L’autonomo rilievo funzionale degli interessi corrispettivi e moratori.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 20 maggio 2020, n. 9237.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La sentenza della Terza Sezione Civile in oggetto ha un duplice profilo di rilievo: da un lato, il Collegio addiviene alla non cumulabilità degli interessi corrispettivi e moratori, con conseguente non estensibilità della nullità dei secondi ai primi, nonostante il richiamo di un indirizzo giurisprudenziale per cui ambedue le tipologie di interessi non abbiano una diversità netta di funzione; dall’altro, ribadisce come il sistema di ammortamento c.d. “alla francese” non dia luogo ad anatocismo, dal momento che il calcolo degli interessi avviene sul residuo e non sull’intero.

 

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Le circostanze di fatto.

Una società immobiliare aveva stipulato due contratti di leasing immobiliare con la Banca odierna resistente, nei quali era stato convenuto un tasso di interesse corrispettivo e uno di interesse moratorio. La stessa contraente aveva convenuto innanzi al Tribunale di Milano l’Istituto di credito, per l’accertamento della nullità della pattuizione riguardante gli interessi, in conseguenza del superamento del tasso soglia.

Il giudice di primo grado, dopo aver escluso l’asserito superamento, aveva rigettato totalmente la domanda attorea.

La Corte d’Appello di Milano, pur pervenendo anch’essa al rigetto della domanda, aveva dato atto dell’usurarietà degli interessi moratori, ma, ritenendo che non si dovessero cumulare a quelli corrispettivi, aveva, consequenzialmente, escluso che la relativa pattuizione potesse viziare l’intera convenzione e, segnatamente, aveva ritenuto che, non essendo stati effettivamente corrisposti gli interessi di mora, non si potesse addivenire all’accertamento della loro nullità. Avverso tale statuizione proponeva ricorso per cassazione la società immobiliare, formulando due motivi: uno relativo alla nullità dell’intera pattuizione; l’altro riguardante la nullità dei soli corrispettivi calcolati secondo l’ammortamento c.d. “alla francese”.

 

Le ragioni della decisione: la diversa e autonoma “corrispettività” delle due tipologie di interessi.

Con riferimento alla sentenza della Corte milanese, la ratio sottesa alla decisione è duplice: da un lato, si è ritenuto che, pur essendo sopra il tasso soglia gli interessi di mora, il debitore non avesse interesse a far valere la nullità della clausola, non potendo ottenere la restituzione di quanto non effettivamente versato; dall’altro lato, si respingeva la tesi per cui la nullità della pattuizione degli interessi moratori si dovesse estendere anche a quelli corrispettivi, in ossequio alla ontologica diversità di funzione delle due tipologie di interesse.

Parte ricorrente, con il primo motivo, contestava quest’ultima tesi, deducendo la violazione dell’art. 1815, secondo comma, c.c. In particolare, a giudizio della società immobiliare, essendo unica la pattuizione degli interessi, nonostante la duplicità dei medesimi, la nullità di quelli moratori avrebbe dovuto comportare quella dell’intero, in quanto trattavasi di clausole non distinte al punto da essere assoggettabili a una nullità parziale (limitata a un solo tipo di interesse e non anche all’altro).

La Terza Sezione Civile reputa infondato il motivo, sì come formulato. Invero, è premura del Collegio evidenziare, in via preliminare, come anche per gli interessi moratori sia valevole il limite del tasso soglia, di cui art. 2 l. n. 108/1996[1], regola non messa in discussione nel giudizio di merito. La stessa Banca resistente aveva ammesso che gli interessi convenzionali moratori avessero superato il tasso soglia e la Corte d’Appello di Milano, non contraddicendo la regola de qua, aveva applicato il limite di cui alla prefata legge anche con riferimento agli interessi di mora.

La questione problematica è, piuttosto, stabilire se al superamento del limite consegua la nullità della sola clausola di determinazione degli interessi moratori, oppure se, per converso, tale invalidità riguardi l’intera pattuizione degli interessi, compresi quelli corrispettivi. A tal proposito, il Collegio premette un’ulteriore considerazione. La Corte milanese, nella pronuncia impugnata, aveva ritenuto che gli interessi moratori convenzionali non fossero stati di fatto corrisposti, con conseguente carenza di interesse a far valere la questione della loro illegalità. Tale assunto è infondato. Il momento determinante, ai fini della valutazione del superamento della soglia consentita, è, difatti, proprio quello della pattuizione, a prescindere dall’effettiva corresponsione degli interessi; di talché, questi ultimi devono ritenersi in misura illegittima, se pattuiti in quella misura, a prescindere dalla circostanza che il creditore li abbia, poi, effettivamente riscossi. Invero, le Sezioni Unite hanno già avuto occasione di chiarire che l’usura si determini al momento della pattuizione e che, laddove questa sia nei limiti e il tasso diventi superiore (e, dunque, usuraio) per effetto di circostanze sopravvenute (c.d. usura sopravvenuta), non possa farsi discendere la nullità[2]: principio che depone inequivocabilmente nel senso della valutazione al momento della convenzione, senza riguardo al momento dell’effettiva riscossione.

Ciò premesso, la nullità della convenzione riguardante gli interessi moratori non si estende anche al patto che riguarda quelli corrispettivi. Si può anche convenire sul fatto che tra i due tipi di interesse (moratori e corrispettivi) non vi sia una diversità netta di funzione (segnatamente, risarcitoria per gli uni e remuneratoria per gli altri) e che anche gli interessi convenzionali moratori abbiano una loro funzione di remunerazione (in quanto dovuti per il godimento prolungato, ovverosia oltre il termine di scadenza per la restituzione del denaro da parte dell’accipiens).

Siffatta analogia di funzione, pur evidenziata dalla giurisprudenza di legittimità[3], non è comunque, di per sé, elemento bastevole a comportare necessariamente che la nullità degli uni si estenda, sic et simpliciter, agli altri. In altri termini, l’analogia de qua non è necessariamente un argomento da cui dedurre l’analogia di regime; al contempo, del tutto simmetricamente, la tesi opposta, per cui i due tipi di interesse avrebbero funzioni nettamente diverse tra loro, non può comportare, di per sé, che si debba addivenire a un regime operativo nettamente diverso.

Non sempre il parallelismo di funzioni è, altresì, parallelismo di conseguenze sul piano delle sanzioni: in tal guisa, che i due interessi abbiano funzioni diverse (e non è dato incontroverso) non importa affatto che anche la sanzione debba essere diversa, quando essi violino la medesima regola (ossia, nel caso di specie, la soglia di usura). È piuttosto predicabile il contrario: la diversità di sanzione è parallela alla diversità di violazione; se due diversi patti sugli interessi (moratori e convenzionali) contraddicano un medesimo divieto (ovverosia, entrambi violino il divieto di superare un determinato tasso), è da ritenere che debba essere unica la sanzione.

Ad assumere rilievo dirimente è, invero, un diverso criterio. I due interessi non coesistono nell’attuazione del rapporto, ma si succedono: gli uni si sostituiscono agli atri e le rispettive poste mantengono un’ideale autonomia, anche in caso di inadempimento e di operatività dei moratori. Fino a che l’accipiens è in termini per restituire la somma, è tenuto a corrispondere gli interessi corrispettivi, che sono, per l’appunto, richiesti per il godimento del denaro. Scaduto il termine per la restituzione è, per contro, tenuto a corrispondere quelli moratori, convenuti per il godimento prolungato oltre la scadenza: questi ultimi non si sommano, ma succedono a quelli corrispettivi. Ne consegue che, pur potendo avere la medesima funzione in comune (quella di remunerare chi ha prestato il denaro), i due tipi di interesse mantengono autonomo rilievo quanto allo scopo concreto della corrispettività. Invero, nel caso dei corrispettivi, questo scopo ha causa nel godimento del denaro da parte dell’accipiens e nella privazione momentanea di chi lo ha prestato; viceversa, nel caso dei moratori, la finalità è quella di ripagare il mutuante della prolungata indisponibilità del denaro e delle perdite che eventualmente essa abbia comportato, per non avere avuto la restituzione nei tempi originariamente convenuti. Questa funzione di corrispettività, che risulta analoga in entrambi i casi (differendo, come rilevato, solo nelle ragioni sottese), è svolta dai due tipi di interesse non contemporaneamente, ma in maniera asincrona: i moratori sono dovuti solo dopo la scadenza del termine di restituzione, mentre quelli corrispettivi prima di tale scadenza.

In tal senso, non può neppure obiettarsi che, una volta scaduta la rata, la base di calcolo su cui applicare il tasso sarà la rata inadempiuta, tanto nella quota idealmente riferita al capitale, quanto in quella determinata nella misura del saggio degli interessi corrispettivi, con il risultato che, per una parte, gli interessi (di mora) si produrranno su interessi (corrispettivi) scaduti. L’obiezione non convince, in quanto l’inadempimento non cancella quella funzione di corrispettività che è assolta da una parte della somma oggetto della rata non pagata. È lo stesso istituito dell’anatocismo a imporre di considerare come idealmente autonomi gli interessi (moratori, da un lato, corrispettivi, dall’altro), anche in caso di inadempimento.

La descritta configurazione impedisce di considerare come cumulabili i due tipi di interessi, ai fini del calcolo del loro ammontare (ovverosia, del superamento della soglia), ma impedisce, al contempo, di affermare che, ove siano nulli i moratori, per superamento del tasso soglia, la nullità sia da estendersi anche a quelli corrispettivi. I due interessi non si cumulano, proprio perché operano l’uno in sostituzione dell’altro: la nullità dei soli interessi moratori segue alla circostanza che solo questi ultimi violino il divieto (esattamente come pacifico nel caso oggetto del ricorso).

Ove sia accertato che la pattuizione sugli interessi corrispettivi sia valida (e, quindi, non violi il divieto), la sua nullità non può ragionevolmente derivare da quella che (eventualmente) sia afflittiva di altra e diversa pattuizione, a prescindere dalla stessa ammissibilità, nel panorama del diritto sostanziale, di una nullità “derivata”.

 

(segue): l’ammortamento c.d. “alla francese”.

Con il secondo motivo di ricorso, la società lamentava la violazione dell’art. 6 della Delibera CICR 9 febbraio 2000. Secondo la ricostruzione della ricorrente, durante il rapporto, era stato corrisposto un tasso annuale superiore (anche se di poco) rispetto a quello indicato in contratto[4]. Ne conseguiva la violazione di legge, sotto due aspetti: in primo luogo, in quanto il sistema di ammortamento (pagamento degli interessi con cadenza infrannuale) avrebbe comportato anatocismo; in secondo luogo, si assumeva la violazione della delibera CICR, nella misura in cui era stata disattesa, attraverso il meccanismo della riscossione infrannuale, la previsione contrattuale indicante un tasso diverso da quello effettivamente praticato.

La Terza Sezione ritiene ambedue le censure inammissibili, poiché presupponenti un accertamento di fatto non demandabile alla Corte di Cassazione. Peraltro, dalla sentenza impugnata risultava che, con accertamento effettuato nei giudizi di merito (in quanto tale non sindacabile) si fosse appurato che, in concreto, il sistema di ammortamento effettivamente applicato non avesse dato luogo ad anatocismo, in quanto gli interessi venivano calcolati sul residuo e non sull’intero.

In conclusione, il Collegio respinge il ricorso.

 

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Corte Cost., 25 febbraio 2002, n. 29, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2018, n. 27442, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Lecci, Prime brevi osservazioni in merito all’accertamento dell’usurarietà del tasso moratorio, 2 novembre 2018, https://www.dirittodelrisparmio.it/2018/11/02/prime-brevi-osservazioni-in-merito-allaccertamento-dellusurarieta-del-tasso-moratorio/; Cass. Civ., Sez. VI, 4 ottobre 2017, n. 23192, con nota di A. Zurlo, Cumulabilità tra interessi corrispettivi e moratori: osservazioni e critiche alla nuova pronuncia della Cassazione, in Giuricivile – Rivista di diritto e giurisprudenza civile, Ottobre 2017, https://giuricivile.it/cumulabilita-interessi-corrispettivi-moratori/; Cass. Civ., Sez. VI, 6 marzo 2017, n. 5598.

[2] Così, Cass. Civ., Sez. Un., 19 ottobre 2017, n. 24675, già annotata in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Usura sopravvenuta e cumulabilità degli interessi: rilievi critici alle recenti pronunce della Cassazione, 29 novembre 2017, https://www.dirittodelrisparmio.it/2017/11/29/usura-sopravvenuta-e-cumulabilita-degli-interessi-rilievi-critici-alle-recenti-pronunce-della-cassazione-antonio-zurlo/.

[3] V. Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2018, n. 27442.

[4] Nello specifico, il tasso annuale pattuito in contratto era del 3,0472 %, per un contratto, e del 3,069 %, per l’altro, ma era stato effettivamente corrisposto un tasso rispettivamente del 3,520% e del 3,581%.

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