Sulla prescrizione decennale delle rimesse e sulla relativa eccezione.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 28 febbraio 2020, n. 5610.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

Le circostanze di fatto.

Un correntista aveva convenuto in giudizio, innanzi al Tribunale di Mantova, la propria Banca, chiedendone la condanna alla restituzione delle somme indebitamente percepite, applicando interessi debitori ultralegali (la cui misura non era stata pattuita per iscritto), la capitalizzazione trimestrale e la commissione di massimo scoperto (anch’essa non pattuita). Si era costituito in giudizio l’Istituto, chiedendo il rigetto della domanda ed eccependo la decadenza per mancata contestazione degli estratti conto, l’irripetibilità del pagamento degli interessi in misura ultralegali, quali obbligazioni naturali e la prescrizione decennale delle rimesse.

Il Tribunale di Mantova, ritenuta l’operatività della prescrizione nei limiti del decennio, calcolato a ritroso dalla notifica dell’atto di citazione, aveva accolto la domanda, con riferimento agli interessi ultralegali e all’anatocismo, escludendo la pattuizione della commissione di massimo scoperto, condannando la Banca convenuta al pagamento di una somma pari a euro € 16.027,47, oltre interessi e spese.

Avverso tale sentenza aveva proposto appello il correntista, a cui aveva resistito l’appellata, proponendo appello incidentale.

La Corte d’Appello di Brescia, esperita preliminarmente consulenza tecnica d’ufficio, aveva concluso per il rigetto dell’impugnazione principale e di quella incidentale, pur tuttavia rideterminando l’importo dell’indebito in € 18.322,70, a spese compensate. Contro siffatto pronunciamento, proponevano ricorso per cassazione gli eredi del correntista – attore, nel frattempo deceduto, svolgendo due motivi. La Banca depositava controricorso, chiedendo il rigetto dell’avversaria impugnazione.

 

I motivi di ricorso e le ragioni della decisione.

Con il primo motivo, i ricorrenti denunciano la violazione e/o la falsa applicazione di legge, in relazione all’art.2697, secondo comma, c.c., e all’eccezione di prescrizione sollevata dalla Banca. Più nello specifico, a loro giudizio, la Corte territoriale aveva erroneamente invertito la regola dell’onere probatorio quanto agli elementi costitutivi dell’eccezione di prescrizione proposta dall’Istituto; non era l’attore a dover provare che il proprio credito non si fosse prescritto (e, quindi, a dover provare l’apertura di credito e la natura ripristinatoria dei versamenti eseguiti sul conto), quanto la Banca a dover comprovare la fondatezza della propria eccezione. Evidenziavano, inoltre, la circostanza per cui il rapporto di conto corrente fosse stato instaurato nel 1990, quando i contratti bancari non necessitavano di forma scritta e potevano essere conclusi anche verbalmente (o per fatti concludenti) e che, sebbene il conto fosse stato costantemente in passivo, la Banca non avesse mai intimato il rientro o assunto altre iniziative di revoca, recesso, diffida, segnalazione a sofferenza.

Il Collegio, ai fini di un corretto esame della doglianza, ritiene di dover richiamare quanto statuito, in tema di ripetizione dell’indebito, dalle Sezioni Unite[1]. Laddove, dopo la cessazione di un contratto di apertura di credito bancario, regolato in conto corrente, il correntista agisca per far dichiarare la nullità della clausola di corresponsione di interessi anatocistici e, conseguentemente, per chiedere la ripetizione di quanto indebitamente corrisposto, il termine di prescrizione decennale, a cui tale azione di ripetizione è soggetta, decorre, ove i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto in cui sono stati registrati gli interessi non dovuti, perché il contratto di conto corrente bancario collega le varie operazioni, sostituendo ai pagamenti e alle riscossioni, gli accreditamenti e gli addebitamenti sul conto, attraverso una registrazione contabile continuativa delle diverse operazioni (e non attraverso una compensazione, in senso tecnico, come modalità di estinzione delle obbligazioni né attraverso pagamenti in senso tecnico).

Secondo quando asserito dai ricorrenti, non avrebbe dovuto essere loro addebitata la dimostrazione dell’esistenza di un contratto di apertura di credito e la natura ripristinatoria delle rimesse, dovendo essere al contrario onere della Banca comprovare i presupposti dell’eccezione di prescrizione e, dunque, l’inesistenza di una apertura di credito e la natura solutoria delle rimesse.

In tal guisa, occorre rammentare che la prefata sentenza delle Sezioni Unite (n. 24418/2010) abbia anche precisato che, per il sorgere del diritto alla ripetizione di un pagamento indebitamente eseguito, il pagamento debba, in primo luogo, esistere, con l’esecuzione di una prestazione da parte di un soggetto (solvens), con conseguente spostamento patrimoniale in favore di altro soggetto (accipiens), e, in secondo luogo, essere ben individuabile. Di conseguenza, non può ipotizzarsi il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto un atto giuridico definibile come pagamento e cui l’attore attribuisca natura indebita. Tale situazione non muta neppure quando la natura indebita sia la conseguenza dell’accertata nullità del negozio giuridico in esecuzione del quale il pagamento sia stato effettuato, poiché sono ontologicamente diverse la domanda finalizzata alla declaratoria di nullità di un atto (che non si prescrive affatto) e quella volta a ottenere la condanna alla restituzione di ciò che si è pagato (soggetta, per contro, a prescrizione decennale).

In base al disposto degli artt. 1842 e 1843 c.c., l’apertura di credito si attua mediante la messa a disposizione, da parte della Banca, di una somma di denaro che il cliente può utilizzare, anche a più riprese, e della quale, per l’intera durata del rapporto, può ripristinare in tutto o in parte la disponibilità, eseguendo versamenti che gli consentiranno poi eventuali ulteriori prelevamenti entro il limite complessivo del credito accordatogli. I versamenti effettuati dal correntista, durante lo svolgimento del rapporto, possono esser considerati pagamenti (tali da poter formare oggetto di successiva ripetizione, ove indebiti) nel caso in cui abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della Banca, ovverosia quando siano stati eseguiti su un conto in passivo (o scoperto) cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista; oppure, alternativamente, quando siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento.

Per contro, ove il passivo non abbia superato il limite dell’affidamento concesso, i versamenti in conto fungono unicamente da atti ripristinatori della provvista, della quale il correntista può ancora continuare a godere, rispetto ai quali la prescrizione decennale decorre non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma, viceversa, dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.

Posto che, secondo la sentenza delle Sezioni Unite, la prescrizione del diritto alla restituzione abbia decorrenza diversa a seconda del tipo di versamento effettuato (solutorio o ripristinatorio), in seno alla giurisprudenza di legittimità si è posta la questione se, nel formulare l’eccezione di prescrizione, la Banca dovesse necessariamente indicare il termine iniziale del decorso della prescrizione, ovverosia l’esistenza dei singoli versamenti solutori, a partire dai quali l’inerzia del titolare del diritto potesse venire in rilievo[2], o se, antiteticamente, l’Istituto potesse limitarsi a opporre tale inerzia, spettando al giudice verificarne l’effettività e la durata, in base alla norma in concreto applicabile[3].

Contrasto giurisprudenziale risolto da una nuova pronuncia delle Sezioni Unite[4], lì dove è stato statuito che, in tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’Istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, sia soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria, quindi, l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte.

Secondo le Sezioni Unite, l’onere di allegazione del convenuto deve essere distinto a seconda che si sia in presenza di eccezioni in senso stretto o di eccezioni in senso lato: nel primo caso, i fatti estintivi, modificativi o impeditivi, possono esser introdotti nel processo solo dalla parte; nel secondo, contrariamente, sussiste il potere – dovere di rilievo da parte dell’Ufficio. Pur nella loro indiscutibile connessione, l’onere di allegazione è da tenere concettualmente distinto da quello della prova, attenendo il primo alla delimitazione del thema decidendum, mentre il secondo alla verifica della fondatezza della domanda (o dell’eccezione). Di talché, l’aver assolto all’onere di allegazione non significa avere proposto una domanda o un’eccezione fondata, in quanto l’allegazione deve, poi, esser provata dalla parte cui, per legge, incomba il relativo onere, e le risultanze probatorie devono essere valutate (in fatto e in diritto) dal giudice.

Con specifico riferimento alla prescrizione estintiva, come già affermato in seno alla giurisprudenza di legittimità[5], l’elemento costitutivo è rappresentato dall’inerzia del titolare del diritto fatto valere in giudizio, mentre la determinazione della durata, necessaria per il verificarsi dell’effetto estintivo, si configura come una quaestio iuris concernente l’identificazione del diritto e del regime prescrizionale per esso previsto dalla legge. La riserva alla parte del potere di sollevare l’eccezione (in senso stretto) implica che a questa sia fatto onere soltanto di allegare il menzionato elemento costitutivo e di manifestare la volontà di profittare di quell’effetto e non anche di indicare direttamente o indirettamente (cioè attraverso specifica menzione della durata dell’inerzia) le norme applicabili al caso di specie (identificazione che spetta al giudice, che potrà applicare una norma di previsione di un termine diverso)[6].

In linea con i principi in tema di onere di allegazione, in generale, e di onere di allegazione riferito alla specifica eccezione di prescrizione, non è, in definitiva, necessaria l’indicazione, da parte della Banca, del dies a quo del decorso della prescrizione; l’elemento qualificante dell’eccezione di prescrizione è l’allegazione dell’inerzia del titolare del diritto, che costituisce il fatto principale, al quale la legge connette l’invocato effetto estintivo. Richiedere al convenuto, ai fini della valutazione di ammissibilità dell’eccezione, che tale inerzia sia particolarmente connotata in riferimento al termine iniziale (mediante l’individuazione e la specificazione delle diverse rimesse solutorie) comporterebbe l’introduzione surrettizia di una nuova tipizzazione delle diverse forme di prescrizione. La specifica indicazione delle rimesse solutorie deve essere correttamente allocato sul piano della prova, che, come argomentato, è contiguo, ma differente da quello delle allegazioni.  

Nel caso di specie, non era la Banca a dover provare il fatto negativo dell’inesistenza di apertura di credito, o la natura solutoria delle rimesse (che, invece, scaturiva automaticamente dall’assenza di prova di un rapporto di affidamento in conto corrente), essendole, per converso, bastevole eccepire il decorso del tempo e far valere, quindi, la prescrizione dall’annotazione delle singole rimesse.

I ricorrenti, con la seconda parte del motivo, sostenevano che, ai fini della prova della stipulazione di un contratto bancario di apertura di credito risalente al 1990, non fosse necessaria la forma scritta.

La Prima Sezione evidenza come l’obbligo de quo, per i contratti relativi alle operazioni e ai servizi bancari, sia stato effettivamente imposto dall’art. 3 della legge n. 154/1992 (recante norme per la trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari). Prima della sua entrata in vigore, il contratto di apertura di credito veniva considerato a forma libera, passibile, quindi, di una conclusione anche per fatti concludenti[7]. Modalità ritenuta non verificatasi nel caso di specie dalla Corte bresciana.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418, con nota di F. Greco, Anatocismo bancario e prescrizione: le Sezioni Unite e la difficile applicabilità del decreto mille proroghe. Continua il match tra correntisti e banche, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 2011, 810. V. anche G. Milizia, Anatocismo: l’azione di ripetizione, soggetta alla prescrizione ordinaria dalla chiusura del conto corrente, si estende a tutte le operazioni effettuate ed è esclusa la capitalizzazione degli interessi ultralegali a debito del risparmiatore, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2010, 545; G. M. Celardi, L’anatocismo bancario nella giurisprudenza di legittimità, in Giustizia Civile, fasc. 10, 2011, 2335B.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 26 febbraio 2014, n. 4518 del 2014, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 7 settembre 2017, n. 20933, con nota di R. Bencini, La prova delle rimesse solutorie in conto corrente, in Diritto & Giustizia, fasc. 139, 2017, 28; Cass. Civ., Sez. I, 30 novembre 2017, n. 28819, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Lecci, Saldo zero su azione di ripetizione promossa dal correntista, 2 dicembre 2017, https://www.dirittodelrisparmio.it/2017/12/02/saldo-zero-su-azione-di-ripetizione-promossa-dal-correntista/; Cass. Civ., Sez. I, 9 luglio 2018, n. 17998, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 12 luglio 2018, n. 18479, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 21 dicembre 2018, n. 33320, in dejure.it.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 30 gennaio 2017, n. 2308, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 26 luglio 2017, n. 18581, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 22 febbraio 2018, n. 4372, con nota di G. Satta, Eccezione di prescrizione delle rimesse solutorie: l’onere probatorio non incombe alla Banca, in Diritto & Giustizia, fasc. 35, 2018, 6; Cass. Civ., Sez. I, 8 marzo 2018, n. 5571, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 10 luglio 2018, n. 18144, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 29 novembre 2018, n. 30885, con nota di G. Tarantino, Omessa sottoscrizione da parte della banca: nessuna nullità se la banca vi ha dato attuazione, in Diritto & Giustizia, fasc. 212, 2018, 10; Cass. Civ., Sez. I, 30 gennaio 2019, n. 2660, in dejure.it.

[4] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Chironi, Le Sezioni Unite sull’eccezione generica di prescrizione delle rimesse solutorie, 17 giugno 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/06/17/le-sezioni-unite-sulleccezione-generica-di-prescrizione-delle-rimesse-solutorie/. V. anche F. Bartolini, Prescrizione del diritto alla ripetizione dei versamenti indebiti su conto corrente e decorrenza degli interessi, in Ilprocessocivile.it, fasc., 7 ottobre 2019; R. Villani, Se il creditore ha messo in mora la banca gli spettano gli interessi dal giorno della diffida, in Diritto & Giustizia, fasc. 109, 2019, 17.

La questione posta all’esame delle Sezioni Unite si incentrava sulla delimitazione dell’onere di allegazione gravante sull’Istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate, nel corso del rapporto di conto corrente che sia assistito da un’apertura di credito.

[5] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 25 luglio 2002, n. 10955, in dejure.it.

[6] L’identificazione della fattispecie estintiva, cui corrisponde l’eccezione di prescrizione, va correttamente compiuta alla stregua del fatto principale e tale fatto va individuato nell’inerzia del titolare; il tempo è configurato soltanto come la dimensione del fatto principale, una circostanza a esso inerente, che non ha valore costitutivo di un corrispondente tipo di prescrizione; non esistono tanti tipi di prescrizione in relazione al tempo del suo maturarsi, e correlativamente, con l’indicazione di un termine o di un altro non si formula una nuova eccezione.

[7] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 24 giugno 2008, n. 17090, con nota di A. A. Romano, Ancora in tema di petitum e causa petendi dell’azione revocatoria ai sensi dell’art. 67 legge fall., in Riv. dottori comm., fasc. 2, 2009, 361; Cass. Civ., Sez. III, 11 marzo 1992, n. 2915, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 23 aprile 1996, n. 3842, in dejure.it.

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