Sugli obblighi informativi e sulla facoltà di recesso, nell’intermediazione finanziaria.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 5 marzo 2020, n. 6199.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

La recentissima ordinanza in oggetto della Prima Sezione Civile si rivela un interessante, quanto dettagliato scrutinio di alcuni profili pragmatici, relativi sia all’atteggiarsi degli obblighi informativi gravanti sull’Intermediario finanziario, che alle concrete modalità di prospettazione della facoltà di recesso dell’investitore.

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Le circostanze fattuali.

Un investitore aveva convenuto in giudizio, innanzi al Tribunale di Messina, la propria Banca, per la declaratoria d’invalidità, anche solo parziale, del contratto avente a oggetto il piano finanziario «4You», nonché per il conseguente risarcimento dei danni subiti a seguito della condotta illegittima posta in essere dall’Istituto convenuto nella fase antecedente, contemporanea e successiva alla conclusione del contratto de quo.

Il giudice di primo grado aveva annullato i contratti collegati denominati «Piano finanziario 4You» e condannato la Banca al pagamento delle somme versate da parte attrice, oltre gli interessi legali dal giorno dei singoli esborsi fino al soddisfo, e delle spese processuali.

L’Istituto aveva proposto gravame e l’investitore, costituitosi, aveva formulato appello incidentale, richiedendo il risarcimento dei danni, da liquidarsi anche in via equitativa.

La Corte d’Appello di Messina accoglieva l’appello principale, rigettando quello incidentale e condannando l’appellato a restituire alla Banca le somme ricevute in esecuzione della sentenza di primo grado, compensando le spese di entrambi i gradi del giudizio.

Avverso tale pronunciamento, l’investitore ricorreva in cassazione, formulando undici motivi. La Banca presentava controricorso, con ricorso incidentale sulla compensazione delle spese processuali di entrambi i gradi del giudizio.

 

Le ragioni della decisione.

Il primo motivo di ricorso: l’asserito inadempimento degli oneri informativi, ex artt. 21 TUF e 28 Reg. Consob.

Con il primo motivo, il ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 21 TUF, dell’art. 28 del Reg. Consob n. 11522/98, in combinato disposto con l’art. 1337 c.c. In particolare, la sentenza impugnata veniva censurata nella parte in cui aveva ritenuto adempiuti gli obblighi informativi da parte della Banca intermediaria, di cui ai prefati artt. 21 TUF e art. 28 Reg. Consob.

La Prima Sezione Civile giudica inammissibile la doglianza. La Corte d’Appello, invero, aveva ritenuto assolto l’onere informativo attraverso la produzione dei documenti sottoscritti dalla cliente e, specificamente, del documento sui rischi generali degli investimenti finanziari e della scheda di individuazione del profilo dell’investitore (nei quali, quest’ultimo si era dichiarato persona «con approfondita esperienza finanziaria» e «con alta propensione al rischio»), dai quali aveva tratto la conferma, oltre che dell’adempimento agli oneri informativi, della fattiva ricezione di tutte le informazioni necessarie per esprimere un consenso consapevole.

I giudici di secondo grado avevano, inoltre, precisato che il testo contrattuale fosse stato redatto in forma sufficientemente chiara e tale da essere compreso compiutamente con riferimento all’operazione finanziaria, alla finalità perseguita, all’oggetto e alle relative prestazioni. Di talché, a fronte dei disposti accertamenti in fatto operati dalla Corte territoriale, avrebbe dovuto essere onere del ricorrente indicare specificamente quali fossero stati gli obblighi informativi non assolti.

 

Il secondo motivo di ricorso: l’allocazione temporale delle informazioni.

Con il secondo motivo, si deduceva la violazione e falsa applicazione dell’art. 132, primo comma, n. 4, c.p.c. e dell’art. 111 Cost., con riferimento all’art. 21 TUF, all’art. 28 Reg. Consob, all’art. 1337 c.c., stante la manifesta illogicità o contraddittorietà della motivazione. Più nello specifico, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello non avesse considerato che le informazioni avrebbero dovuto precedere la sottoscrizione del contratto, piuttosto che essere contenute nella stessa scrittura contrattuale.

Il motivo è infondato. La Corte territoriale aveva valutato le dichiarazioni contenute nella scheda informativa sottoscritta dalla cliente e il documento inerente ai rischi generali degli strumenti finanziari, escludendo che nel processo cognitivo dell’investitore vi fosse stato un vizio tale da precludere il raggiungimento di un consenso consapevole. Laddove è stato ritenuto che la Banca avesse fornito le informazioni necessarie al cliente, che riguardavano la fase della contrattazione vera e propria e non la fase delle trattative, i giudici di secondo grado non hanno inteso affermare, come pretestuosamente sostenuto, che gli oneri informativi non fossero stati assolti nella fase delle trattative: invero, soccorre la lettura della motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui la Corte ha precisato che, prima della stipulazione, la Banca aveva dimostrato di avere consegnato la documentazione atta ad addivenire alla formazione di un consenso consapevole in capo al cliente.

 

Il terzo motivo di ricorso: riempimento del modulo di profilatura absque pactis.

Con il terzo motivo, la ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione degli artt. 21 e 23 TUF, 26, 28, 29 e 36 del Reg. Consob, 1337, 1175 e 1375 c.c., in combinato disposto con l’art. 345, terzo comma, c.p.c., con gli artt. 214, 215 e 216 c.p.c., anche con riferimento all’art. 1439 c.c. In sostanza, oltre a insistere nuovamente sulla violazione degli obblighi informativi, deduceva che il documento sui rischi generali degli strumenti finanziari fosse stato prodotto soltanto in grado di appello, in palese violazione del prefato art. 345 c.p.c., e che nella scheda per l’individuazione del profilo del cliente le caselle attinenti alla pregressa esperienza finanziaria e alla personale propensione al rischio contrassegnate, nel modulo prestampato, fossero state artefattamente contrassegnate.

Il Collegio giudica il motivo inammissibile, nella generica riproposizione della censura relativa alla violazione degli obblighi informativi, e infondato, nel resto.

Con riguardo al documento generale sui rischi, nel giudizio d’appello, costituisce prova nuova indispensabile, ai sensi dell’art. 345, terzo comma, c.p.c., quella di per sé idonea a eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola, senza lasciare margini di dubbio, oppure provando quel che era rimasto indimostrato o, comunque, non sufficientemente provato (a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado)[1]. In tal guisa, la produzione del documento sui rischi generali degli strumenti finanziari costituisce prova nuova indispensabile, in quanto decisiva dell’inadempimento dei corrispondenti obblighi informativi.

Quanto alla scheda per l’individuazione del profilo del cliente, la contestazione del ricorrente configura la denuncia di un riempimento abusivo di foglio firmato in bianco absque pactis. L’investitore, infatti, pur riconoscendo la propria sottoscrizione, assume che il riempimento è avvenuto senza la sua autorizzazione. Trattasi di una contestazione che, coinvolgendo la stessa provenienza delle dichiarazioni da chi le ha sottoscritte, nella quale l’interpolazione del testo investe il modo di essere oggettivo dell’atto tanto da realizzare una vera e propria falsità materiale, richiede la proposizione di una querela di falso, ex art. 2702 c.c.[2], nella specie non proposta.

 

Il quarto motivo di ricorso: contestazione della fotocopia all’originale.

Con il quarto motivo, il ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 132, primo comma, n. 4, c.p.c. e dell’art. 111 Cost., con riferimento all’art. 2719 c.c., avuto riguardo agli artt. 21 e 23 TUF, all’art. 28 Reg. Consob, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. Segnatamente, veniva dedotto che la Corte d’Appello avesse affermato, quanto alla scheda per l’individuazione del profilo del cliente, che, pur in presenza di contestazioni della conformità della fotocopia prodotta all’originale, l’accertamento di tale conformità potesse essere comunque eseguito mediante altri mezzi di prova, non acquisiti nella specie.

II motivo, sì come formulato, è inammissibile. Si tratta, difatti, di una censura inidonea a contrastare la ratio decidendi principale, che è costituita dalla negazione di una valida contestazione della conformità della fotocopia all’originale.

 

Il quinto motivo di ricorso: il dolo omissivo della Banca.

Con il quinto motivo, si lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 1438 c.c., in combinato disposto con gli artt. 21 e 23 TUF, con gli artt. 26, 28, 29 e 36 Reg. Consob, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c.

II motivo è inammissibile, poiché si tratta di una censura di merito, finalizzata a un nuovo e diverso accertamento in fatto del dolo omissivo della Banca, quale causa di annullamento del contratto, in quanto incidente sulla natura e sulle caratteristiche del piano finanziario proposto. La censura, sì come formulata, si risolve in una critica al ragionamento logico adottato dal giudice di merito e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli elementi probatori, ipotesi non integrante neppure un vizio motivazionale ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c.

 

Il sesto motivo di ricorso: omessa consegna dei prospetti informativi, nell’attività di offerta fuori sede.

Con il sesto motivo, l’investitore lamentava l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, con riferimento all’omessa consegna dei «Prospetti informativi» relativi ad alcuni strumenti finanziari, come prescritta dall’art. 36, primo comma, lett. c), Reg. Consob, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., trattandosi di offerta di acquisto fuori sede.

Per la Prima Sezione, il motivo è inammissibile, dal momento che presuppone l’accertamento dell’offerta fuori sede, integrante un accertamento di fatto non risultante dalla sentenza impugnata. Ai sensi dell’art. 36, primo comma, lett. c), Reg. Consob, nell’attività di offerta fuori sede, gli intermediari, per il tramite dei promotori finanziari, devono consegnare all’investitore, prima della sottoscrizione del contratto, copia dei prospetti informativi. A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto occasione di evidenziare che «qualora una questione giuridica – implicante un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che la proponga in sede di legittimità, onde non incorrere nell’inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, per consentire alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la censura stessa»[3].

 

Il settimo motivo di ricorso: l’indicazione della facoltà di recesso.

Con il settimo motivo, era censurata la violazione e falsa applicazione dell’art. 1418 c.c., in combinato disposto con l’art. 30 TUF, con l’art. 36, primo comma, lett. c), Reg. Consob, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c.

Il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello non avesse dichiarato la nullità del contratto, per violazione dell’art. 30, sesto comma, TUF, per difetto della puntuale indicazione della facoltà di recesso del cliente.

Il motivo è inammissibile. Il giudice di primo grado aveva ritenuto essere stato ottemperato dalla Banca l’obbligo di indicare nel contratto la facoltà di recesso riconosciuta al cliente, ai sensi dell’art. 30, sesto comma, TUF e che dagli atti risultasse che il promotore finanziario, con dichiarazione scritta, firmata per accettazione dallo stesso investitore, avesse indicato il domicilio al quale, in caso di recesso, avrebbe dovuto essere inviata la dichiarazione di cui al citato art. 30 e, infine, che la richiamata norma fosse espressamente richiamata anche nel prospetto informativo allegato al contratto.

La statuizione del Tribunale di Messina doveva essere sottoposta ai giudici di secondo grado, mediante la proposizione di un appello incidentale, non essendo sufficiente la mera riproposizione della questione ai sensi dell’art. 346 c.p.c., per il giudicato interno formatosi ai sensi dell’art. 329, secondo comma, c.p.c.[4].

 

L’ottavo motivo di ricorso: l’adeguatezza delle informazioni ricevute.

Il ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 2735 c.c., in combinato disposto con gli artt. 21 e 23 TUF, con gli artt. 28 e 29 Reg. Consob, con gli artt. 1175, 1337 e 1375 c.c., con riferimento agli artt. 1173, 1223 e 1226 e 2059 c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. In particolare, censurava la sentenza impugnata lì dove aveva ritenuto l’adeguatezza delle informazioni ricevute sulla base dell’attestazione rilasciata dalla cliente nel contratto.

Il motivo è infondato. Sul punto, i giudici del gravame avevano evidenziato che l’Intermediario avesse assolto agli obblighi informativi prescritti dagli artt. 28 e 29 e agli obblighi di conoscenza del prodotto di cui all’art. 21 TUF, in considerazione della produzione dei documenti sottoscritti dalla cliente, del testo contrattuale redatto in forma sufficientemente chiara e tale da essere compreso compiutamente e dell’espressa indicazione che l’operazione richiesta fosse quella di concessione di un finanziamento con obbligo di rimborso. In altri termini, la Corte d’Appello non aveva valorizzato la dichiarazione dell’investitore in merito all’adeguatezza delle informazioni ricevute; ne consegue l’insussistenza del vizio di violazione di legge dedotto, non avendo il giudice di secondo grado operato alcuna erronea ricognizione della fattispecie astratta, né tantomeno di quella concreta, a mezzo delle risultanze di causa.

 

Il nono motivo di ricorso: riconoscimento danni, ex art. 2059 c.c.

Con il nono motivo, il ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c., in combinato disposto con gli artt. 21 e 23 TUF, con gli artt. 1173 e 1226 c.c., con riferimento all’art. 333 c.p.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c.

II motivo è infondato. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento dei danni derivanti dalla violazione degli obblighi informativi, la cui richiesta era stata riproposta con appello incidentale dopo che il tribunale l’aveva respinta per mancata precisazione dei danni subiti. Il rigetto della domanda risarcitoria è l’esatto corollario giuridico del non riconoscimento del suo presupposto, ovvero della ritenuta inesistenza dell’inadempimento degli obblighi informativi dell’Intermediaria.

 

Il decimo motivo di ricorso: limitazioni alla libertà di recesso.

Con il penultimo motivo, si lamentava la nullità della sentenza impugnata per omessa pronuncia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., sulla domanda giudiziale di nullità di una clausola contrattuale, dedotta ex art. 24, primo e secondo comma, TUF, anche con riferimento all’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c.

La Prima Sezione addiviene all’infondatezza della doglianza. La ricorrente deduceva che la Corte d’Appello di Messina non si fosse pronunciata sul reale contenuto della domanda, con la quale si era fatta valere la violazione del diritto di recesso del cliente, previsto dall’art. 24, primo e secondo comma, TUF: difatti, il concomitante scioglimento del rapporto di finanziamento, associato al recesso dall’investimento, avrebbe comportato per il cliente l’obbligo di restituire immediatamente l’intero importo del finanziamento ricevuto, rappresentando un limite alla libertà del recesso stesso, esercitabile solo da soggetti dotati di un’adeguata capacità patrimoniale.

I giudici di secondo grado avevano specificamente affermato che la clausola de qua, diversamente da quanto prospettato, fosse stata scritta in forma chiara e intellegibile, nonché fosse stata sottoscritta dalla cliente, che rimaneva liberamente facultata ad adempiere in via anticipata al finanziamento. Non ricorre, pertanto, il vizio di omessa pronuncia.

 

L’undicesimo motivo di ricorso: nullità della clausola di determinazione del compenso dell’Intermediario.

L’ultimo motivo di ricorso verteva sulla violazione e falsa applicazione degli artt. 132, primo comma, n. 4, c.p.c. e 111 Cost., in combinato disposto con l’art. 115 c.p.c., con gli artt. 21 e 23 TUF, con gli artt. 26 e 36 Reg. Consob, con gli artt. 1175 e 1375 c.c., con riferimento all’art. 1418 c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. Più nel dettaglio, il ricorrente contestava il rigetto della domanda di nullità della clausola riguardante la determinazione del compenso dell’Intermediaria, sostenendo che, a dispetto della contraria statuizione della Corte d’Appello, alla ricorrente non fosse stato in realtà consegnato l’allegato contenente i criteri di calcolo.

II motivo è inammissibile, perché si tratta di una censura di merito, finalizzata a un nuovo e diverso accertamento avente a oggetto la consegna del prospetto, con indicazione dei criteri di calcolo dei compensi, dei tempi e delle modalità di pagamento della banca.

 

Il ricorso incidentale.

Come anticipato in narrativa, la Banca aveva presentato ricorso incidentale, con il quale era censurata l’ingiusta compensazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio e la violazione degli artt. 91 e 92, secondo comma, c.p.c., in combinato disposto con l’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c.

L’appello è infondato. È d’uopo rilevare come sia orientamento consolidato quello per cui «il giudizio sulla sussistenza di giusti motivi per la compensazione delle spese processuali , nella vigenza dell’art. 92 c.p.c. nella formulazione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 2, comma 1, della legge n. 263 del 2005, è rimesso al giudice di merito ed è di norma incensurabile in sede di legittimità, a meno che la motivazione che lo sorregge non sia illogica, tautologica, inesistente o meramente apparente»[5].

Nella versione applicabile ratione temporis, la norma richiamata stabiliva che «se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti». La Corte di Cassazione, nell’interpretare detta disposizione, aveva stabilito i seguenti principi generali: i «giusti motivi» che giustificavano la compensazione delle spese devono essere valutati dal giudice di merito caso per caso; il giudizio sulla compensazione delle spese è rimesso al giudice di merito ed è di norma incensurabile in sede di legittimità; è censurabile in sede di legittimità la coerenza e la razionalità della motivazione con la quale il giudice di merito abbia disposto la compensazione.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva motivato, in modo coerente e razionale, la disposta compensazione delle spese processuali, tenendo in debita considerazione le incertezze interpretative registratesi con riferimento alle norme impositive dei doveri di trasparenza e informazione a carico degli intermediari finanziari e le conseguenti oscillazioni della giurisprudenza. Non sussiste, quindi, alcuna violazione del precetto di cui all’art. 92 c.p.c.

In definitiva, in esito alle considerazioni svolte, la Prima Sezione rigetta il ricorso principale e quello incidentale.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 4 maggio 2017, n. 10790, con nota di M. Di Marzio, Le Sezioni Unite si pronunciano sulle prove indispensabili in appello, in Ilprocessocivile.it, 15 maggio 2017; Cass. Civ., Sez. II, 3 ottobre 2008, n. 24129, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 17 gennaio 2018, n. 899, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 27 maggio 2016, n. 11028, in dejure.it.

[3] V. Cass. Civ., Sez. VI, 13 dicembre 2019, n. 32804, in dejure.it.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 12 maggio 2017, n. 11799, con nota di M. Di Marzio, Le Sezioni Unite fanno chiarezza sulla riproposizione in appello delle eccezioni non accolte, in Ilprocessocivile.it, 19 maggio 2017; Cass. Civ., Sez. Lav., 28 agosto 2018, n. 21264, in dejure.it.

[5] V. Cass. Civ., Sez. VI, 3 luglio 2019, n. 17816, in dejure.it.

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