La querelle del rimborso degli oneri per l’estinzione anticipata.



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Commento a Trib. Napoli, 10 marzo 2020, n. 2391.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

Come efficacemente scrisse il Prof. Umberto Romagnoli, nell’ormai lontano 1982, «Chi, potendo risolvere una questione semplice, la complica, commette una cattiva azione.».
Lungi da ogni improprio e inopportuno giudizio morale, specie qui dove si discorre di legittimi punti d’osservazione e di interpretazione, il concorso nell’addensare un legittimo affidamento sociale, attorno alla possibilità indiscriminata di un rimborso integrale di tutti gli oneri, in caso di estinzione anticipata del finanziamento, è stato, se non una cattiva azione, quantomeno una scelta fumosa e avventata. Perché, tornado all’espressione aforistica, la questione è semplice: l’ormai famigerata (suo malgrado) sentenza “Lexitor” non può essere “applicata direttamente” nel panorama giuridico e ordinamentale italiano. Per le tutte le ragioni che, in maniera quasi precorritrice, sono state esposte in questa Rivista[1], a margine della pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che non sono tramontate neppure dopo la (prudente) decisione del Collegio di Coordinamento dell’Arbitro Bancario Finanziario[2] e che sono state affermate dalla decisione in commento del giudice partenopeo, che, a sua volta, fa il paio con il precedente pronunciamento del novembre 2019[3].

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Le circostanze fattuali.

Nel 2010, un consumatore aveva stipulato con la propria Banca un contratto di finanziamento, da restituire mediante cessione pro solvendo di n. 120 quote della retribuzione mensile. In sede di liquidazione del mutuo, dal capitale netto erogato, l’Istituto aveva provveduto a trattenere somme a titolo di costi del credito ulteriori agli interessi. Durante la regolare esecuzione del contratto, il cliente aveva provveduto all’estinzione anticipata del contratto di finanziamento, allo scadere della 48esima rata, effettuando un pagamento quantificato dalla Banca mutuante, mediante conteggio estintivo. Quest’ultima, in applicazione di una clausola contrattuale eliminatoria di ogni diritto del mutuatario alla restituzione di alcune delle spese anticipate per il mutuo, non provvedeva al rimborso, neppure parziale, in ordine ai costi del credito non maturati; più nello specifico, il consumatore aveva lamentato la mancata restituzione dei costi relativi alle commissioni bancarie e alle commissioni di intermediazione (non anche dei costi relativi ai premi assicurativi).

Citando innanzi al Giudice di Pace di Barra l’Istituto di credito, il mutuatario aveva quantificato le somme cui aveva diritto, a seguito dell’estinzione anticipata del finanziamento, mediante il c.d. metodo proporzionale (o pro rata temporis, o metodo lineare), ovverosia dividendo le somme versate al momento della stipula del contratto, per il pagamento delle commissioni bancarie e di intermediazione, per il numero di rate di cui si componeva il piano di ammortamento del mutuo, e moltiplicando il risultato ottenuto per le rate corrisposte in un’unica soluzione, all’atto dell’estinzione anticipata.

Il giudice di primo grado riconosceva il diritto di parte attrice, nella misura cosi quantificata, e condannava, in conseguenza, la Banca anche alle spese di lite. Avverso tale pronunciamento, proponeva appello l’Istituto.

 

La decisione del giudice partenopeo: il carattere “non self executing” della Direttiva (e della sentenza della CGUE).

In via preliminare, il Tribunale di Napoli, oltre all’ammissibilità dell’appello, sottolinea, perentoriamente, l’inapplicabilità, alla fattispecie oggetto della controversia, della sentenza dell’11 settembre 2019, C-383, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, interpretativa dell’art. 16 della Direttiva 2008/48/CE, in contrasto con il testo dell’art. 125sexies TUB, poiché la citata fonte normativa europea, non essendo self executing, non può trovare diretta applicazione nei rapporti interprivatistici ordinamentali[4].

In tal guisa, pare senz’altro opportuno quanto necessario, con riferimento alle spese accessorie a un contratto di finanziamento, distinguere tra la remunerazione di servizi temporalmente collocabili nella fase preliminare e/o formativa del regolamento negoziale (i cc.dd. oneri “up front”) e quella di attività destinate a trovare svolgimento nella fase esecutiva (i cc.dd. costi “recurring”).

Generalmente, a siffatta distinzione si è soliti addivenire, dal momento che i costi recurring sono univocamente oggetto di restituzione, in caso di estinzione anticipata. Le predette spese, sono gli interessi sulle rate non scadute, le commissioni finanziarie e accessorie, le spese di assicurazione divise per il numero di rate, con restituzione solo di quelle limitatamente alle rate non scadute. In ogni caso, nel dubbio sul titolo della spesa, la voce di costo deve essere considerata recurring pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del rapporto, senza entrare nei dettagli del criterio di calcolo.

La giurisprudenza arbitrale, a sua volta, ha, a più riprese, escluso che, nei casi di estinzione anticipata, le commissioni d’intermediazione possano essere interamente conteggiate a carico del cliente, solo laddove sia in esse incontroversa la sussistenza di forme di remunerazione per attività che l’intermediario avrebbe dovuto rendere per tutta la durata del rapporto, e da cui però, per effetto dell’estinzione anticipata, sia stato anticipatamente liberato.

Fra i costi per servizi accessori certamente rientranti nella categoria recurring si rinvengono i premi per le polizze assicurative (sulla vita, sull’impiego, sugli infortuni), a copertura del rischio di non realizzo cui è naturalmente esposto il mutuante. Anche tali oneri, per prassi negoziale, sono addebitati anticipatamente e integralmente al soggetto mutuatario, al momento dell’accensione del finanziamento, e nessun indennizzo sembra oggi poter maturare in favore alla Banca, finché non sia stata fornita la dimostrazione che gli eventuali costi, direttamente collegati al rimborso anticipato, siano stati effettivamente sostenuti.

A tal riguardo, l’art. 125sexies TUB prevede che «il consumatore [possa] rimborsare anticipatamente in qualsiasi momento, in tutto o in parte, l’importo dovuto al finanziatore». Il giudice partenopeo evidenzia, per giunta, come, conformemente alla Direttiva 87/102/CEE, il Decreto del Ministero del Tesoro 8 luglio 1992, art. 3, comma 1, abbia previsto che «il consumatore [debba avere] sempre la facoltà dell’adempimento anticipato» e che tale facoltà «si [eserciti] mediante versamento al creditore del capitale residuo, degli interessi ed altri oneri maturati fino a quel momento e, se previsto dal contratto, di un compenso comunque non superiore all’uno per cento del capitale residuo».

Di talché, il rimborso delle somme spettanti al cliente, cosi come disposto dalla legge, è rappresentativo di una corretta applicazione del principio di trasparenza e buona fede contrattuale, tra le parti del contratto di credito sottoscritto.

Le Disposizioni di Vigilanza del 29 luglio 2009 e s.m.i., alla Sezione VII, par. 5.2.1, prevedono che «i contratti di credito indicano in modo chiaro e conciso il diritto del consumatore al rimborso anticipato previsto dall’articolo 125-sexies, comma 1, del T.U.B. e la procedura per effettuarlo nonché, in presenza delle condizioni ivi stabilite, il diritto del creditore a ottenere, ai sensi dell’articolo 125-sexies, comma 2, del T.U.B., un indennizzo a fronte del rimborso anticipato e le relative modalità di calcolo», chiarendo ulteriormente che «nei contratti di credito con cessione del quinto dello stipendio e della pensione e nelle fattispecie assimilate, le modalità di calcolo della riduzione del costo totale del credito a cui il consumatore ha diritto in caso di estinzione anticipata includono l’indicazione degli oneri che maturano nel corso del rapporto e che devono quindi essere restituiti per la parte non maturata dal finanziatore o da terzi, al consumatore, se questi li ha corrisposti anticipatamente al finanziatore». Da questo puntuale sostrato normativo emerge evidente lo stretto collegamento tra la trasparenza contrattuale, ex ante, e il tema della ripetibilità dei costi anticipati in caso di scioglimento parimenti anticipato del contratto. In senso ulteriormente avvalorativo, è intervenuta la Comunicazione del Governatore di Banca d’Italia, del 10 novembre 2009 (“Cessione del quinto dello stipendio e operazioni assimilate: cautele e indirizzi per gli operatori”), nella quale è stato sottolineato che «relativamente all’estinzione anticipata, la Banca d’Italia ha stigmatizzato la prassi, seguita dagli intermediari, di indicare cumulativamente, nei contratti e nei fogli informativi, l’importo di generiche spese, non consentendo quindi una chiara individuazione degli oneri maturati e di quelli non maturati».

Dopo aver rassegnato compiutamente le principali tappe dell’excursus normativo, il Tribunale evidenzia come la distinzione delle spese passibili di restituzione a seguito di estinzione anticipata sia sempre stata collocata nell’ambito dell’esigenza di trasparenza nei rapporti contrattuali, intercorrenti tra l’Intermediario finanziario e la controparte “non professionista”. Invero, la Banca d’Italia ha, in più occasioni[5], richiamato gli Intermediari a un coscienzioso rispetto della normativa di trasparenza. Senza soluzione di continuità si pone la Comunicazione n. 304921/11, del 7 aprile 2011, a firma del Direttore Generale di Banca d’Italia, con cui si sollecitava la generalità degli intermediari attivi nel comparto delle cessioni del quinto dello stipendio a «definire correttamente – in linea con le nuove disposizioni sul credito ai consumatori – la ripartizione tra commissioni up-front e recurring, includendo nelle seconde le componenti economiche soggette a maturazione nel tempo», nonché a «definire criteri rigorosi, legati a una stima ragionevole dei costi, per individuare eventuali somme da rimborsare ai clienti che abbiano in passato estinto anticipatamente le operazioni, valutando l’opportunità di utilizzare procedure informatiche per calcolare prontamente il quantum dovuto» e ad «assicurare il pieno rispetto delle regole contabili nella rilevazione delle commissioni e degli oneri connessi con le CQS».

Dal descritto contesto, emerge in primo luogo che, se sia circostanza senz’altro veritiera quella per cui le fonti primarie dispongano unicamente che il consumatore abbia diritto a un rimborso in caso di estinzione anticipata del rapporto di finanziamento “pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti perla vita residua del rapporto” (senza entrare nei dettagli del criterio di calcolo), è altrettanto vero che le fonti secondarie indichino con sufficiente chiarezza, in primo luogo, che il tema si colleghi alla direttiva generale della trasparenza contrattuale e, in secondo luogo, che ai costi recurring si debba applicare il principio di competenza economica, trattandosi di oneri che maturano in ragione del tempo e, di conseguenza, da rilevare pro rata temporis.

Il problema, quindi, diviene quello di stabilire quale rilievo giuridico debba scientemente darsi alle indicazioni contenute nelle fonti secondarie. In tal senso, il Tribunale osserva che, in tema di rapporti obbligatori, rilevano non solo le disposizioni normative primarie, ma anche le clausole generali di cui agli artt. 1175, 1337, 1358, 1366,1375, 2598, n. 3, c.c. Una simile conclusione è rafforzata dal rilievo per cui, nei mercati soggetti a vigilanza, spetta all’Autorità vigilante, in possesso delle più ampie informazioni circa il mercato vigilato, definire le regole di dettaglio che meglio consentano di perseguire gli scopi di policy normativamente individuati: nella fattispecie qui attenzionata, l’equo rimborso al consumatore recedente, spettando alle Corti vigilare che tali regole di dettaglio non siano palesemente in contrasto con detti scopi o con le regole inderogabili del sistema giuridico.

È premura dello stesso Tribunale rilevare che demandare la concretizzazione della equità sostanziale del rimborso dei costi anticipati (cui il cliente – consumatore ha diritto), alla volontà delle parti (che può essere desunta, ex post, in base a metodi di calcolo), equivale ad abbandonare la concretizzazione di valori, che sono anzitutto etici, alle prassi correnti. Ne consegue che, con riferimento alle commissioni, il criterio pro rata temporis, applicato sul loro intero ammontare sia il più logico, nonché il più conforme al diritto e all’equità sostanziale.

In effetti, anche applicando il previgente disposto dell’art. 125 TUB (laddove il contratto di finanziamento fosse stato concluso prima della riforma del 2010) si giungerebbe alle medesime conclusioni. Anche la precedente versione della disposizione de qua, difatti, statuiva, in maniera precisa e chiara, il diritto all’equa riduzione del costo complessivo, risultando operativo anche in assenza delle disposizioni secondarie CICR (visto il criterio di equità comunque imposto, che rendeva la previsione autonomamente eseguibile).

La rinuncia al rimborso contrattualmente prevista si presentava, perciò, nulla, vista la contrarietà di tale clausola anche al vecchio testo dell’art. 125 TUB, norma imperativa nell’ambito dei rapporti tra Istituto di credito e cliente – consumatore. Per altro verso, la deroga al disposto normativo sarebbe stata, comunque, vessatoria, in quanto determinante uno squilibrio eccessivo del sinallagma contrattuale a danno del cliente consumatore.

Ciò premesso, devesi rilevare i costi oggetto dell’originaria richiesta di restituzione, formulata dal cliente, in relazione alla estinzione anticipata del finanziamento, siano da considerarsi “up front” e non “recurring”. In effetti, dalla lettera del contratto, emerge chiaramente che sia la commissione bancaria che la provvigione di intermediazione attenessero esclusivamente al momento genetico del rapporto, non essendo prevista alcuna attività successiva alla conclusione del contratto. Trattasi, in effetti, di attività che non possono ridursi per il caso di estinzione anticipata del finanziamento e che prescindono del tutto dalla durata effettiva del rapporto. In altri termini, sono costi già completamente maturati al momento della stipulazione del contratto e compiutamente determinati. In particolare, in modo assolutamente condivisibile, il giudice partenopeo statuisce che la distinzione tra spese “up front” e quelle “recurring” abbia ancora un significato, non essendo ragionevole far gravare sul soggetto mutuante gli effetti di una scelta liberamente effettuata dal mutuatario nell’estinguere anticipatamente il finanziamento.

Ciò induce a escludere (contrariamente a quanto affermato con il pronunciamento di primo grado) qualsiasi vessatorietà della clausola (in ogni caso debitamente sottoscritta), ai sensi dell’art. 33 cod. cons. In tal guisa, l’analisi della natura vessatoria (o meno) della clausola potrebbe essere effettuata soltanto qualora si ritenga che le voci anzidette maturino nel corso del rapporto, perché nel caso in cui (come nel contratto in esame) i costi contestati siano già completamente maturati al momento della stipulazione del contratto, è evidente che non possa ritenersi sussistente alcun significativo squilibrio, a danno del consumatore[6].

In conclusione, la sentenza gravata deve essere riformata, dovendosi rigettare la domanda proposta dalla originaria parte istante.


[1] Il riferimento è a A. Zurlo, Primum vivere, deinde philosophari: lo strano caso della rimborsabilità delle commissioni., 5 novembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/11/05/primum-vivere-deinde-philosophari-lo-strano-caso-della-rimborsabilita-delle-commissioni/.

[2] Il riferimento è a ABF, Collegio di Coordinamento, 19 dicembre 2019, n. 2625, già commentata in questa Rivista, con nota di P. Verri, Collegio di Coordinamento ABF: il consumatore ha diritto al rimborso delle componenti del costo totale del credito, compresi i costi up front, 18 dicembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/12/18/collegio-di-coordinamento-abf-il-consumatore-ha-diritto-al-rimborso-delle-componenti-del-costo-totale-del-credito-compresi-i-costi-up-front/.

[3] Il riferimento è a Trib. Napoli, 22 novembre 2019, n. 10489.

[4] V. Trib. Monza, 22 novembre 2019, n. 2573.

[5] Cfr. Provvedimento della Banca d’Italia del 19 agosto 2002, “Attività bancaria fuori sede. Mediatori e agenti”; Provvedimento della Banca d’Italia in materia di “attività bancaria fuori sede”, pubblicato sul Bollettino di vigilanza di dicembre2005; Istruzioni di vigilanza per le banche, Titolo X, Cap. I; Istruzioni di vigilanza per gli intermediari iscritti nell’Elenco Speciale, Parte I, Capitolo VI, Sezione II; Provvedimento del Governatore della Banca d’Italia del 25 luglio 2003, “Disposizioni in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi finanziari”; Provvedimento del Governatore della Banca d’Italia del 29 luglio 2009, “Disposizioni sulla trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti”; Istruzioni per la rilevazione trimestrale dei tassi effettivi globali medi emanate ai sensi della legge sull’usura nell’agosto2009.

[6] Cfr. Trib. Torino, 4 aprile 2018, n. 1283.

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