La nullità delle fideiussioni omnibus: gli oneri processuali e la produzione documentale.



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Nota a Trib. Padova, 3 marzo 2020, n. 453.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

La recentissima sentenza in oggetto del Tribunale di Padova si rivela un interessante e proficuo scrutinio di alcuni rilevanti aspetti processuali, inerenti alla questione, di stringente attualità, della nullità delle fideiussioni omnibus, per contrarietà alla normativa anticoncorrenziale. Nell’ambito di un’opposizione a decreto ingiuntivo, in cui i debitori avevano sollevato, in via di eccezione, la questione di nullità delle fideiussioni sottoscritte a garanzia dei debiti contratti da una s.r.l., il Tribunale veneto, dopo aver statuito l’astratta ammissibilità dell’eccezione di nullità (e della sua rilevabilità, anche d’ufficio) in ogni stato e grado del giudizio, enuclea gli oneri documentali gravanti sulla parte interessata alla declaratoria, descrivendo l’inderogabile necessarietà di una produzione tempestiva e rituale.

 

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Sull’eccezione di nullità della fideiussione omnibus.

Il giudice, in via preliminare, esamina l’eccezione di nullità delle fideiussioni omnibus, sollevata dagli opponenti, a garanzia delle obbligazioni contratte dalla s.r.l., per contrarietà alla normativa antitrust e, segnatamente, in precipua considerazione del recente orientamento consolidatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità[1], «che ha sancito la nullità dei contratti di fideiussione conformi alle norme bancarie uniformi redatte dall’Associazione Bancaria Italiana e censurate dalla Banca d’Italia (provvedimento n.55 del 2 maggio 2005), per violazione dell’art.2, l. 10 ottobre 1990, n.287». In tal guisa, gli opponenti allegavano che i contratti di fideiussione stipulati risultassero nulli, poiché conformi alle già menzionate norme bancarie, contenendo, più nello specifico, la rinuncia ai termini di cui all’art. 1957 c.c., la clausola di reviviscenza, nonché l’insensibilità della garanzia a eventuali vizi del rapporto garantito. In sede di comparsa conclusionale, eccepivano, altresì, l’estinzione delle fideiussioni in parola, per decadenza ex art. 1957 c.c., dovendo la clausola di deroga a tale disposizione contenuta nelle fideiussioni ritenersi nulla, in esito alla predetta contrarietà all’art. 2 della l. n. 287/1990 e non avendo la Banca agito entro il termine semestrale imposto dalla disposizione codicistica de qua.

Ciò premesso, il Tribunale evidenzia la sussistenza della propria competenza a trattare la questione, essendo al contempo esclusa la competenza della Sezione Specializzata in materia di imprese (del Tribunale di Milano, ai sensi dell’art. 3, primo comma, lett. c), e dell’art. 4, comma 1ter, D.lgs. n. 168/2003, sì come modificato dal D.L. n. 3/2017), dal momento che la nullità, totale o parziale, delle fideiussioni per cui è causa, era stata dedotta dagli opponenti soltanto in via di eccezione c.d. riconvenzionale, al fine di paralizzare la richiesta di condanna.

L’eccezione è ammissibile. La nullità dei contratti di fideiussione omnibus, o, quantomeno, di alcune loro clausole, stipulati dagli opponenti può essere scientemente rilevata d’ufficio o eccepita, in ogni stato e grado del processo, trattandosi di eccezione “in senso lato”. Del pari, tuttavia, risulta priva di pregio e infondata, dal momento che si basa su di un fatto costitutivo non tempestivamente allegato dagli opponenti.

Invero, è d’uopo osservare, in via generale, che la nullità de qua, secondo quella stessa giurisprudenza richiamata dagli stessi opponenti[2], trovi il proprio fondamento nella circostanza di fatto che le fideiussioni contengano le tre clausole di cui al modello di fideiussione omnibus, predisposto dall’ABI nel 2003, la cui applicazione uniforme è stata ritenuta contraria al principio della libera concorrenza, con provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005. In particolare, sono state ritenute violative della normativa anticoncorrenziale le clausole 2, 6 e 8 del prefato schema contrattuale, rispettivamente:

  • di reviviscenza: il fideiussore è tenuto “a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo”;
  • di rinuncia ai termini, di cui all’art. 1957 c.c.: “i diritti derivanti alla banca dalla fideiussione restano integri fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore, senza che essa sia tenuta ad escutere il debitore o il fideiussore medesimi o qualsiasi altro coobbligato o garante entro i tempi previsti, a seconda dei casi, dall’art. 1957 cod. civ., che si intende derogato”;
  • di insensibilità ai vizi del titolo: “qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l’obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate”.

Nella sostanza, è evidente come gli artt. 2 e 8 prevedano la permanenza dell’obbligazione fideiussoria, a fronte delle vicende estintive e delle cause di invalidità, potenzialmente riguardanti il pagamento del debitore o la stessa obbligazione principale garantita, potendosi, di fatto, assommare in una cumulativa dicitura di clausole di “sopravvivenza”.

È premura del giudice padovano rilevare come, al fine di comprovare i fatti costitutivi della nullità in parola, risulti la produzione in giudizio, oltre che del contratto di fideiussione omnibus, del provvedimento di Banca d’Italia n. 55/2005 e del modulo di fideiussione omnibus predisposto dall’ABI nel 2003. Difatti: il primo costituisce un provvedimento amministrativo, emesso da un’Autorità Indipendente, che, in quanto tale, è sottratto al principio iura novit curia, in quanto ontologicamente privo del carattere normativo; il secondo si rivela necessario per verificare la corrispondenza delle clausole presenti nella fideiussione attenzionata a quelle oggetto di censura da parte della Banca d’Italia, con il predetto provvedimento n. 55/2005; il terzo costituisce, invece, un provvedimento di un’associazione di categoria, che non può essere, quindi, certamente annoverato tra le fonti del diritto. Siffatta produzione deve essere rituale, ovverosia deve rispettare le barriere preclusive stabilite dal codice di rito per il processo ordinario, non potendosi giustificare una produzione tardiva, se non in forza dell’accoglimento di un’istanza di rimessione in termini, ai sensi dell’art. 153, secondo comma, c.p.c.

Ne deriva che i documenti debbano essere prodotti entro lo scadere del termine istruttorio di cui all’art. 183, sesto comma, n. 2, c.p.c., che rappresenta la barriera preclusiva per l’indicazione dei mezzi di prova e le produzioni documentali; in caso contrario, la produzione va ritenuta tardiva e, consequenzialmente, i documenti inammissibili.

Nel caso oggetto della controversia, gli opponenti hanno prodotto il provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005 tardivamente, oltre il termine concesso ai sensi della prefata disposizione procedurale, dovendosi, quindi, ritenere il documento non ritualmente acquisito al processo. A tal riguardo, negli scritti difensivi, l’opponente ha sostenuto l’ammissibilità della produzione, per due ordini di motivi: in primo luogo, per la mancata formulazione di obiezioni della controparte, al momento della produzione del provvedimento de quo; in secondo luogo, perché trattandosi di nullità rilevabile d’ufficio, una volta emersa in giudizio richiede, ex art. 101, secondo comma, c.p.c., la riapertura della fase di istruzione e trattazione della causa.

Entrambi i motivi addotti non sono ritenuti meritevoli di accoglimento e condivisione. È premura del Tribunale evidenziare che:

  • con riferimento al primo, i termini di cui all’art. 183, sesto comma, c.p.c., siano qualificati espressamente come perentori dal legislatore; inoltre, ai sensi dell’art. 153, primo comma, c.p.c., «i termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno sull’accordo delle parti». Di talché, la mancata opposizione, in udienza, della controparte non può assurgere a circostanza impeditiva di una decadenza già maturata.
  • Quanto al secondo motivo, è infondato, poiché inverte surrettiziamente i termini della questione. È certamente vero che, in caso di rilevazione d’ufficio di una questione di nullità, il giudice sia tenuto ad attivare il meccanismo di cui all’art. 101, secondo comma, c.p.c., riaprendo il contraddittorio tra le parti su tale questione; ma è, parimenti, circostanza altrettanto veritiera quella per cui sia necessario l’accertamento di una qualche nullità, emergente dalle rituali allegazioni delle parti o dalle produzioni documentali in atti[3].

Nel caso di specie, non può farsi applicazione dell’art. 101, secondo comma, c.p.c., proprio perché, in ragione della carenza probatoria della quale già si è detto, nessuna nullità era emersa dalle rituali allegazioni delle parti e dai documenti tempestivamente prodotti in giudizio.

Né può, d’altro canto, ritenersi che l’onere della prova dei fatti costitutivi posti a fondamento della nullità sia stato assolto in forza del principio di non contestazione (come dedotto dall’opponente, nella comparsa conclusionale). In tal senso, va osservato che l’onere di contestazione specifica, posto dall’art. 115, primo comma, c.p.c., si riferisce ai fatti ritualmente acquisiti al processo; mentre l’allegazione, da parte dell’opponente, delle circostanze di cui si discorre risulta tardiva, perché successiva al termine di cui all’art. 183, sesto comma, c.p.c.

In altri termini, deve essere ribadito che l’asserita nullità delle fideiussioni omnibus non emerga dalle rituali allegazioni delle parti o dalle produzioni documentali in atti (tempestivamente prodotte). Per questi motivi l’eccezione di nullità avanzata dagli opponenti va rigettata.

 

 

 

Qui il testo integrale della sentenza.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, con nota di C. Belli, Contratto a “valle” in violazione di intese vietate dalla Legge Antitrust, inGiustiziaCivile.com, 25 maggio 2018. V. anche S. D’Orsi, Nullità dell’intesa e contratto “a valle” nel diritto antitrust, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 2019, 575.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, v. supra nota 1; Cass. Civ., Sez. I, 22 maggio 2019, n. 13846, già annotata in questa Rivista, con comment di A. Zurlo, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale, 8 agosto 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/08/08/fideiussione-omnibus-e-disciplina-anticoncorrenziale/. V. anche Cass. Civ., Sez. I, 26 settembre 2019, n. 24044, in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Le fideiussioni “a valle” e le intese anticoncorrenziali “a monte”: le prime “immunizzate” dalla nullità delle seconde., 2 ottobre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/10/02/le-fideiussioni-a-valle-e-le-intese-anticoncorrenziali-a-monte-le-prime-immunizzate-dalla-nullita-delle-seconde/.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 12 dicembre 2014, n. 26242, in dejure.it.

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