evidenzia come il carattere solutorio, attribuito ai versamenti effettuati sul conto corrente, trovi giustificazione nell’accertamento compiuto dalla sentenza gravata, secondo cui, pur essendo il rapporto assistito da un’apertura di credito, la società debitrice avesse superato i limiti del fido accordatole, maturando, in conseguenza, una notevole esposizione. Tale argomentazione non può ritenersi in qualche modo inficiata dalla circoscrizione dell’arco temporale dell’indagine periziale, non essendovi prova che, all’inizio di tale periodo il conto presentasse un saldo creditore e avendo la stessa ricorrente ammesso la sussistenza di “periodici e rilevanti” sconfinamenti, da qualificarsi come elementi impeditivi del riconoscimento di una natura ripristinatoria alle rimesse effettuate dalla correntista.

La limitazione risulta, peraltro, ossequiosa dell’orientamento consolidatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità, in tema di rapporti bancari in conto corrente, per cui, non essendo stato dedotto, né, tantomeno, dimostrato che fosse stata acquisita prova dell’andamento del conto nel periodo precedente o che fosse in altro modo emerso che al termine dello stesso il conto presentasse un saldo a credito del correntista, debbano restare a carico di quest’ultimo, secondo i principi generali dell’ordinamento, le conseguenze di tale lacuna probatoria. La Corte di Cassazione ha, difatti, a più riprese, affermato che, esclusa la validità della pattuizione d’interessi ultralegali o anatocistici a carico del correntista, per difetto dei requisiti di legge, l’onere di fornire la prova del credito fatto valere in giudizio incomba in ogni caso sull’attore, sia esso la Banca (che agisca per il recupero del saldo finale debitore del conto corrente)[1], o il correntista (che agisca per la ripetizione degli importi illegittimamente addebitati o corrisposti)[2].

Siffatta prova deve essere offerta documentalmente, allegando l’intero andamento del rapporto, mediante la produzione di tutti gli estratti conto attestanti i singoli addebiti e le corrispondenti rimesse, in modo da consentire una ricostruzione integrale delle partite di dare e avere[3]: a tale risultato non può, difatti, pervenirsi né attraverso la prova del saldo finale, in quanto lo stesso non consente di conoscere quali addebiti siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali al computo degli interessi, né, tantomeno, mediante la prova dei movimenti relativi a singoli periodi di contabilizzazione, i cui saldi iniziali e finali costituiscono a loro volta l’effetto di precedenti operazioni attive e passive, nonché del calcolo degli interessi e della relativa capitalizzazione.

Nel caso in cui gli estratti conto prodotti in giudizio (o gli altri documenti o argomenti di prova acquisiti agli atti, non potendosi riconoscere agli estratti valore di prova legale esclusiva)[4] non dovessero consentire una ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, riferendosi soltanto al periodo più recente, si è precisato che il parziale inadempimento dell’onere probatorio non [comporti] necessariamente il rigetto della domanda, trovando comunque applicazione la regola di giudizio dettata dall’art. 2697 c.c., la quale, ponendo a carico della parte onerata le conseguenze dell’inadempimento, impone di distinguere il caso in cui il correntista sia convenuto da quello in cui sia attore in giudizio, conseguendone che:

  1. nella prima ipotesi, l’accertamento del dare – avere possa aver luogo sulla base di ulteriori mezzi di prova idonei a fornire indicazioni certe e complete relativamente al saldo maturato all’inizio del periodo cui si riferiscono gli estratti conto prodotti. In senso non dissimile, possono valorizzarsi altri elementi (quali, ad esempio, le ammissioni del correntista stesso), idonei a consentire quantomeno di escludere che, con riferimento al periodo non documentato, egli abbia maturato un credito di imprecisato ammontare (tale da rendere impossibile la ricostruzione del rapporto di dare e avere tra le parti per il periodo successivo), e quindi di rielaborare i conteggi considerando pari a zero il saldo iniziale del primo degli estratti conto prodotti; in mancanza di tali dati la domanda deve essere respinta.
  2. Nella seconda, l’accertamento del dare – avere possa attuarsi con l’utilizzazione di prove che forniscano indicazioni certe e complete idonee a giustificare il saldo maturato all’inizio del periodo per cui sono stati prodotti gli estratti conto, nonché di elementi che consentano di affermare che il debito, nell’intervallo temporale non documentato, sia inesistente o inferiore al saldo passivo iniziale del primo degli estratti conto prodotti, o che permettano addirittura di affermare che in quell’arco di tempo sia maturato un credito per il cliente stesso; diversamente, si devono elaborare i conteggi partendo dal primo saldo debitore documentato [5].

 

La distinzione tra rimesse ripristinatorie e rimesse solutorie.

Con il secondo motivo, la società ricorrente lamentava che la sentenza impugnata avesse considerato tutti gli addebiti effettuati sul conto corrente come sconfinamenti dal fido, senza porre in essere una distinzione tra atti di utilizzazione dell’apertura di credito e operazioni effettuate allo scoperto, ovverosia tra rimesse ripristinatorie e quelle solutorie. A tal riguardo, l’eccezione di prescrizione sollevata risultava vaga e generica, con inevitabili ricadute anche sull’onere probatorio inerente alla natura delle rimesse, incombente sulla Banca resistente (e originariamente convenuta per la restituzione).

A giudizio della Prima Sezione anche questo motivo è infondato.

A fronte dell’eccezione di prescrizione, sollevata dall’Istituto di credito, l’attrice avrebbe dovuto provare che le rimesse effettuate, nel periodo anteriore al decennio che aveva preceduto la proposizione della domanda, avessero avuto carattere ripristinatorio, essendo affluite su di un conto corrente con saldo passivo non eccedente i limiti dell’apertura di credito a esso collegata. Essendo, infatti, la decorrenza della prescrizione condizionata al carattere solutorio dei versamenti effettuati dal correntista, questa decorre sempre dalla data del pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure i versamenti siano destinati a coprire un passivo superiore all’accreditamento[6]. In tal senso si è ripetutamente espressa la giurisprudenza di legittimità (non senza contrasti)[7] e, da ultimo, anche le Sezioni Unite[8], che hanno chiarito il principio per cui l’onere di allegazione gravante sull’istituto bancario convenuto in giudizio che intenda opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esercitato l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito [debba] ritenersi soddisfatto con la sola affermazione dell’inerzia del titolare del diritto e la dichiarazione di volerne profittare, senza che risulti necessaria anche l’indicazione di specifiche rimesse solutorie.

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 27 settembre 2018, n. 23313, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 16 aprile 2018, n. 9365, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 23 ottobre 2017, n. 24948, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 13 ottobre 2016, n. 20693, in dejure.it.

[3] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 28 novembre 2018, n. 30822, in dejure.it.

[4] V. Cass. Civ., Sez. I, 4 aprile 2019, n. 9526, con nota di C. Trapuzzano, Ricostruzione rapporti di conto corrente: la mancanza di estratti non implica necessariamente l’accertamento negativo del credito, in Ilprocessocivile.it, 8 luglio 2019.

[5] V. Cass. Civ., Sez. I, 2 maggio 2019, n. 11543, con nota di R. Bencini, Produzione incompleta degli estratti di conto corrente: alla ricerca del saldo attendibile, in Diritto & Giustizia, fasc. 79, 2019, 5.

[6] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 30 gennaio 2019, n. 2660, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 30 ottobre 2018, n. 27704, con nota di R. Bencini, A chi spetta provare l’affidamento in conto corrente?, in Diritto & Giustizia, fasc. 192, 2018, 7.

[7] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 7 settembre 2017, n. 20933, con nota di R. Bencini, La prova delle rimesse solutorie in conto corrente, in Diritto & Giustizia, fasc. 139, 2017, 28; Cass. Civ., Sez. I, 26 febbraio 2014, n. 4518, in dejure.it.

[8] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, con nota di F. Bartolini, Prescrizione del diritto alla ripetizione dei versamenti indebiti su conto corrente e decorrenza degli interessi, in Ilprocessocivile.it, 7 ottobre 2019; v. anche P. Cagliari, Dall’eccezione di prescrizione dell’azione di ripetizione del correntista alla struttura del rapporto di conto corrente, in Ilsocietario.it, 10 settembre 2019.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap