Plus semper in se continet quod est minus: la possibilità per il cliente – correntista di delimitare temporalmente il suo diritto alla ripetizione.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 4 marzo 2021, n. 5887.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con la recentissima ordinanza in oggetto, la Sesta Sezione Civile si pone, senza soluzione di continuità, coi principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, per cui il correntista, che agisca in via di ripetizione, sia tenuto a comprovare che talune delle somme percepite dalla Banca, come appostate sul conto a debito del cliente, siano prive di una valida causa debendi[1].

Da tale asserzione, pur tuttavia, non consegue necessariamente, né, tantomeno, in modo automatico, l’inferenza che ne vuole ritrarre il ricorrente, per cui il cliente dovrebbe sempre e comunque produrre tutti gli estratti conto relativi all’intero svolgimento temporale del conto. Invero, è già stato chiarito che il giudice del merito debba, in ogni caso, valutare la possibilità che la prova dell’indebito sia desumibile aliunde, in maniera diversa dagli estratti conto, ben potendo disporre l’integrazione della prova offerta dal correntista (pure con mezzi di cognizione disposti d’ufficio, come la CTU, alla quale il giudice può ricorrere quando la prova dei movimenti del conto, che sia prodotta dal correntista, non risulti completa, ma comunque tale da consentire al CTU di operare il calcolo delle competenze trimestrali)[2].

In realtà, è improprio e scorretto considerare gli estratti conto come «veicolo di una prova legale» di fatti, che, per converso, sono suscettibili di prova libera, cioè dimostrabili anche mediante argomenti di prova ed elementi indiretti che compete al giudice di merito valutare nell’ambito del suo prudente apprezzamento[3].

È, altresì, da rilevare come il cliente – correntista, che agisca in ripetizione, può limitare la propria pretesa a un dato periodo di svolgimento del conto e, consequenzialmente, far conseguire alla richiesta di accertamento della nullità di determinate clausole (come inerenti al contratto stipulato tra Banca e cliente) una domanda di ripetizione che venga a circoscrivere il proprio raggio di azione alle somme percepite dalla Banca, in dipendenza di quelle clausole, nell’ambito di un determinato periodo di svolgimento del conto.

Come correttamente ha riscontrato la Corte barese è sempre possibile chiedere meno del proprio diritto. Un simile atteggiamento giova (non potendo, certamente, nuocere) al convenuto. È, infatti, principio ben acquisito che, in caso di «limitazione del proprio diritto» da parte dell’attore, il «giudizio sulle domande così formulate non p[ossa] estendersi, neppure implicitamente, all’accertamento della fondatezza delle maggiori domande che l’attore non ha proposto e sulle quali, quindi, il giudice non ha il potere di pronunciarsi»[4]. D’altra parte, una simile limitazione non preclude in alcun modo al convenuto in ripetizione di proporre contestazioni e presentare eccezioni che vengano a incidere sulle poste inerenti al periodo temporale rispetto al quale l’attore ha formulato la domanda di ripetizione.

Ciò posto, è premura del Collegio rilevare che, secondo la giurisprudenza di legittimità, il «giudice di merito, nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, non è condizionato dalle espressioni adoperate dalla parte, ma deve accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile non esclusivamente dal tenore letterale degli atti ma anche dalla natura delle vicende rappresentate dalla medesima parte e dalle precisazioni da essa fornite nel corso del giudizio, nonché dal provvedimento concreto richiesto, con i soli limiti della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e del divieto di sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella proposta. Il relativo giudizio, estrinsecandosi in valutazioni discrezionali sul merito della controversia, è sindacabile in sede di legittimità unicamente se sono stati travalicati i detti limiti»[5].

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. ex multis Cass. n. 24948/2017.

[2] Cfr. Cass. n. 31187/2018; Cass. n. 29190/2020; Cass. n. 30822/2018.

[3] V. Cass. n. 29190/2020.

[4] V. Cass. n. 21335/2018.

[5] Cfr. Cass. n. 13602/2019.

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