Inadempimento obblighi informativi di una Banca Popolare: il Tribunale di Brindisi si allinea all’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF).



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Nota a Trib. Brindisi, 13 settembre 2021.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con la recentissima ordinanza in oggetto, il Tribunale di Brindisi si pone, senza soluzione di continuità, con l’orientamento arbitrale in tema di inadempimento degli obblighi informativi da parte di una nota Banca Popolare.

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Più nello specifico e nel merito della controversia, il giudice accoglie, in primo luogo, la domanda di nullità relativamente alle operazioni di investimento contestate, poiché, secondo quanto testualmente disposto dall’art. 23 TUF, i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento (c.d. contratto-quadro) debbono essere redatti per iscritto, a pena di nullità, deducibile solo dal cliente. Dalla nullità del contratto-quadro, per difetto del requisito della forma scritta, consegue la nullità delle operazioni di investimento, con conseguente obbligo dell’intermediario di restituzione al cliente delle somme investite a norma dell’art. 2033 c.c.[1], nei limiti della prescrizione (sì come ritualmente eccepita dalla Banca convenuta)[2].

Nel caso di specie, l’Intermediario ha prodotto copia solo di due contratti-quadro, sottoscritti rispettivamente nel dicembre 2012 e nel settembre 2010 dal dante causa degli odierni ricorrenti, conseguendone che debbano considerarsi nulle le operazioni d’investimento compiute anteriormente alle predette date, in quanto la nullità del contratto quadro incide sulla validità dei successivi ordini di acquisto[3].

La domanda attorea, di risoluzione, deve essere accolta anche per quanto riguarda le singole operazioni di investimento successive alla redazione per iscritto dei contratti quadro, sussistendo i presupposti di cui agli artt. 1453 e 1455 c.c., per effetto dell’inadempimento dell’Intermediario, di non scarsa importanza, avendo questi agito nella fase esecutiva dei predetti contratti-quadro, in violazione dei doveri di diligenza, di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. Pacifica fra le parti e, comunque, emergente per tabulas, la totale perdita del capitale investito, sarebbe stato onere dell’Intermediario, fornire la prova di aver agito in adempimento del contratto-quadro con la diligenza richiesta, e ove il cliente deduca l’inadempimento degli obblighi informativi, sussiste una presunzione del nesso eziologico tra la mancata adeguata informazione circa il rischio di perdita del capitale investito e il danno occorso agli investitori[4].

In particolare, affinché possa ritenersi assolto l’obbligo informativo gravante sull’intermediario, ai sensi dell’art. 29 del Reg. Consob n. 11522/1998, quest’ultimo deve provare che «[…] valutati gli elementi di giudizio in suo possesso, abbia offerto all’investitore un’effettiva spiegazione delle ragioni dell’inadeguatezza e l’investitore ne abbia autorizzato l’esecuzione esternando la sua volontà mediante ordine scritto o su altro supporto equivalente in cui sia esplicitato il riferimento alle avvertenze ricevute; tuttavia, in caso di contestazione del cliente, che alleghi l’omissione di specifiche informazioni, grava sull’intermediario l’onere di provare, con ogni mezzo, che, invece, quelle informazioni siano state fornite, ovvero che non fossero dovute»[5].

Era, peraltro, onere dell’Intermediario comprovare di aver fornito al cliente una precisa descrizione dello specifico prodotto oggetto dell’investimento, né, tantomeno, può ritenersi che un tale adempimento possa essere rimesso alla discrezionalità dell’Intermediario neanche qualora ciò dipenda dal profilo soggettivo dell’investitore o dell’assortimento del portafoglio di questi[6]. Nel caso di specie, secondo quanto già condivisibilmente evidenziato dall’arbitro bancario adito dai ricorrenti, «Con riferimento alla contestata erronea profilatura, ai fini del presente ricorso deve essere preso in considerazione l’esito del questionario riferito al de cuius in data 14 settembre 2012 e 26 luglio 2013 e della Ricorrente in data 14 settembre 2012 e 19 marzo 2014. Ebbene, le doglianze in merito avanzate risultano fondate, non potendosi ritenere, in base al quadro informativo da esso scaturente, che gli investimenti di che trattasi fossero in linea con il profilo degli investitori, in particolare con la loro esperienza e conoscenza in materia finanziaria. Inoltre va detto che sugli intermediari grava anche un generale obbligo di profilatura dei singoli prodotti, atteso che ciò costituisce un presupposto logico per l’attuazione di una corretta valutazione di adeguatezza rispetto al profilo del cliente. E, allora, non può che formularsi un giudizio critico con riguardo al fatto che l’intermediario avesse riconosciuto ai propri titoli azionari un profilo di “rischio basso”. Infatti, come già ha avuto modo di rilevare questo Collegio in casi analoghi, tale valutazione “non può che suscitare quantomeno forti perplessità in termini di ragionevolezza, non solo in considerazione del fatto che trattavasi, comunque, di capitale di rischio ma, e soprattutto, per la loro natura di strumenti illiquidi, che in quanto tali espongono il risparmiatore non solo al rischio di possibile perdita prospettica dell’intero capitale investito ma anche a quello ben più concreto di trovarsi nella condizione di non poter liquidare l’investimento in tempi ragionevoli. Il che, a ben vedere, è ciò che è accaduto nel caso di specie»[7].

In disparte da ogni considerazione sul legittimo sospetto sollevato dall’Organismo arbitrale (ovverosia che, nel caso di specie, vi fosse stata una «strategia d’investimento “suggerita” dall’Intermediario per favorire il collocamento di strumenti da esso stesso emessi, in evidente contrasto con l’interesse del cliente»), in mancanza di alcuna specifica informazione ai clienti, non soltanto circa la natura e le caratteristiche del titolo, ma soprattutto la situazione finanziaria dell’emittente, il suo rating ed eventuali situazioni di default dell’emittente (ragioni per le quali, probabilmente, la Banca decideva di rivolgersi in modo massiccio alla platea degli investitori non istituzionali, con emissioni di capitale di rischio), deve ritenersi che l’Intermediario sia venuto meno ai più basilari obblighi informativi. Peraltro, secondo quanto contenuto nella già richiamata decisione dell’Arbitro, l’Intermediario, nel caso di specie, ha, fra l’altro, violato le disposizioni contenute nella Comunicazione Consob del 2 marzo 2009, n. 9019104, in materia di illiquidi; segnatamente, «deve preliminarmente rilevarsi come la Banca, non considerando illiquidi i propri titoli azionari, abbia implicitamente riconosciuto di non aver rispettato i più stringenti obblighi ivi presenti quantomeno con riferimento alle operazioni d’investimento concluse dopo l’adozione della Comunicazione in parola». Deve, in effetti, condividersi la qualificazione della natura illiquida delle azioni emesse dalla Banca Popolare, posto che, vertendosi su titoli azionari ormai da tempo pacificamente illiquidi (come dedotto dai ricorrenti, non contestato dal resistente ed emerso per tabulas), gravava sullo stesso Intermediario l’onere della prova che, alla data dell’operazione di investimento, fosse esistita l’asserita condizione di liquidità, non essendo, per converso, bastevole, al fine di giustificare di un esonero dallo specifico obbligo informativo, una generica allegazione.

Riconosciuto l’inadempimento dell’Intermediario finanziario, per violazione degli obblighi informativi nei confronti dei clienti-investitori, riguardo ad operazioni compiute in esecuzione del contratto-quadro, consegue la responsabilità contrattuale per inadempimento dell’Intermediario, con conseguente risoluzione dei singoli atti di acquisto, oltre agli obblighi risarcitori, secondo i principi generali in tema di inadempimento contrattuale, sussistendo, nel caso di specie, la prova sia della gravità dell’inadempimento, che dell’eziologia fra inadempimento e danno (da liquidarsi nella misura del costo delle azioni, in difetto di prova del maggior danno).

 

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. ex multis Cass. Civ., Sez. I, 26.10.2020, n. 23448.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 15.07.2011, n. 15669.

[3] Cfr. ex plurimis Cass. Civ., Sez. I, 11.04.2016, n. 7068.

[4] Cfr. App. Milano, Sez. I, 14.01.2021, n. 120.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 27.10.2020, n. 23570.

[6] V. App. Torino, Sez. II, 12.01.2021, n. 23, per cui: «L’informazione circa la adeguatezza della operazione deve contenere specifiche indicazioni concernenti plurimi elementi, quali la natura e le caratteristiche del titolo, l’emittente, il rating, eventuali situazioni di grey market o di pericolo di imminente default dell’emittente. Solo dimostrando di aver elargito di siffatto tipo di notizie sulle caratteristiche e gli specifici fattori di rischio del titolo, la banca avrebbe assolto il proprio obbligo informativo, non bastando a tal fine trincerarsi dietro l’affermazione della imprevedibilità del crack finanziario dell’emittente.».

[7] V. ex multis ACF, 29.11.2017, n. 127.

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