La sostituzione giudiziale di una clausola nulla: una nuova perimetrazione del potere manutentivo.



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Commento a CGUE, 3 marzo 2020, C-125/18.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Sommario: Premessa. – La domanda pregiudiziale. – Il contesto normativo sovrannazionale. – Il contesto normativo nazionale. – Il procedimento principale e le questioni pregiudiziali. – La prima questione pregiudiziale: la natura “riproduttiva” e imperativa della clausola da valutare. – La seconda questione pregiudiziale (punto 2): l’assolutezza dell’obbligo di chiarezza della contrattualistica. – La seconda questione pregiudiziale (punti 3 e 4): il consumatore medio, ragionevolmente attento e avveduto. – La terza questione pregiudiziale (punto 5): la sostituzione manutentiva della clausola contrattuale “nulla”. – La limitazione nel tempo degli effetti del pronunciamento della Corte. – I principi di diritto: la nuova perimetrazione del potere manutentivo giudiziale.

 

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Premessa.

Con la recentissima pronuncia in oggetto, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea addiviene a una sorta di nuova perimetrazione del potere manutentivo del giudice nazionale, sull’accordo contrattuale e sulle sue dinamiche sinallagmatiche, aprendo alla sostituzione (legale e automatica) della sola clausola asseritamente affetta da nullità solo nell’ottica di un contingentamento del pregiudizio, a carico del consumatore, potenzialmente derivante dall’invalidità dell’intero contratto.

Lo scrutinio si rivela, quindi, decisamente rilevante, nell’offerta di una interessante chiave di lettura della nullità parziale, di protezione.

 

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La domanda pregiudiziale.

La domanda di pronuncia pregiudiziale (presentata nell’ambito di una controversia tra un mutuatario e un Istituto di credito, in relazione alla clausola relativa al tasso di interesse variabile e remunerativo, contenuta nel contratto di mutuo ipotecario stipulato tra le due parti) verteva sull’interpretazione della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, segnatamente degli artt. 1, par. 2[1], 4, par. 2[2], 6, par. 1[3], 7, par. 1[4], e 8[5].

 

Il contesto normativo sovrannazionale.

Ai fini che qui più interessano, il ventiquattresimo considerando della Direttiva 93/13/CEE afferma testualmente che «Le Autorità giudiziarie e gli organi amministrativi degli Stati membri devono disporre dei mezzi adeguati ed efficaci per far cessare l’inserzione delle clausole abusive contenute nei contratti stipulati con i consumatori».

L’allegato contiene, invece, un elenco indicativo di clausole suscettibili di poter essere dichiarate abusive; ne fanno parte, tra le altre, quelle che hanno per oggetto o per effetto:

  • stabilire che il prezzo dei beni sia determinato al momento della consegna;
  • permettere al venditore di beni o al fornitore di servizi di aumentare il prezzo;

senza che, in entrambi i casi, al consumatore venga riconosciuto il diritto corrispondente di recedere dal contratto, ove il prezzo finale sia troppo elevato rispetto al prezzo concordato al momento della conclusione del contratto.

Sono, altresì, previste delle esclusioni dall’ambito di operatività della disposizione, riconducibili a:

  • transazioni relative a valori mobiliari, strumenti finanziari e altri prodotti o servizi il cui prezzo sia collegato alle fluttuazioni di un corso e di un indice di borsa o di un tasso di mercato finanziario non controllato dal professionista;
  • clausole di indicizzazione dei prezzi, se permesse dalla legge, a condizione che le modalità di variazione vi siano esplicitamente descritte.

 

Il contesto normativo nazionale.

Onde favorire anche un raffronto con la disciplina codicistica italiana, per saggiare in maniera più efficace la portata e gli effetti della pronuncia annotata nel nostro panorama ordinamentale, è opportuno riproporre anche le previsioni del diritto spagnolo, sì come riportate, in narrativa, dalla Corte di Giustizia.  

In tal guisa, l’art. 1303 del Código Civil dispone che «Dichiarata la nullità di un’obbligazione, i contraenti devono reciprocamente restituirsi ciò che ha costituito l’oggetto del contratto, con i relativi frutti, nonché il prezzo, inclusi gli interessi, fatto salvo quanto diversamente stabilito dai seguenti articoli».

La seconda disposizione addizionale dell’Orden del Ministerio de la Presidencia, sobre transparencia de las condiciones financieras de los préstamos hipotecarios (ovverosia, del Decreto del Ministero della Presidenza, relativo alla trasparenza delle condizioni finanziarie dei mutui ipotecari), del 5 maggio 1994 (come modificato dal D. M. 27 ottobre 1995), disponeva: «La Banca di Spagna, su relazione della [Dirección General del Tesoro y Política Financiera (direzione generale del Tesoro e della politica finanziaria, Spagna)], definisce tramite circolare un insieme di indici o di tassi di riferimento ufficiali idonei ad essere applicati dagli enti di cui all’articolo 1.1 ai mutui ipotecari a tassi d’interesse variabile e pubblica periodicamente il loro valore».

Il Real Decreto Legislativo n. 1/2007 (di approvazione del testo consolidato della legge generale relativa alla tutela dei consumatori e degli utenti e di altre leggi complementari), del 16 novembre 2007:

  • all’art. 8, annovera, tra i diritti fondamentali dei consumatori e degli utenti «la tutela dei loro legittimi interessi economici e sociali, in particolare di fronte alle pratiche commerciali sleali e all’inserimento di clausole abusive nei contratti.».
  • all’art. 60, rubricato “Informazioni precontrattuali”, prevede espressamente che «1. Prima che il consumatore o l’utente sia vincolato da un contratto o da un’offerta dello stesso tipo, il professionista gli fornisce, in modo chiaro e comprensibile, le informazioni pertinenti, corrette e sufficienti sulle principali caratteristiche del contratto, in particolare sulle sue condizioni giuridiche ed economiche, qualora non siano già evidenti dal contesto.».
  • all’art. 80, rubricato “Requisiti delle clausole non negoziate individualmente”, dispone che «1. Nei contratti conclusi con consumatori e utenti che contengono clausole non negoziate individualmente, ivi compresi i contratti conclusi dalla pubblica amministrazione e dagli enti e dalle imprese da essa dipendenti, tali clausole devono soddisfare i seguenti requisiti: […] c) buona fede e giusto equilibrio fra i diritti e gli obblighi delle parti, il che esclude in ogni caso l’utilizzo di clausole abusive. […]».
  • all’art. 82, rubricato “Nozione di clausole abusive”, prevede che si debbano considerare abusive «tutte le clausole non negoziate individualmente e tutte le pratiche non autorizzate espressamente e che, in contrasto con il requisito della buona fede, determinino a danno del consumatore e dell’utente uno squilibrio significativo fra i diritti e gli obblighi delle parti derivanti dal contratto.».

Per esigenze di organicità del contributo, si rinvia all’allegato testo del pronunciamento per la disciplina contenuta nell’Orden EHA/2899/2011 de transparencia y protección del cliente de servicios bancarios (ovverosia, il Decreto Ministeriale EHA/2899/2011, sulla trasparenza e sulla protezione degli utenti di servizi bancari), del 28 ottobre 2011, e nella Ley 14/2013 de apoyo a los emprendedores y su internacionalización (ovvero, la Legge n. 14/2013 di sostegno alle imprese e alla loro internazionalizzazione), del 27 settembre 2013.

Il procedimento principale e le questioni pregiudiziali.

Nel 2001, il cliente aveva stipulato con un Istituto bancario un contratto di mutuo ipotecario, finalizzato all’acquisto di un’abitazione; al punto 3bis del relativo contratto, rubricato “Tasso d’interesse variabile”, era inserita una clausola, oggetto di controversia, che vincolava il tasso di interesse da corrispondere all’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole. Più nello specifico, questa era formulata nei seguenti termini: «Il tasso d’interesse contrattuale è fissato per periodi semestrali, calcolati a partire dalla data della firma del contratto, ove per il primo semestre si applica il tasso indicato nella terza clausola finanziaria. Nei semestri successivi il tasso applicabile sarà quello corrispondente al tasso medio sui mutui ipotecari di durata superiore a tre anni finalizzati all’acquisto di un’abitazione al prezzo di mercato concessi dalle casse di risparmio, vigente al momento della revisione, e che la Banca di Spagna pubblica ufficialmente e periodicamente nel Boletín Oficial del Estado per i mutui ipotecari a tasso variabile destinati all’acquisto di un’abitazione, arrotondato per eccesso ad un quarto di punto percentuale e aumentato di 0,25 punti percentuali».

Il cliente – consumatore proponeva ricorso innanzi al Tribunale di primo grado di Barcellona, chiedendo l’annullamento di tale clausola, a causa del suo carattere asseritamente abusivo.

Il giudice spagnolo rilevava, anzitutto, che l’indicizzazione degli interessi variabili di un mutuo ipotecario, calcolata sulla base dell’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole, fosse meno favorevole di quella calcolata sulla base del tasso medio del mercato interbancario europeo (ovverosia, con l’indice Euribor). L’utilizzo dell’IRPH avrebbe, di fatto, comportato un costo supplementare per il mutuo di un ordine di grandezza compreso tra diciottomila e ventunomila euro.

Ciò premesso, il giudice del rinvio si chiedeva se la circostanza per cui l’indice de quo fosse un indice regolamentato avesse come conseguenza l’applicazione dell’eccezione di cui all’art. 1, par. 2, della Direttiva 93/13/CEE, anche nel caso in cui l’assoggettamento delle parti del contratto di mutuo a tale indice risultasse dall’applicazione di una clausola di tale contratto.

Inoltre, lo stesso Tribunale chiedeva se il consumatore dovesse essere informato del metodo di calcolo dell’indice di riferimento, nonché del suo andamento nel passato, al fine di poter valutare il costo finanziario del mutuo contratto. A tal riguardo, si rilevava che, al fine di garantire un livello di protezione del consumatore più elevato rispetto a quello previsto da tale Direttiva, l’eccezione derivante dall’art. 4, par. 2, della Direttiva de qua, non fosse stata trasposta nell’ordinamento giuridico spagnolo. L’ultima perplessità riguardava la possibilità, in caso di non conformità della clausola controversa al diritto dell’Unione, di sostituire l’indice Euribor all’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole, o se, per converso, dovesse addivenirsi al rimborso del solo capitale prestato, senza pagamento degli interessi.

In conclusione, il giudice spagnolo, sospendendo il procedimento, decideva di sottoporre alla Corte di Giustizia le seguenti questioni pregiudiziali:

  1. «Se l’[IRPH delle casse di risparmio spagnole] debba essere oggetto di supervisione giurisdizionale, nel senso che si debba verificare se esso risulti comprensibile per il consumatore, senza che a ciò risulti di ostacolo la circostanza che il medesimo sia disciplinato da disposizioni regolamentari e amministrative, in quanto detto indice non rientra fra i casi di cui all’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva 93/13, giacché non si tratta di una disposizione obbligatoria, ma l’inserimento di tale tasso di interesse variabile e remunerativo nel contratto da parte del professionista avviene su base facoltativa.».
  2. «Se, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 93/13, che non è stata trasposta nell’ordinamento [spagnolo], risulti contrario a quest’ultima, e in particolare al suo articolo 8, la circostanza che un organo giurisdizionale spagnolo invochi e applichi il detto articolo 4, paragrafo 2, laddove tale disposizione non è stata trasposta nell’ordinamento [nazionale]per volontà del legislatore, il quale ha perseguito un livello di protezione integrale relativamente a tutte le clausole che il professionista possa inserire in un contratto stipulato con i consumatori, comprese quelle vertenti sull’oggetto principale del contratto, anche qualora fossero formulate in modo chiaro e comprensibile.».
  3. «In ogni caso, se sia necessario fornire informazioni o pubblicità sui seguenti fatti o dati, o su alcuni di essi, ai fini della comprensione della clausola essenziale, nello specifico dell’IRPH [delle casse di risparmio spagnole]: i) spiegare come si [configura] il tasso di riferimento, ossia informare che il detto indice comprende le commissioni e le altre spese dell’interesse nominale; che si tratta di una media semplice e non ponderata; che il professionista [deve] sapere e indicare che [deve] essere applicato un differenziale negativo e che i dati forniti non sono accessibili al pubblico, come invece accade per l’altro tasso abitualmente utilizzato, [l’indice Euribor]; ii) illustrare l’andamento del tasso in discussione nel passato e come potrebbe presentarsi in futuro, trasmettendo informazioni e mostrando grafici che spieghino al consumatore in maniera chiara e comprensibile l’andamento di tale tasso specifico in rapporto all’[indice Euribor], che costituisce il tasso abituale dei mutui con garanzia ipotecaria.».
  4. «Qualora la Corte concluda che è compito del giudice del rinvio esaminare il carattere abusivo delle clausole contrattuali e trarne tutte le conseguenze in conformità del diritto nazionale, si chiede alla medesima se la mancanza d’informazione riguardo a quanto suesposto non comporti la mancata comprensione della clausola, in quanto la stessa non sarebbe chiara per il consumatore medio, (articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 93/13), o se l’omissione della suddetta informazione implichi una condotta sleale del professionista [con il consumatore] e, pertanto, il consumatore, qualora fosse stato informato adeguatamente, non avrebbe accettato l’applicazione dell’IRPH [delle casse di risparmio spagnole]come indice di riferimento per il suo mutuo.».
  5. «Se venisse dichiarata la nullità dell’IRPH [delle casse di risparmio spagnole] (…), quale delle due conseguenze di seguito indicate, in mancanza di un accordo tra le parti o nel caso in cui questo risultasse più dannoso per il consumatore, sarebbe conforme all’articolo 6, paragrafo 1, e all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 93/13: i) procedere all’integrazione del contratto, applicando un indice sostitutivo abituale, l’[indice Euribor], trattandosi di un contratto essenzialmente vincolato a un interesse proficuo per l’organismo [di credito, che ha la qualità del] professionista; ii) interrompere l’applicazione degli interessi, rimanendo a carico del mutuatario o debitore unicamente l’obbligo di restituire il capitale ricevuto in prestito nei termini concordati».

 

La prima questione pregiudiziale: la natura “riproduttiva” e imperativa della clausola da valutare.

La prima questione riguarda l’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole in quanto tale. Il giudice del rinvio chiede se l’art. 1, par. 2, della Direttiva 93/13/CEE debba essere interpretato nel senso che sia esclusa dall’ambito di applicazione di tale Direttiva una clausola di un contratto di mutuo ipotecario, stipulato tra un consumatore e un professionista, che preveda che il tasso di interesse applicabile al mutuo sia fondato su uno degli indici di riferimento ufficiali previsti dalla normativa nazionale (e che, quindi, possono essere applicati dagli istituti di credito ai mutui ipotecari).

Secondo la disposizione de qua, le clausole contrattuali, che riproducono disposizioni legislative o regolamentari imperative, non sono soggette alle disposizioni della direttiva medesima.

Si istituisce, in sostanza, l’esclusione di tali clausole dall’ambito di applicazione della Direttiva, da interpretarsi restrittivamente[6] e che presuppone il soddisfacimento di due distinte condizioni: da un lato, la clausola contrattuale deve essere riproduttiva di una disposizione legislativa o regolamentare; dall’altro, tale disposizione deve essere imperativa[7].

A tale ultimo riguardo, ovverosia al fine di stabilire se le prefate condizioni siano fattivamente soddisfatte, la Corte ha dichiarato che sia compito del singolo giudice nazionale verificare se la clausola contrattuale di cui trattasi riproduca disposizioni del diritto nazionale che si applicano in modo imperativo tra i contraenti, indipendentemente da una loro scelta, o disposizioni che, viceversa, sono di natura suppletiva e, pertanto, applicabili in via residuale[8].

Nel caso di specie, dalla descrizione della normativa nazionale applicabile alla controversia oggetto del procedimento principale, non si rinviene l’obbligo di prevedere, nelle clausole di remunerazione incluse nei contratti di mutuo ipotecario, l’applicazione di uno dei sei indici ufficiali previsti dalla circular n. 8/1990 del Banco de España, a entidades de crédito, sobre transparencia de las operaciones y protección de la clientela (circolare n. 8/1990 della Banca di Spagna, all’attenzione degli istituti di credito, relativa alla trasparenza delle operazioni e alla protezione dei clienti), del 7 settembre 1990, nella versione ratione temporis applicabile.

Risulta, per contro, come il Decreto del 5 maggio 1994 non imponesse, per i mutui a tasso d’interesse variabile, l’utilizzazione di un indice di riferimento ufficiale (ivi compreso l’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole), limitandosi, invero, a stabilire le condizioni che gli indici (e i tassi di riferimento) avrebbero dovuto rispettare per poter essere utilizzati dagli istituti di credito.

Ciò rilevato, la Banca aveva la facoltà di definire il tasso d’interesse variabile «in qualsiasi altra maniera, a condizione di essere chiaro, concreto e comprensibile per il mutuatario e di essere conforme alla legge».

Ne consegue che il riferimento, nella clausola controversa, all’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole, ai fini del calcolo degli interessi dovuti nell’ambito del contratto oggetto del procedimento principale, non risulti imposto da una disposizione legislativa o regolamentare imperativa, ai sensi della giurisprudenza precedentemente richiamata. Tale clausola, quindi, rientra nell’ambito di applicazione della Direttiva 93/13/CEE.

 

La seconda questione pregiudiziale (punto 2): l’assolutezza dell’obbligo di chiarezza della contrattualistica.  

Con la seconda questione, il giudice del rinvio chiede se la Direttiva 93/13/CEE e, segnatamente, se l’art. 8 della medesima dovesse essere interpretato come ostativo all’applicazione, da parte di un giudice di uno Stato membro, dell’art. 4, par. 2, della medesima, al fine di non controllare il carattere eventualmente abusivo di una clausola contrattuale, formulata in modo chiaro e comprensibile e vertente sull’oggetto principale del contratto, nel caso in cui quest’ultima disposizione non fosse stata trasposta nell’ordinamento giuridico dello stesso Stato membro.

Dai chiarimenti contenuti nella decisione di rinvio, risulta che, con la prima parte della seconda questione pregiudiziale, il giudice del rinvio si interroghi, più precisamente, sulla possibilità per un giudice nazionale, anche in caso di mancata trasposizione nel diritto interno, di controllare se una clausola (come quella controversa), soddisfi o meno l’obbligo di trasparenza sancito dalla Direttiva 93/13/CEE.

In tal senso, la Corte evidenzia che, secondo costante giurisprudenza, il sistema di tutela istituito dalla Direttiva de qua è fondato sull’idea che il consumatore si trovi in una situazione di inferiorità rispetto al professionista, per quanto riguarda sia il potere nelle trattative, che il grado di informazione, situazione che lo induce ad aderire alle condizioni predisposte dal professionista, senza poter incidere sul contenuto delle stesse[9].

In considerazione di tale situazione di asserita disparità, la Direttiva 93/13/CEE obbliga gli Stati membri a prevedere un meccanismo che garantisca che qualsiasi clausola contrattuale, che non sia stata oggetto di una trattativa individuale, possa essere controllata, al fine di valutarne l’eventuale carattere abusivo. Di talché, spetta al giudice nazionale accertare, alla luce dei criteri enunciati all’art. 3, par. 1, e all’art. 5 della prefata Direttiva, se, date le circostanze proprie del caso di specie, una clausola di tal genere soddisfi i requisiti di buona fede, equilibrio e trasparenza[10].

Il combinato disposto degli artt. 4, par. 2, e 8 della Direttiva 93/13/CEE consente agli Stati membri di prevedere, nella normativa di trasposizione della stessa direttiva, che la «valutazione del carattere abusivo» non verta sulle clausole contemplate in questa disposizione, purché tali clausole siano formulate in modo chiaro e comprensibile[11].

Questo obbligo di redazione chiara e comprensibile è, peraltro, generalizzato dall’art. 5, che prevede che le clausole contrattuali debbano sempre essere conformi a tale obbligo[12]. Ne consegue che quest’ultima si applica in ogni caso, anche lì dove la clausola rientri nell’ambito di applicazione dell’art. 4, par. 2, e anche se lo Stato membro interessato non abbia trasposto tale disposizione. Siffatto obbligo, difatti, non può essere limitato unicamente al carattere comprensibile sui piani formale e grammaticale di una clausola contrattuale[13].

 

La seconda questione pregiudiziale (punti 3 e 4): il consumatore medio, ragionevolmente attento e avveduto.

Sempre nell’ambito della seconda questione, il giudice spagnolo chiede se la Direttiva 93/13/CEE e, segnatamente, l’art. 4, par. 2, l’art. 5 debbano essere interpretati nel senso che, al fine di rispettare l’obbligo di trasparenza di una clausola contrattuale che, nel contesto di un contratto di mutuo ipotecario, fissi un tasso d’interesse variabile, il cui metodo di calcolo sia considerato complesso per un consumatore medio, il professionista debba comunicare al consumatore informazioni relative al metodo di calcolo dell’indice, sulla base del quale detto tasso d’interesse venga calcolato, nonché all’andamento di tale indice nel passato e il modo in cui l’andamento potrebbe prevedibilmente variare in futuro.

Secondo l’orientamento ormai consolidato in seno alla giurisprudenza comunitaria (rectius, unionale), relativo all’obbligo di trasparenza, le informazioni, prima della conclusione di un contratto, in merito alle condizioni contrattuali e alle conseguenze sono, per un consumatore, di fondamentale importanza. Difatti, è in base a tali informazioni che il cliente decide se desideri (o meno) vincolarsi contrattualmente a un professionista, aderendo alle condizioni preventivamente redatte da quest’ultimo[14].

Come già evidenziato nel paragrafo precedente, l’obbligo di trasparenza delle clausole contrattuali, ex artt. 4, par. 2, e 5 della Direttiva 93/13/CEE, non può essere limitato unicamente al carattere comprensibile sui piani formale e grammaticale di queste ultime. Poiché il sistema di tutela istituito si fonda sull’idea che il consumatore si trovi in una situazione di inferiorità rispetto al professionista per quanto riguarda, in particolare, il livello di informazione, tale obbligo di redazione chiara e comprensibile delle clausole contrattuali e, pertanto, di trasparenza, imposto dalla medesima direttiva, deve essere inteso estensivamente[15].

Nel caso di una clausola che preveda, nell’ambito di un contratto di mutuo ipotecario, una remunerazione di tale mutuo mediante interessi calcolati sulla base di un tasso variabile, tale requisito deve quindi essere inteso nel senso che imponga non solo che la clausola di cui trattasi sia intelligibile per il consumatore sui piani formale e grammaticale, ma anche che un consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto, sia fattivamente posto in grado di comprendere il funzionamento concreto della modalità di calcolo di tale tasso e di valutarne, sul fondamento di criteri precisi e intelligibili, le implicazioni economiche sulle obbligazioni finanziarie[16].

La valutazione del singolo caso concreto spetta, anche in questo caso, unicamente al giudice nazionale, che deve procedere alle verifiche necessarie, alla luce di tutti gli elementi di fatto pertinenti, tra i quali figurano la pubblicità e l’informazione fornite dal mutuante nell’ambito della negoziazione di un contratto di mutuo[17]. Più nello specifico, spetta al giudice del rinvio, quando valuta le circostanze ricorrenti al momento della conclusione del contratto, verificare che, nella causa in discussione, sia stato comunicato al consumatore il complesso degli elementi idonei a incidere sulla portata del suo impegno e che gli consentono di valutare, segnatamente, il costo totale del suo mutuo.

In siffatta valutazione hanno un rilievo dirimente: da un lato, l’accertamento che le clausole siano formulate in modo chiaro e comprensibile, cosicché un consumatore medio sia ragionevolmente posto in grado di valutare un costo del genere; d’altro lato, la circostanza collegata alla mancata menzione nel contratto di credito delle informazioni “essenziali”, alla luce della natura dei beni o dei servizi che costituiscono l’oggetto del contratto[18].

Con riferimento a una clausola che contenga un riferimento a un tasso variabile, il cui valore esatto non possa essere determinato in un contratto di credito per tutta la durata di tale contratto, si deve constatare che sia rilevante, ai fini di tale scrutinio, la circostanza che gli elementi principali relativi al calcolo dell’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole fossero facilmente accessibili a chiunque intendesse stipulare un mutuo ipotecario, poiché inseriti nella circolare n. 8/1990, pubblicata nel Boletín Oficial del Estado. Tale circostanza è da considerarsi idonea da consentire a un consumatore ragionevolmente attento e avveduto di comprendere che tale indice fosse calcolato sulla base di una media dei tassi dei mutui ipotecari di durata superiore a tre anni diretti all’acquisto di un’abitazione (includendo così la media dei margini e delle spese praticati da tali istituti) e che, nel contratto di mutuo ipotecario oggetto di controversia, detto indice fosse arrotondato per eccesso, a un quarto di punto percentuale, al quale si aggiungeva ancora un margine di 0,25 punti percentuali.

Ai fini della valutazione della trasparenza della clausola controversa è, altresì, rilevante la circostanza che, secondo la normativa nazionale in vigore alla data della conclusione del contratto, gli istituti di credito fossero tenuti a informare i consumatori dell’andamento dell’IRPH nel corso dei due anni civili precedenti la conclusione dei contratti di mutuo, nonché dell’ultimo valore disponibile: anche siffatte informazioni sono idonee a offrire al consumatore un’indicazione obiettiva sulle conseguenze economiche derivanti dall’applicazione di un siffatto indice e costituiscono un punto di raffronto utile tra il calcolo del tasso d’interesse variabile basato sull’IRPH delle casse di risparmio spagnole e le altre formule di calcolo di tassi di interesse.

In conclusione, il giudice del rinvio dovrà verificare se, nell’ambito della conclusione del contratto di cui al procedimento principale, la Banca abbia effettivamente rispettato tutti gli obblighi di informazione previsti dalla normativa nazionale.

 

La terza questione pregiudiziale (punto 5): la sostituzione manutentiva della clausola contrattuale “nulla”.

Con la terza e ultima questione, il giudice del rinvio chiede se l’art. 6, par. 1, e l’art. 7, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE, debbano essere interpretati nel senso che ostino a che, nell’ipotesi di nullità di una clausola contrattuale abusiva, determinativa di un indice di riferimento per il calcolo degli interessi variabili di un mutuo, e in assenza di un diverso accordo tra le parti, il giudice nazionale possa sostituire a tale indice un indice legale o imporre al mutuatario di rimborsare il capitale prestato, entro i termini previsti da detto contratto senza pagamento degli interessi.

In via preliminare, la Corte rileva, in ossequio al richiamato art. 6, par. 1, spetti al giudice nazionale escludere l’applicazione delle clausole abusive, affinché non producano effetti vincolanti nei confronti del consumatore, tranne nel caso in cui il consumatore vi si opponga[19].

Secondo la giurisprudenza della Corte, qualora il giudice nazionale accerti la nullità di una clausola abusiva in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, l’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE dev’essere interpretato nel senso che esso osta a una norma di diritto nazionale che consente al giudice nazionale di integrare detto contratto, rivedendo il contenuto di tale clausola[20].

Se, difatti, il giudice nazionale potesse rivedere il contenuto delle clausole abusive contenute in tale contratto, una simile facoltà potrebbe compromettere la realizzazione dell’obiettivo di lungo termine, di cui all’art. 7 della Direttiva, dal momento che si eliderebbe l’effetto dissuasivo esercitato sui professionisti dalla pura e semplice non applicazione nei confronti del consumatore di dette clausole abusive: essi continuerebbero a essere tentati di utilizzare le clausole stesse, consci che, quand’anche queste fossero invalidate, il contratto potrebbe nondimeno essere integrato, per quanto necessario, dal giudice nazionale, in modo da garantire l’interesse di detti professionisti[21].

La Corte ha già avuto modo di chiarire che, nell’ipotesi in cui un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore non possa sussistere successivamente alla soppressione di una clausola abusiva, l’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE non osti a che il giudice nazionale, in applicazione di principi del diritto contrattuale, sopprima la clausola abusiva, sostituendola con una disposizione di diritto nazionale, di natura suppletiva, in situazioni in cui dichiarare invalida la clausola abusiva obbligherebbe il giudice ad annullare il contratto nella sua interezza, esponendo in tal modo il consumatore a conseguenze particolarmente pregiudizievoli, sicché quest’ultimo ne sarebbe penalizzato[22].

Tale sostituzione è pienamente giustificata alla luce della precipua finalità della normativa comunitaria, essendo conforme all’obiettivo di sostituire all’equilibrio formale, che il contratto determina tra i diritti e gli obblighi delle parti contraenti, uno reale, finalizzato a ristabilire l’uguaglianza tra queste ultime e non ad annullare qualsiasi contratto contenente clausole abusive[23].

Se non fosse consentito sostituire una clausola abusiva con una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva, obbligando, quindi, il giudice ad annullare il contratto nella sua interezza, il consumatore potrebbe essere esposto a conseguenze particolarmente pregiudizievoli: il carattere dissuasivo risultante dall’annullamento del contratto rischierebbe, consequenzialmente, di essere compromesso.

Per quanto specificamente concerne un contratto di mutuo, il paventato annullamento avrebbe, in linea di principio, l’effetto di rendere immediatamente esigibile l’importo residuo dovuto a titolo del mutuo, in proporzioni che potrebbero tutt’altro che inverosimilmente eccedere le capacità finanziarie del consumatore, finendo col sanzionare (rectius, penalizzare) quest’ultimo invece che il mutuante, che, paradossalmente, sarebbe, per converso, incentivato a inserire clausole potenzialmente nulle nei contratti proposti (consapevole di poterne profittare, nel caso di annullamento dell’intero negozio)[24].

Si deve, pertanto considerare che, in una situazione in cui un contratto di mutuo ipotecario, stipulato tra un professionista e un consumatore, non possa “sopravvivere” alla soppressione di una clausola abusiva, che faccia riferimento a un indice legale per il calcolo del tasso d’interesse variabile applicabile al mutuo, l’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE non possa essere interpretato nel senso che osta a che il giudice nazionale, al fine di evitare la nullità di tale contratto, sostituisca a tale clausola un indice previsto in via suppletiva dal diritto nazionale, laddove l’annullamento del contratto esporrebbe il consumatore a conseguenze particolarmente pregiudizievoli[25].

Nel caso di specie, la clausola controversa prevede che il tasso d’interesse variabile sia calcolato sulla base dell’IRPH delle Casse di Risparmio spagnole. Tale indice legale, previsto dalla circolare n. 8/1990, è stato sostituito, in forza della quindicesima disposizione addizionale della legge 27 settembre 2013, n. 14, con uno sostitutivo, qualificato come “suppletivo”.

In tale contesto, il giudice del rinvio, laddove dovesse constatare il carattere abusivo della clausola controversa e, in secondo luogo, l’essenzialità della stessa ai fini della “sopravvivenza” del contratto di mutuo ipotecario e che l’annullamento esporrebbe il consumatore a conseguenze particolarmente pregiudizievoli, è legittimato a sostituire detta clausola con l’indice sostitutivo previsto dalla legge n. 14/2013 (a condizione che si possa ritenere che quest’ultimo abbia carattere suppletivo alla luce del diritto nazionale).

 

La limitazione nel tempo degli effetti del pronunciamento della Corte.

Le conseguenze finanziarie di un’eventuale nullità di una clausola, in esito al meccanismo manutentivo descritto, per gli Istituti bancari individualmente considerati e per il sistema bancario considerato nel suo insieme, non possono essere determinate unicamente sulla base dell’interpretazione del diritto unionale, fornita dalla Corte, con la risoluzione della singola controversia[26].

Ne consegue l’insussistenza della necessità di una limitazione nel tempo gli effetti della presente sentenza.

 

I principi di diritto: la nuova perimetrazione del potere manutentivo giudiziale.

In esito all’approfondito e puntuale iter argomentativo – motivazionale, la Corte, conclusivamente, dichiara:

1) L’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, deve essere interpretato nel senso che rientra nell’ambito di applicazione di tale direttiva la clausola di un contratto di mutuo ipotecario stipulato tra un consumatore e un professionista, la quale prevede che il tasso di interesse applicabile al mutuo sia fondato su uno degli indici di riferimento ufficiali previsti dalla normativa nazionale che possono essere applicati dagli istituti di credito ai mutui ipotecari, qualora tale normativa non preveda né l’applicazione imperativa di tale indice indipendentemente dalla scelta di dette parti, né la sua applicazione in via suppletiva in assenza di un diverso accordo tra tali stesse parti.

2) La direttiva 93/13, e segnatamente il suo articolo 4, paragrafo 2, e il suo articolo 8, deve essere interpretata nel senso che un giudice di uno Stato membro è tenuto a controllare il carattere chiaro e comprensibile di una clausola contrattuale vertente sull’oggetto principale del contratto, e ciò indipendentemente dalla trasposizione dell’articolo 4, paragrafo 2, di tale direttiva nell’ordinamento giuridico di tale Stato membro.

3) La direttiva 93/13, e segnatamente il suo articolo 4, paragrafo 2, e il suo articolo 5, deve essere interpretata nel senso che, al fine di rispettare l’obbligo di trasparenza di una clausola contrattuale che fissa un tasso d’interesse variabile nell’ambito di un contratto di mutuo ipotecario, tale clausola deve non solo essere intelligibile sui piani formale e grammaticale, ma consentire altresì che un consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto, sia posto in grado di comprendere il funzionamento concreto della modalità di calcolo di tale tasso e di valutare in tal modo, sul fondamento di criteri precisi e intelligibili, le conseguenze economiche, potenzialmente significative, di una tale clausola sulle sue obbligazioni finanziarie. Costituiscono elementi particolarmente pertinenti ai fini della valutazione che il giudice nazionale deve effettuare al riguardo, da un lato, la circostanza che gli elementi principali relativi al calcolo di tale tasso siano facilmente accessibili a chiunque intenda stipulare un mutuo ipotecario, grazie alla pubblicazione del metodo di calcolo di detto tasso, nonché, dall’altro, la comunicazione di informazioni sull’andamento, nel passato, dell’indice sulla base del quale è calcolato questo stesso tasso.

4) L’articolo 6, paragrafo 1, e l’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 93/13 devono essere interpretati nel senso che non ostano a che, nell’ipotesi di nullità di una clausola contrattuale abusiva che fissa un indice di riferimento per il calcolo degli interessi variabili di un mutuo, il giudice nazionale sostituisca a tale indice un indice legale, applicabile in assenza di un diverso accordo tra le parti contraenti, a condizione che il contratto di mutuo ipotecario di cui trattasi non possa sussistere in caso di soppressione di detta clausola abusiva, e che l’annullamento di tale contratto nella sua interezza esponga il consumatore a conseguenze particolarmente pregiudizievoli.

 

 

 

Qui il testo integrale della sentenza.


[1] L’art. 1, par. 2, dispone testualmente: «Le clausole contrattuali che riproducono disposizioni legislative o regolamentari imperative e disposizioni o principi di convenzioni internazionali, in particolare nel settore dei trasporti, delle quali gli Stati membri o [l’Unione europea] sono parte, non sono soggette alle disposizioni della presente direttiva».

[2] L’art. 4 prevede quanto segue: «1. Fatto salvo l’articolo 7, il carattere abusivo di una clausola contrattuale è valutato tenendo conto della natura dei beni o servizi oggetto del contratto e facendo riferimento, al momento della conclusione del contratto, a tutte le circostanze che accompagnano detta conclusione e a tutte le altre clausole del contratto o di un altro contratto da cui esso dipende. 2. La valutazione del carattere abusivo delle clausole non verte né sulla definizione dell’oggetto principale del contratto, né sulla perequazione tra il prezzo e la remunerazione, da un lato, e i servizi o i beni che devono essere forniti in cambio, dall’altro, purché tali clausole siano formulate in modo chiaro e comprensibile».

[3] L’art. 6, par. 1, dispone: «Gli Stati membri prevedono che le clausole abusive contenute in un contratto stipulato fra un consumatore ed un professionista non vincolano il consumatore, alle condizioni stabilite dalle loro legislazioni nazionali, e che il contratto resti vincolante per le parti secondo i medesimi termini, sempre che esso possa sussistere senza le clausole abusive».

[4] L’art. 7, par. 1, prevede testualmente: «Gli Stati membri, nell’interesse dei consumatori e dei concorrenti professionali, provvedono a fornire mezzi adeguati ed efficaci per far cessare l’inserzione di clausole abusive nei contratti stipulati tra un professionista e dei consumatori».

[5] L’art. 8 prevede: «Gli Stati membri possono adottare o mantenere, nel settore disciplinato dalla presente direttiva, disposizioni più severe, compatibili con il trattato, per garantire un livello di protezione più elevato per il consumatore».

[6] V., in tal senso, CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[7] Cfr. CGUE, 10 settembre 2014, C‑34/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[8] Cfr. CGUE, 21 marzo 2013, C‑92/11; CGUE, 10 settembre 2014, C‑34/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[9] Cfr. CGUE, 3 giugno 2010, C‑484/08; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[10] Cfr., in tal senso, CGUE, 21 marzo 2013, C‑92/11; CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[11] Cfr. CGUE, 3 giugno 2010, C‑484/08; CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13.

[12] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[13] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13.

[14] Cfr. CGUE, 21 marzo 2013, C‑92/11; CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 21 dicembre 2016, C‑154/15, C‑307/15 e C‑308/15; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[15] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[16] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[17] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 febbraio 2015, C‑143/13; CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[18] Cfr. CGUE, 20 settembre 2017, C‑186/16.

[19] Cfr. CGUE, 4 giugno 2009, C‑243/08; CGUE, 14 giugno 2012, C‑618/10; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[20] Cfr. CGUE, 14 giugno 2012, C‑618/10; CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[21] Cfr. CGUE, 14 giugno 2012, C‑618/10; CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[22] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17; CGUE, 3 ottobre 2019, C‑260/18.

[23] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[24] Cfr. CGUE, 30 aprile 2014, C‑26/13; CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[25] Cfr. CGUE, 26 marzo 2019, C‑70/17 e C‑179/17.

[26] V. CGUE, 21 marzo 2013, C‑92/11.

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