Uso selettivo della nullità ed eccezione di buona fede: la “sorte” delle cedole medio tempore riscosse dal cliente – investitore.



14 min read

Commento a Cass. Civ., Sez. I, 3 giugno 2020, n. 10505.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con la recentissima pronuncia in oggetto, la Prima Sezione Civile rileva la necessità di perimetrare meglio (specie da un punto di vista strettamente pragmatico – operativo) i principi statuiti dalle Sezioni Unite, nella sentenza n. 28314/2019, in tema di uso selettivo della nullità di protezione, già definita da autorevole dottrina come «una sentenza complessa nella quale si intersecano, come si è tentato di evidenziare, delle coordinate interpretative non sempre lineari e talora di incerta declinazione»[1]. In tal guisa, il Collegio addiviene alla formulazione del principio di diritto, per cui:

«Nel caso in cui l’intermediario opponga l’eccezione di buona fede per evitare un uso oggettivamente distorsivo delle regole di legittimazione in tema di nullità protettive, al solo fine di paralizzare, in tutto o in parte, gli effetti restitutori conseguenti all’esperimento selettivo dell’azione di nullità da parte del cliente investitore, nei limiti della complessiva utilitas economica ritratta da quest’ultimo grazie all’esecuzione del contratto quadro affetto dalla nullità dal medesimo fatta valere, le cedole medio tempore riscosse dall’investitore non vengono in considerazione né come oggetto dell’indebito, né quali frutti civili ex artt. 820 e 2033 c.c., ma rilevano solo come limite quantitativo all’efficace esperimento della domanda di indebito esperita dall’investitore.».

 

Le circostanze di fatto.

Un cliente – investitore aveva convenuto in giudizio, innanzi al Tribunale di Mantova, la propria Banca, chiedendo l’accertamento della nullità di due contratti d’investimento in obbligazioni argentine, per difetto di forma scritta, nonché lamentando plurimi inadempimenti da parte dell’Intermediaria agli obblighi di informazione e segnalazione di operazioni non adeguate; aveva chiesto, previa dichiarazione di nullità o risoluzione dei contratti de quibus, la condanna della convenuta alla restituzione o al risarcimento della somma investita e della mancata rendita, con interessi e rivalutazione.

Costituendosi in giudizio, la Banca, chiedendo il rigetto della domanda, aveva eccepito il difetto di legittimazione attiva di parte attrice, in quanto l’ordine oggetto di contestazione era stato disposto dalla madre dell’attore, cointestataria del conto corrente collegato al conto deposito titoli (intestato allo stesso cliente).

Il Tribunale di Mantova aveva dichiarato il difetto di legittimazione attiva dell’investitore con riferimento al prefato ordine di acquisto, nonché la nullità dei contratti – quadro stipulati fra le parti per difetto di forma scritta, e quella dell’ordine di acquisto di obbligazioni argentine impartito dall’attore; in conseguenza, aveva condannato la Banca convenuta al pagamento di una somma pari a euro 100.802,03, oltre interessi, e l’investitore, per contro, a restituire all’Istituto 255.000 obbligazioni argentine e a corrispondere la somma di euro 284.830,82, oltre interessi legali, quale restituzione di cedole riscosse in forza di operazioni eseguite in forza in esecuzione dei contratti quadro ritenuti affetti da radicale nullità.

La Corte d’Appello di Brescia, investita dell’impugnazione proposta dall’investitore, aveva parzialmente riformato la pronuncia di primo grado; segnatamente, aveva confermato il difetto di legittimazione dell’appellante in relazione all’ordine contestato disposto dalla di lui madre, sul presupposto che quest’ultima avesse agito in nome proprio e non in rappresentanza del figlio, ancorché su suo mandato[2]. Il giudice di seconde cure aveva, poi, affermato che la nullità ai sensi dell’art. 23, terzo comma, D.lgs. n. 58/1998 (TUF), potesse essere fatta valere soltanto dal cliente, aggiungendo, pur tuttavia, che, una volta dichiarata, si dovesse ripercuotere su tutte le operazioni eseguite in attuazione dell’atto negoziale viziato: tale invalidità di protezione non era, difatti, da considerarsi attributiva al cliente – investitore del potere di limitare gli effetti della caducazione soltanto ad alcuni degli ordini, secondo una sua (libera e discrezionale) scelta, ma, per contro, si espandeva all’intero rapporto, investendo, consequenzialmente, tutti gli ordini di acquisto. In forza della normativa in materia d’indebito, il cliente era, quindi, tenuto a restituire alla Banca i titoli acquistati, le cedole riscosse e ogni altra utilità, così come, del tutto simmetricamente, l’Intermediaria era tenuta a restituire l’importo erogato per l’acquisto dei titoli. Nel caso di specie, la Corte territoriale aveva, comunque, escluso che fosse stata proposta, dalla Banca, una domanda riconvenzionale di restituzione, ritenendo che fosse stata validamente introdotta in giudizio solo un’eccezione di compensazione, idonea, di conseguenza, solo a paralizzare la domanda restitutoria dell’attore.

In tal senso, non rappresentava elemento ostativo il fatto che la Banca avesse acquistato titoli da un collocatore terzo, poiché il venir meno del mandato conferitole dall’investitore aveva mantenuto in capo all’intermediario la proprietà dei titoli acquistati sul mercato e la nullità del contratto di negoziazione non era incidente sull’acquisto tra la Banca e il terzo, ma soltanto sull’effetto di cui all’art. 1706 c.c. del ritrasferimento automatico al mandante. Le cedole, sebbene erogate da un soggetto terzo (nella specie lo Stato emittente), in virtù della nullità del contratto – quadro originario, rimanevano di proprietà della Banca, non essendosi perfezionato l’acquisto dei titoli nella sfera giuridica del cliente.

Da ultimo, la Corte bresciana aveva dichiarato inammissibile, perché proposta per la prima volta in appello, la domanda finalizzata a ottenere il danno da mancata rendita riguardante gli utili e i dividendi maturati sulle cedole (la cui restituzione era stata disposta dal Tribunale e ulteriormente maturandi nel periodo successivo all’incasso dell’ultima cedola), e aveva confermato la statuizione del Tribunale in merito alla decorrenza degli interessi dovuti all’investitore dalla domanda giudiziale (non essendovi prova della malafede della Banca intermediaria)[3].

Avverso tale pronunciamento proponeva ricorso per cassazione il cliente – investitore.

 

I motivi di ricorso.

Ai fini che, in questa sede, più interessano, con il quinto motivo, il ricorrente deduceva la violazione degli artt. 820, 1148 e 2033 c.c., in relazione all’obbligo dell’investitore di restituire le cedole riscosse in buona fede nel corso del rapporto. In particolare, l’investitore precisava che le cedole de quibus erano state pagate dagli emittenti dei titoli e non dalla Banca, con la conseguenza che la stessa difettava di legittimazione. L’affermazione per cui, in esito alla declaratoria di nullità, i titoli restassero di proprietà dell’Istituto, non poteva far venir meno la conseguenza che il pagamento delle cedole fosse stato effettuato in buona fede al soggetto che, in virtù del possesso del titolo, figurava esserne il proprietario.

Di talché, parte ricorrente invocava il principio secondo il quale il possesso di buona fede fa sì che i frutti riscossi siano dovuti solo dal giorno della domanda e non dal momento della loro materializzazione. La Corte d’Appello aveva, dunque, errato nel dare rilievo, invece che al possesso di buona fede, alla titolarità delle obbligazioni: essendo stata esclusa la malafede della Banca, avrebbe dovuto a maggior ragione essere esclusa la malafede del cliente. Nella pronuncia gravata si era, pertanto, erroneamente ritenuto l’Istituto legittimato alla ripetizione dell’indebito oggettivo.

 

Le ragioni della decisione.

Circoscrivendo, coerentemente alle ragioni sistematiche sottese a questo contributo, l’analisi del percorso argomentativo – motivazionale al rappresentato motivo di ricorso, la Prima Sezione Civile ritiene la doglianza non meritevole di accoglimento, poiché evidentemente infondata, specie in considerazione dell’impostazione accolta dalle Sezioni Unite[4], con riferimento al tema dell’opposizione selettiva delle nullità di protezione da parte del cliente – investitore e della (contestuale) spettanza all’Intermediario della c.d. “eccezione di buona fede”, nel caso in cui la selezione della nullità, ex adverso operata, abbia a determinare un ingiustificato sacrificio economico, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto – quadro.

Secondo le Sezioni Unite, il regime giuridico della legittimazione a far valere le nullità di protezione contrasta con il disposto dell’art. 1421 c.c.; le nullità di protezione, tanto che investano singole clausole, quanto che riguardino l’intero contratto, non possono essere fatte valere che da una sola parte (salvo il rilievo d’ufficio del giudice)[5]. La legittimazione dell’altra parte è radicalmente esclusa, trattandosi di nullità che operano al fine di ricomporre (sul piano processuale) un equilibrio “formale” tra le parti; trattasi, dunque, di un’esclusione esitata da una predeterminazione legislativa, manutentiva della posizione di ontologico squilibrio contrattuale intercorrente tra le parti.

In altri termini, il principio di buona fede e correttezza contrattuale, così come sostenuto dai principi solidaristici di matrice costituzionale, opera, in relazione agli interessi del cliente – investitore, mediante la predeterminazione legislativa delle nullità di protezione, predisposte a esclusivo vantaggio di quest’ultimo, in funzione di una riequilibratura eterodiretta, generale e astratta, delle condizioni negoziali, garantite dalla conoscenza del testo del contratto – quadro, nonché, in concreto, tramite la previsione di un rigido sistema di obblighi informativi a carico dell’Intermediario.

Pur tuttavia, non può escludersi la contestuale configurabilità di un obbligo di lealtà in capo al cliente – investitore, in funzione di garanzia per la sua controparte asseritamente forte, l’Intermediario, che abbia correttamente assunto le informazioni necessarie a determinare la profilatura, al fine di conformare gli investimenti alle caratteristiche di quest’ultima, alle specifiche capacità economiche e propensione al rischio.

Il principio di buona fede, quindi, assume una natura “gianica”, con un ambito di operatività ambivalente e trasversale, non limitato soltanto alla definizione del sistema di protezione del cliente, ma anche valevole a escludere un ingiustificato pregiudizio alla controparte del soggetto “debole”.

La questione della legittimità della nullità selettiva (rectius, dell’uso selettivo delle nullità di protezione), nella contrattualistica avente a oggetto servizi d’investimento, deve essere affrontata assumendo come criterio ordinante l’applicazione del principio di buona fede, con la precipua finalità di accertare se sia necessario alterare il regime giuridico “tradizionale” di tale tipologia di rimedialità, sotto il profilo della legittimazione e degli effetti, per evitare che l’esercizio dell’azione, in sede giurisdizionale, possa produrre effetti distorsivi, ultronei ed estranei alla ratio riequilibratrice, in funzione della quale lo strumento di tutela è stato introdotto nel panorama ordinamentale, e, al contempo, impedire gli effetti di azioni esercitate in modo arbitrario e/o caratterizzate dall’abuso dello strumento di protezione, a esclusivo detrimento della propria controparte.

Le Sezioni Unite, nello scrutinare le varie declinazioni dei possibili strumenti di prevenzione e correzione degli abusi, hanno preliminarmente escluso tutte le opzioni del tutto prescindenti dalla rilevanza del principio di buona fede, sostanzialmente per un duplice ordine di ragioni: a) perché negatorie della legittimità di un uso selettivo delle nullità di protezione (fino al riconoscimento del diritto a richiedere la ripetizione dell’indebito in relazione agli investimenti non selezionati dal cliente – investitore, ma ugualmente travolti dalla nullità del contratto – quadro); b) perché, al contrario, ne consideravano legittima l’azione senza alcuna limitazione, ritenendo tale soluzione l’unica coerente con l’operatività protezionistica a esclusivo vantaggio del soggetto “debole”.

Ciò premesso, il massimo consesso della giurisprudenza di legittimità compie un’ulteriore perimetrazione della rimedialità de qua: il principio di buona fede non deve essere considerato una duplicazione di figure, invero, contigue, quali, per esempio, l’exceptio doli generalis e l’abuso del diritto. Di tal guisa, nell’architettura del congegno di riequilibrio della posizione delle parti contrattuali, di fronte all’uso selettivo delle nullità di protezione, non può mancare un esame degli investimenti complessivamente eseguiti (per quanto oggettivamente problematico), con una comparazione tra quelli oggetto dell’azione di nullità (derivata dal vizio di forma del contratto – quadro) e quelli esclusi, al fine di verificare se effettivamente permanga un (irragionevole) pregiudizio a carico dell’investitore, corrispondente, nel quantum, al petitum azionato. In quest’ultima ipotesi deve ritenersi che il cliente abbia agito coerentemente con la funzione tipica delle nullità protettive, ovverosia quella di operare a vantaggio di chi le fa valere.

In altri termini, per accertare se l’uso selettivo della nullità di protezione sia stato oggettivamente finalizzato ad arrecare un pregiudizio all’Intermediario, si deve verificare l’esito degli ordini non colpiti dall’azione di nullità e, laddove sia stato vantaggioso per l’investitore, porlo in correlazione con il petitum azionato in conseguenza della proposta azione di nullità. In tal modo potrà essere accertato che gli ordini scientemente esclusi dall’azione di nullità abbiano prodotto un rendimento economico superiore al pregiudizio asseritamente subito: in tale ipotesi, potrà essere opposta, dall’Intermediario, al solo effetto di paralizzare gli effetti della dichiarazione di nullità degli ordini selezionati, la c.d. eccezione di buona fede, per scongiurare un ingiustificato sacrificio economico in capo allo stesso.

Può, pur tuttavia, accertarsi che un danno per il cliente – investitore, anche al netto dei rendimenti degli investimenti relativi agli ordini non colpiti dall’azione di nullità, si sia comunque determinato, conseguendone che, in via generale: entro il limite del pregiudizio per l’investitore accertato in giudizio, l’azione di nullità non si ponga in contrasto con il principio di buona fede; oltre tale limite, operi, ove sia oggetto di allegazione, l’effetto paralizzante dell’eccezione di buona fede.

I principi rassegnati si traducono in un’intuitiva operazione di raffronto tra benefici e nocumento, all’esito della quale:

a) se i rendimenti degli investimenti non colpiti dall’azione di nullità superino il pregiudizio accertato per l’investitore, l’effetto impeditivo è integrale;

b) ove si determini un danno per l’investitore, anche all’esito della comparazione con gli altri investimenti esclusi, l’effetto paralizzante dell’eccezione opera nei limiti del vantaggio conseguito con detti investimenti.

Definiti i lineamenti fenotipici dell’eccezione di buona fede opponibile dall’Intermediario all’uso selettivo delle nullità di protezione da parte dell’investitore, sì come “sdoganata” dal pronunciamento delle Sezioni Unite, la Prima Sezione evidenzia come nell’ambito di operatività delineato non residuino spazi per l’applicazione delle regole in tema di indebito oggettivo, in relazione alle prestazioni effettuate dall’Intermediario.

Difatti, quest’ultimo, come rilevato, oppone l’eccezione de qua per evitare un uso oggettivamente distorsivo delle regole di legittimazione in tema di nullità protettiva e al solo fine di paralizzare (integralmente o parzialmente) gli effetti restitutori (potenzialmente distorsivi) dell’azione selettiva rimessa alla discrezionalità del cliente – investitore, suscettibili di essere neutralizzati nei limiti dell’utilitas economica ritratta da quest’ultimo in conseguenza del contratto – quadro affetto dalla nullità a lui esclusivamente riservata, solo da lui invocabile e da lui azionata e fatta valere.

Addivenendo all’analisi della specifica questione oggetto del ricorso, nella cornice dell’eccezione di buona fede, sì come tratteggiata, le cedole medio tempore riscosse dall’investitore, tanto in relazione alla stessa operazione di investimento aggredita con l’azione di nullità, quanto in relazione alle altre operazioni di investimento poste in essere in forza dello stesso contratto – quadro (poi) dichiarato nullo, non vengono in considerazione né come oggetto dell’indebito, né, tantomeno, quali frutti civili, ex artt .820 e 2033 c.c., ma possono assumere un qualche rilievo significativo soltanto come limite quantitativo all’efficace esperimento della domanda di indebito, esperita dallo stesso cliente, a valle dell’attivazione selettiva delle nullità protettive.

Siffatta conclusione risulta senza dubbio avvalorata dalla considerazione per cui, nel sistema disegnato dalla sentenza n. 28314/2019, l’Intermediario, ontologicamente privo di una legittimazione, non possa chiedere la restituzione, a titolo di indebito oggettivo, delle utilità ritratte dal cliente grazie alle operazioni di investimento non interessate dalla domanda di nullità, laddove queste eccedano la somma da restituire, né in via riconvenzionale nello stesso giudizio caratterizzato dall’uso selettivo della nullità di protezione, né, tantomeno, successivamente o separatamente, in altro giudizio.

Di talché, il quinto motivo di ricorso deve essere rigettato, alla stregua del seguente principio di diritto, ex art. 384 c.p.c., che la Corte reputa opportuno enucleare a ulteriore specificazione del principio enunciato dalle Sezioni Unite, nella sentenza del novembre 2019:

«Nel caso in cui l’intermediario opponga l’eccezione di buona fede per evitare un uso oggettivamente distorsivo delle regole di legittimazione in tema di nullità protettive, al solo fine di paralizzare, in tutto o in parte, gli effetti restitutori conseguenti all’esperimento selettivo dell’azione di nullità da parte del cliente investitore, nei limiti della complessiva utilitas economica ritratta da quest’ultimo grazie all’esecuzione del contratto quadro affetto dalla nullità dal medesimo fatta valere, le cedole medio tempore riscosse dall’investitore non vengono in considerazione né come oggetto dell’indebito, né quali frutti civili ex artt. 820 e 2033 c.c., ma rilevano solo come limite quantitativo all’efficace esperimento della domanda di indebito esperita dall’investitore.».

 

 

Qui l’ordinanza.


[1] Così, S. Pagliantini, L’irripetibilità virtuale della nullità di protezione nella cornice di un’eccezione ex fide bona, in Nuova giur. civ. comm., 2020, II, 169, 169, che, a sua volta, richiama D. Maffeis, Le disavventure di un contraente tollerato: l’investitore e le restrizioni alla selezione degli investimenti che impugna, Nuova giur. civ. comm., 2020, II. 160.

[2] A tal riguardo la Corte bresciana aveva escluso la prova della contemplatio domini: unica obbligata verso l’Intermediaria doveva ritenersi la mandataria senza rappresentanza, perché il mandante non aveva il potere di esercitare le azioni contrattuali, come quella di risoluzione del contratto, che rimangono in capo al mandatario. Del pari, il giudice di seconde cure aveva escluso anche che vi fosse stata una ratifica valida desumibile dall’«attestato di eseguito» proveniente dalla Banca, che trovava giustificazione nell’esclusiva titolarità del conto corrente in capo all’appellante.

[3] L’indebito originava dalla mancata sottoscrizione del contratto – quadro da parte della Banca, nella copia prodotta in causa (questione non oggetto d’impugnazione) e tale mancanza non poteva che ritenersi frutto di mero errore.

[4] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 4 novembre 2019, n. 28314, già annotata in questa Rivista, con commento di F. Greco, Nullità selettiva…esiste ancora la protezione?, 6 dicembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/12/06/nullita-selettivaesiste-ancora-la-protezione/.

[5] Nei limiti indicati in Cass. Civ., Sez. Un., n. 26442/2014.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap