L’investitore perde il pelo, ma non il…rischio.



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Nota a ACF, 30 marzo 2021, n. 3575.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con la recentissima decisione in oggetto, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) ha riproposto, seppur incidentalmente, la questione dell’inferenza eziologica tra la conoscenza pregressa degli strumenti finanziari e le successive scelte di investimento, indipendentemente dalla condotta dell’intermediario.

Invero, in un precedente pronunciamento[1], l’ACF aveva dichiarato che «la conoscenza degli strumenti finanziari e dell’emittente, già acquisita aliunde in ragione delle pregresse operazioni, consente di affermare che la scelta del ricorrente di continuare ad investire sul titolo è maturata in maniera, per così dire, indipendente da quelli che sono stati i comportamenti dell’intermediario, sicché anche una più dettagliata informazione somministrata dal resistente in occasione delle operazioni [successive] non sarebbe stata in grado – secondo il principio del “più probabile che non” – di modificare quella che ben può considerarsi come un’abitudine inveterata di investimento del ricorrente”». Ne conseguiva, nel caso di specie, il respingimento della domanda di risarcimento dei danni, conseguente all’inadempimento dell’Intermediario resistente agli obblighi informativi. Più nello specifico, era stata affermata l’irrilevanza dell’inadempimento di tali oneri, stante «la presenza di un più che significativo quantitativo di azioni […] nel portafoglio del ricorrente già al settembre 2008, e la circostanza che le stesse rinvenissero, a loro volta, da una serie di operazioni eseguite in arco di tempo estremamente prolungato, non può che corroborare l’affermazione del resistente circa la piena conoscenza, acquisita nel tempo dal ricorrente, degli strumenti finanziari per cui è controversia.».

 

 

Qui la decisione.


[1] ACF, 23 dicembre 2019, n. 2102.

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