Prime brevi osservazioni in merito all’accertamento dell’usurarietà del tasso moratorio



7 min read

Cass. Civ., Sez. III, n. 27442 del 30.10.2018

di Lecci Michael

 

 


“È nullo il patto col quale si convengano interessi convenzionali moratori che, alla data della stipula, eccedano il tasso soglia di cui all’art. 2 della I. 7.3.1996 n. 108, relativo al tipo di operazione cui accede il patto di interessi moratori convenzionali”.

Questo è il principio che emerge dalla recentissima pronuncia delle Suprema Corte all’esito di una lunga ed articolata ricostruzione storico-giuridica relativa alla natura ed alla usurarietà degli interessi moratori.  

Il caso

La vicenda trae origine da una sentenza della Corte di Appello di Milano che respingeva la domanda dei correntisti sulla scorta della “ontologica disomogeneità” degli interessi corrispettivi e moratori; nondimeno, i giudici territoriali respingevano la domanda sul presupposto che non potesse parlarsi di usurarietà degli interessi moratori convenzionali, pari all’8,6%, a fronte di un saggio relativo ai ritardi nel pagamento delle transazioni commerciali pari al 9,25%.

L’usura ai sensi della Legge 108 del 1996

In accoglimento del primo motivo di ricorso di parte ricorrente i giudici della Suprema Corte puntualizzano come gli interessi moratori non sfuggano al vaglio di usurarietà di cui all’art. 2, comma 4, della L. 108/96; ne deriva che, ove siano pattuiti ad un tasso eccedente il tasso soglia, gli stessi saranno qualificati ipso iure come usurari. L’art. 2 della Legge 108/96, infatti, trova applicazione sia agli interessi promessi a titolo di remunerazione (ex art. 1282 c.c.), sia a quelli dovuti in conseguenza della costituzione in mora (ex art. 1224 c.c.).

Ritengono i giudici che tale conclusione sia l’unica conforme ai quattro tradizionali criteri di ermeneutica legale; l’interpretazione letterale, l’interpretazione sistematica, l’interpretazione finalistica e quella storica.

L’usurarietà degli interessi moratori

Tralasciando in questa sede la dettagliata disamina fornitaci dai giudici della Suprema Corte l’attenzione dev’essere rivolta al frutto di tale analisi.

Innanzitutto, il dato normativo – art. 644 c.p., l’art. 2, comma 4, L. 108/96, art. 1, comma 1, D.l. 394/2000 – non distingue tra le varie tipologie di interessi ma parla di interessi “tout court” la cui usurarietà dev’essere valutata al momento della pattuizione “a qualsiasi titolo”[1]. Proseguendo con l’analisi della pronuncia de qua, ciò che assume maggiormente rilievo è l’equiparazione della funzione degli interessi corrispettivi e moratori: i primi, infatti, rappresentano la remunerazione del capitale di cui il creditore si sia privato volontariamente; i secondi, invece, rappresentano la remunerazione di un capitale di cui il creditore si sia sottratto involontariamente. Anche gli interessi moratori, pertanto, costituiscono la remunerazione di un capitale, e rientrano nella previsione degli interessi “promessi o dovuti in corrispettivo di una prestazione in denaro”.

Orbene, la Suprema Corte scardina la tesi, ribadita dalla Corte di Appello di Milano, secondo cui vi sia “un’ontologica differenza” tra i primi ed i secondi. In tal senso, evidenziano i giudici che la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente stabilito che l’art. 1224 c.c. riguardi il risarcimento del danno da inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, ove per danno da ritardato inadempimento si intende la perdura possibilità per il creditore di investire la somma dovutagli, traendone un lucro finanziario. Quindi, proseguono gli stessi, “ciò conferma che gli interessi moratori, convenzionali o legali che siano, remunerano un capitale, né più, né meno, che gli interessi corrispettivi”.

In tal modo viene giustificato l’assoggettamento di entrambi gli interessi alla legislazione antiusura.

Contrariamente, afferma la Suprema Corte che la tesi promossa dalla corte territoriale di Milano secondo cui gli interessi corrispettivi e gli interessi moratori sarebbero ontologicamente disomogenei (data la funzione remuneratoria dei primi e sanzionatoria dei secondi) sia un “aforisma scolastico non giustificato sul piano storico e sistematico”. Nondimeno, proseguono i giudici, la “pretesa diversità ontologica” non giustificherebbe la diversità di disciplina sul piano dell’usura.

Sulla determinazione del “tasso soglia moratorio”  

Sul punto gli ermellini ritengono che non debba calcolarsi un tasso di soglia comprensivo degli interessi moratori in quanto l’art. 2, comma 1, L. 108/96 stabilisce che il calcolo dei tassi medi debba avvenire per operazioni della stessa natura, dovendosi intendere per “operazioni” le varie tipologie contrattuali. Invero, gli interessi moratori convenzionali non rappresentano una “operazione” né, tantomeno, una tipologia contrattuale. Pertanto, “è dunque più che normale che il decreto ministeriale non rilevi la misura media degli interessi convenzionali di mora, dal momento che la legge ha ritenuto di imporre al ministro del tesoro la rilevazione dei tassi di interessi omogenei per tipo di contratto, e non dei tassi di interessi omogenei per titolo giuridico.

Conclusioni

All’esito della lunga ed articolata analisi storico-giuridica della normativa inerente all’usura ed alla qualificazione degli interessi moratori, i giudici, in accoglimento del ricorso proposto dai correntisti, enunciano il seguente principio di diritto:

“è nullo il patto col quale si convengano interessi convenzionali moratori che, alla data della stipula, eccedano il tasso soglia di cui all’art. 2 della I. 7.3.1996 n. 108, relativo al tipo di operazione cui accede il patto di interessi moratori convenzionali”.

Ora, al netto della indiscutibile scelta di sottoporre gli interessi moratori al vaglio di usurarietà, non prive di osservazioni contrarie si son rivelate le ulteriori notazioni finali cui è pervenuta la Suprema Corte.

Tasso “mora-soglia”

La prima notazione verte sulla circostanza che il riscontro dell’usurarietà degli interessi convenzionali moratori debba essere compiuto confrontando “puramente e semplicemente il saggio degli interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna maggiorazione od incremento: è infatti impossibile, in assenza di qualsiasi norma di legge in tal senso, pretendere che l’usurarietà degli interessi moratori vada accertata in base non al saggio rilevato ai sensi dell’art. 2 I. 108/96, ma in base ad un fantomatico tasso talora definito nella prassi di “mora-soglia”, ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia”.

È evidente che la conclusione a cui perviene la Corte sia forzata in questa direzione in virtù, in primis, dalla piena equiparazione in termini di “funzione” tra gli interessi corrispettivi e gli interessi moratori e, in secundis, dalla classificazione per operazioni, ovvero per tipologia contrattuale, fornitaci dalla normativa antiusura, piuttosto che per “tipo di titolo giuridico”-

Sul punto non mancano le opinioni contrarie: si evidenzia, infatti, la disomogeneità in termini prettamente matematici tra il tasso soglia, il quale include il tasso di interesse corrispettivo nonché ogni “costo” del credito, fatta eccezione per il tasso di mora e per imposte e tasse, ed il tasso moratorio.

Al riguardo è possibile prospettare diversi scenari: il primo è quello appena delineato, ovvero quello consistente nella valutazione dell’usurarietà dell’interesse moratorio parametrandolo – sic et simpliciter – al tasso soglia previsto ai sensi della legge L. 108/96 (e quindi, al tasso soglia privo della componente “tmoratoria”); il secondo è quello consistente nella delineazione di un unico tasso soglia per tipologia di operazione inclusivo, tra le sue componenti, di quella moratoria. Tuttavia, tale soluzione comporterebbe un innalzamento fisiologico del tasso soglia. Infine, un ultimo scenario sarebbe quello consistente nella previsione di due tassi soglia per operazione, ovvero di un unico tasso con maggiorazione nel caso di verifica dell’usurarietà degli interessi di mora, che tenga in debito conto la media dei tassi di mora applicati dagli Istituti di Credito, sicché da consentire il confronto tra componenti – matematicamente – omogenee.  

In conclusione, non ha mancato di sollevare qualche critica, a pochi giorni dalla pubblicazione, la notazione finale in cui la Suprema Corte afferma che “nonostante l’identica funzione sostanziale degli interessi corrispettivi e di quelli moratori, l’applicazione dell’art. 1815, comma secondo, cod. civ. agli interessi moratori usurari non sembra sostenibile, atteso che la norma si riferisce solo agli interessi corrispettivi, e considerato che la causa degli uni e degli altri è pur sempre diversa: il che rende ragionevole, in presenza di interessi convenzionali moratori usurari, di fronte alla nullità della clausola, attribuire secondo le norme generali al danneggiato gli interessi al tasso legale”. Ebbene, al netto della non pacificamente condivisa distinzione tra “funzione” e “causa” degli interessi moratori ciò che è stato oggetto di critica è la non applicazione della sanzione di cui all’art. 1815 c.c., comma secondo, in favore della riduzione del tasso moratorio usurario nei limiti del tasso legale, e ciò in ragione delle “norme generali”.

Puntualizzano inoltre i giudici che la nullità del patto di interessi moratori non potrebbe mai escludere l’obbligo dell’utilizzatore di pagamento degli interessi corrispettivi.

[1] Ritengono i giudici, inoltre, che tale conclusione sia avvalorata dai lavori preparatori della l. 24/01 ove veniva chiarito che l’usurarietà andasse valutata nei confronti di qualsiasi tipo di tasso di interesse, “sia esso corrispettivo, compensativo e moratorio”.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. III, n. 27442 del 30 ottobre 2018

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap