Sulla “dipendenza” tra intesa anticoncorrenziale e singola fideiussione omnibus.



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Nota a Trib. Siena, 7 luglio 2020, n. 438.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con la sentenza in oggetto, il Tribunale di Siena ha statuito che, per poter addivenire ad affermare che la singola fideiussione attenzionata contenga effettivamente clausole violative della normativa anticoncorrenziale, il fideiussore debba, quantomeno, indicare il contenuto delle intese, quali norme imperative violino e, specialmente, se le stesse siano state riportate nel modulo, successivamente sottoposto alla firma del fideiussore.

Nel caso di specie, tutto ciò è assente, non essendo state allegate le norme bancarie uniformi restrittive della libertà di concorrenza e, dunque, non essendo stato comprovato, per mancanza di qualsiasi allegazione sul punto, se tali intese fossero state effettivamente trasfuse nel testo della fideiussione sottoscritta dai garanti; peraltro, il beneficiario non è un Istituto bancario, ma una società di leasing e, dunque, il giudice senese non rinviene la configurabilità dell’adesione all’intesa anticoncorrenziale, posta in essere da soggetti operanti in un diverso settore economico.  

D’altra parte, per eccepire la nullità della fideiussione occorre allegare che il contratto a “valle” di costituisca fattivamente la realizzazione di profili di distorsione della concorrenza di cui ai contratti stipulati “a monte”. Su tali argomenti, il Tribunale ritiene di dover condividere, senza soluzione di continuità, un pronunciamento del Tribunale di Treviso, che evidenzia testualmente: «…Vero è che l’art. 1418 comma 1 c. c. sanziona con la nullità la violazione di norme imperative, e nessuno dubita che l’art. 2 legge n. 287/90 costituisca norma imperativa. Ma – come faceva notare la stessa Suprema Corte a Sezioni Unite nella fondamentale sentenza 19.12.2007 n. 26724 (par. 1.6 motivazione) – anche la regola della buona fede costituisce norma imperativa in quanto applicazione del principio di cui all’articolo 2 della Costituzione; eppure la violazione di tale precetto, pur potendo condurre alla caducazione del negozio, non ne determina la radicale nullità. La ragione di ciò è spiegata dalla stessa Suprema Corte (sentenza e paragrafo da ultimo citati) e dipende dal fatto che deve distinguersi tra norme di comportamento e norme di validità del contratto: le prime non attengono alla struttura e al contenuto del negozio e perciò non incidono sulla valida genesi del titolo negoziale. Nel caso di specie è evidente che si tratta di norme di comportamento violate: le clausole di cui si tratta non presentano di per sé elementi che ne determinino la nullità; dette clausole sarebbero perfettamente valide come formulate; la loro illegittimità deriva invece da una circostanza esterna al negozio, e cioè dal fatto che esse corrispondano ad intese volte ad alterare il normale gioco della concorrenza. Ma occorre tenere conto che il negozio concluso a valle (per usare la stessa terminologia della citata ordinanza) non è un negozio diretto ad attuare tali intese.

Nel negozio a valle, di contraenti intenzionati eventualmente ad attuare l’intesa illecita ve né solo uno ed è la banca; la funzione del negozio che è comune ad entrambi i contraenti è quella di garantire una certa operazione; le clausole di per sé (a prescindere cioè dalle illegittime intese a monte) non violano alcun requisito strutturale o di contenuto.

Non ricorrono perciò neppure le ipotesi di cui all’art. 1418 comma 2 c.c. Il negozio a valle è lo sbocco delle intese anticoncorrenziali ma solo eventualmente per la banca, non per il cliente, ed in determinate circostanze può anche essere di pregiudizio che il motivo relativo ad una sola delle parti si rifletta in modo così radicale sul negozio concluso. Dunque, non sussistono i presupposti per dichiarare che le garanzie di cui ci si occupa siano radicalmente nulle[1].

D’altronde, sempre secondo la richiamata sentenza, «Un contratto che sia stato validamente perfezionato, in presenza dei requisiti strutturali di validità previsti dalla legge e che non persegua in sé una causa illecita o immeritevole per l’ordinamento giuridico, non può subire effetti invalidanti in dipendenza dell’accertamento della nullità o della caducazione di un rapporto giuridico diverso ed intercorso tra terzi.».

In altri termini, la nullità delle fideiussioni stipulate in conformità allo schema di contratto predisposto dall’ABI, per violazione del divieto di intese anticoncorrenziali, come ravvisato nel parere dall’AGCM del 22 agosto 2003, non può travolgere in alcun modo i contratti di fideiussione in cui non vi sia alcun oggettivo richiamo alla deliberazione dell’associazione delle imprese bancarie di approvazione del modello standardizzato di fideiussione omnibus, né, tantomeno, in quelli in cui non risulti che tale deliberazione abbia vincolato l’istituto di credito stipulante al rispetto dello schema ABI nella contrattazione con terzi. In tale circostanza, non può essere individuato nessuno nesso di dipendenza delle fideiussioni con la deliberazione dell’ABI, ovvero un collegamento negoziale nel suo significato tecnico.

Di talché, per poter considerare viziato il contratto di garanzia, occorrerà accertare l’esistenza di un nesso di dipendenza funzionale tra il contratto stesso e l’intesa a monte che l’ha originato.

Consequenzialmente, in ogni caso in cui dovesse mancare un concreto nesso di dipendenza (o, quantomeno, un collegamento), da rilevarsi in concreto e nei termini sopra indicati, tra le intese ABI e il contratto di garanzia, il singolo contratto, seppur contenente clausole corrispondenti a quelle dello schema predisposto dall’ABI, dovrà essere ritenuto esente da vizi[2].

Nel contratto di fideiussione attenzionato non vi è alcun oggettivo e specifico richiamo alla deliberazione ABI di approvazione del modello standardizzato di fideiussione: la doglianza è, dunque, del tutto destituita di fondamento.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Il riferimento è a Trib. Treviso, 26 luglio 2018, n. 1623.

[2] Cfr. Trib. Forlì, 25 marzo 2019, n. 265.

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