Prescrizione delle rimesse nei conti tecnici: inapplicabile la distinzione tra natura solutoria e ripristinatoria.



2 min read

Nota a App. Napoli, 20 ottobre 2020, n. 3677.

di Laura Albanese

 

 

 

 

 

 

Al fine di individuare il dies a quo da cui computare il decorso del termine prescrizionale, la Corte d’Appello di Napoli torna sul discrimen tra rimesse solutorie e ripristinatorie, dichiarandola inapplicabile ai conti tecnici, nell’ambito dei quali il termine decorre dalla conclusione della singola operazione.

Infatti, secondo l’impostazione accolta nel recente pronunciamento e già precedentemente diffusamente emersa nella giurisprudenza di merito, non potrebbe operarsi sul punto alcuna sovrapposizione tra un conto corrente assistito da un’apertura di credito – caratterizzato dalla messa a disposizione del cliente di una provvista dallo stesso utilizzabile con ampio margine di libertà– e un conto anticipi, in cui il c.d. “castelletto” rappresenta semplicemente il limite entro il quale la banca si impegna «a scontare gli effetti e le ricevute bancarie che il cliente»; dunque, come in altre occasioni messo in rilievo, nell’ambito del conto anticipi, non si rinviene «alcun trasferimento di denaro al cliente (neppure nella forma della messa a disposizione) con la conseguenza che detto trasferimento avverrà solo in forza dei singoli negozi di sconto e l’obbligazione restitutoria dello scontatario sorgerà solo ove i documenti scontati rimangano insoluti»[1].

Ne discende, secondo la corte partenopea, l’inapplicabilità ai conti in questione del principio espresso dalla Suprema Corte[2], rispetto al termine di prescrizione delle operazioni nell’azione di ripetizione dell’indebito, secondo cui «il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza di rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati».

Dunque, il presupposto che giustifica l’iter argomentativo seguito dalla Corte investita del gravame è rappresentato dal fatto che il castelletto di sconto non può concorrere a determinare il fido rilevante ai fini della qualificazione delle rimesse in conto come solutorie o ripristinatorie e, di conseguenza, non può rinviare il dies a quo di decorrenza della prescrizione fino alla chiusura del conto corrente[3], giacché le rimesse in questione non possono che rappresentare dei pagamenti.

Tale conclusione non è suscettibile di esser messa in discussione nemmeno dal frequente collegamento intercorrente tra il castelletto e l’apertura di credito, che fa sì che «i ricavi conseguiti attraverso sconti e anticipazioni siano destinati a confluire nel conto corrente che riflette l’apertura di credito»[4].

 

 

 

Qui la pronuncia.


[1] In questi termini, Trib. Chieti, 19 gennaio 2016. Sul punto negli stessi termini già Cass. Civ., 14 luglio 2010, n. 16560, in dejure.it.

[2] V. Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418, con nota di F. Greco, Anatocismo bancario e prescrizione: le Sezioni Unite e la difficile applicabilità del decreto mille proroghe. Continua il match tra correntisti e banche, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 2011, 810.

[3] Alla stessa conclusione sono pervenuti anche Trib. Perugia, 27 aprile 2017 e Trib. Torino, 12 novembre 2014.

[4] Così Trib. Bari, 3 novembre 2009, n. 3257.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap