Fidarsi è bene, affidarsi (per iscritto) è meglio: sull’onere della prova dell’affidamento.



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Nota a App. Torino, 15 febbraio 2021, n. 184.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La Corte torinese rileva per il Tribunale, nel pronunciamento impugnato, fosse onere dell’opponente allegare e provare l’esistenza di un affidamento di fatto; onere ritenuto non assolto, dal momento che nessuna allegazione era stata operata al riguardo nell’atto introduttivo, né, tantomeno, nelle memorie istruttorie successive alla costituzione della Banca. Il Giudice di prime cure aveva, quindi, concluso che, in mancanza di precipue allegazioni, il rapporto di conto corrente andasse considerato non affidato, con conseguente natura di “fuori fido” di tutti i saldi negativi di tale periodo e della natura solutoria delle rimesse operate.

A giudizio del Collegio le censure degli appellanti non sono meritevoli di accoglimento, poiché non hanno la forza di contrastare il fondamento logico-giuridico delle deduzioni contenute nella sentenza impugnata: in effetti gli appellanti si sono limitati a richiamare alcuni stralci dell’atto di citazione in opposizione, senza pur tuttavia individuare con precisione la specifica allegazione (prima ancora della prova) di un fido di fatto. Ciò premesso, sotto il profilo probatorio, è premura della Corte territoriale ricordare come sia certamente onere del correntista dimostrare la natura ripristinatoria dei versamenti e dunque l’esistenza dell’affidamento[1]. Eccepita, quindi, dalla Banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito, per decorso del termine decennale dal pagamento, è onere del cliente comprovare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilità accordata[2] e che sposti per quel versamento l’inizio del decorso della prescrizione al momento della chiusura del conto[3].

L’esistenza del contratto di apertura di credito deve essere provata con la forma scritta e non può essere fondata su altri elementi come prove indirette, quali gli estratti conto, i riassunti scalari, i report della centrale rischi, la stabilità dell’esposizione, l’entità del saldo debitore, la previsione di una commissione di massimo scoperto, oppure voci quali “spese gestione fido” e “revisione fido”.

Ai fini della individuazione delle rimesse solutorie e/o ripristinatorie, in mancanza di contratto scritto, il limite dell’affidamento non si può individuare nello stesso massimo scoperto consentito di fatto[4]. Detto ciò, non possono condividersi le deduzioni del CTU, secondo cui nel caso di specie sarebbe stato ravvisabile un affidamento di fatto, tendenzialmente illimitato, desumibile dalla concreta operatività del conto corrente. A tal riguardo, occorre dare continuità all’orientamento per cui non si può affermare che, in assenza di prova scritta dell’apertura di credito, la stessa possa ritenersi illimitata o comunque che la concreta operatività del conto possa consentire di affermare che vi fosse una importante elasticità di cassa che la Banca avrebbe autorizzato per tutto il periodo esaminato, per cui i maggiori picchi debitori siano da ricomprendere nell’ambito di un’operatività abituale e affidata quanto meno in via di fatto. In mancanza di prova scritta dell’apertura di credito (in cui deve essere inequivocabilmente indicata la soglia stessa dell’affidato) è da escludersi l’esistenza di un affidamento e, altrettanto pacificamente, deve essere ritenuto onere del correntista che invoca effetti per sé favorevoli dover provvedere alla produzione in giudizio del contratto stesso, non bastando l’affermazione che vi fosse una apertura di credito. Il riferimento all’affidamento di fatto contenuto nella perizia in primo grado si scontra con il principio secondo cui è necessario ancorare al dato contrattuale l’individuazione di obblighi a carico della Banca, per evitare di lasciare all’arbitrio un tema di una certa rilevanza (ovverosia, capire se la Banca abbia semplicemente tollerato la scopertura di saldo oppure si sia impegnata a mettere a disposizione del correntista una determinata somma di denaro).

Il tema dello sconfinamento, che si protrae nel tempo, senza che di fatto la Banca abbia iniziative di rientro, denota semplicemente la mancanza di interesse di quest’ultima a ricevere nell’immediato la prestazione dovuta e di tollerare (se non di favorire) la persistenza attuale e il protrarsi futuro del debito da sconfino del cliente. Occorre dunque ribadire che l’esistenza di scoperti di conto, anche ripetuti e cospicui, non è univocamente interpretabile come conseguente ad un’apertura di credito a favore della cliente, ben potendo trattarsi di mera tolleranza da parte della banca[5].

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 30.10.2018, n. 27704.

[2] Cfr. Cass. 30.01.2019, n. 2660.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 22.05.2020, n. 9462; Cass. Civ., 30.10.2018, n. 27704.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 30.10.2018, n. 27705.

[5] Cfr. App. Torino, 11.01.2018, n. 92.

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