La non automatica estensibilità della nullità antitrust dalle fideiussioni omnibus a quelle ordinarie.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 20 maggio 2020, n. 9253.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Nel caso di specie, con uno dei motivi di doglianza, il ricorrente deduceva il mancato rilievo d’ufficio della nullità della fideiussione sottoscritta a favore dell’Istituto di credito resistente e la violazione del principio per cui tutti i contratti costituenti applicazione di intese illecite, anche ove conclusi in epoca anteriore all’accertamento dell’illiceità da parte dell’Autorità Indipendente preposta alla regolazione del mercato, configurino condotte anticoncorrenziali. A tal proposito, richiamava il principio postulato nella pronuncia n. 29810/2017, assumendo che la fideiussione fosse stata rilasciata sul modello standard ABI, dell’ottobre 2002, contenente clausole vietate dall’art. 2 l. n. 287/1990 e, al contempo, evidenziava che, trattandosi di nullità “di protezione”, la questione potesse essere rilevata in ogni stato e grado del giudizio.

A giudizio della Terza Sezione Civile, il motivo è inammissibile, per mancanza di autosufficienza e specificità. Invero, parte ricorrente, nel tentativo di coniugare il principio secondo cui “in tema di accertamento del danno da condotte anticoncorrenziali ai sensi dell’art. 2 della l. n. 287 del 1990, spetta il risarcimento per tutti i contratti che costituiscano applicazione di intese illecite, anche se conclusi in epoca anteriore all’accertamento della loro illiceità da parte dell’autorità indipendente preposta alla regolazione di quel mercato”[1] con quello predicato in materia di nullità di protezione[2] prospetta una censura meramente suggestiva.

Il Collegio osserva, difatti, come la prima pronuncia richiamata si riferisca al modello ABI relativo a una fideiussione omnibus[3], laddove, per contro, nel caso de quo, la garanzia prestata è circoscritta nel valore ed è riferita allo scoperto di conto corrente: trattasi, pertanto, di una fideiussione ordinaria, rispetto alla quale il prefato principio non può essere automaticamente trasposto.

Pur non potendosi escludere, di per sé, che le pattuizioni oggetto di censura possano essere effettivamente in contrasto con il divieto di libera concorrenza, un siffatto accertamento avrebbe imposto al ricorrente un’articolata allegazione della censura, in termini di autosufficienza del motivo, dal momento che il mero richiamo alle clausole di “sopravvivenza”, “rivivescenza” e “rinuncia ai termini di cui all’art. 1957 c.c.”, senza una loro completa trascrizione, non consente al Collegio di poter apprezzare i profili della dedotta nullità.

 

 

Qui il testo dell’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, con nota di S. D’Orsi, Nullità dell’intesa e contratto “a valle” nel diritto antitrust., in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 2019, 575. V. anche C. Belli, Contratto a “valle” in violazione di intese vietate dalla Legge Antitrust, in GiustiziaCivile.com, 25 maggio 2018.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 2014, n. 26242, in dejure.it.

[3] Per un approfondimento, A. Zurlo, Le fideiussioni “a valle” e le intese anticoncorrenziali “a monte”: le prime “immunizzate” dalla nullità delle seconde., in questa Rivista, 2 ottobre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/10/02/le-fideiussioni-a-valle-e-le-intese-anticoncorrenziali-a-monte-le-prime-immunizzate-dalla-nullita-delle-seconde/.

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