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«Mercenario»

La storia coloniale porta con sé sempre sangue e mortificazione; in questo caso i carnefici sono gli italiani alla conquista delle terre libiche.

Tequabo è un giovane eritreo che si arruola nell’esercito italiano, impegnato nella conquista della Libia.
Come tanti altri suoi giovani coetanei, anche Tequabo vive in bilico tra l’amore per la propria famiglia e la necessaria esternazione della forza virile: dare un senso alla vita, combattendo per distinguersi al fronte.

È solo un mercenario; coraggio e prodezza non gli serviranno per distinguersi dagli altri perché i mercenari fanno parte dell’equipaggiamento, al pari delle munizioni e come queste ultime vengono sostituiti dai simili quando non servono più.
Questa la triste, vera, concreta realtà che Tequabo comprende guardando da vicino il “nemico”: africano come lui, che tenta di difendere una terra che gli eritrei hanno già donato agli italiani, sottomettendosi e accettando l’umiliante colonizzazione.
Ancora più sottomessi e plagiati, questi giovani hanno deciso (loro sponte?) di imbracciare i fucili e combattere i proprio fratelli, per essere trattati come bestie dai conquistatori.

Solo in pochi resisteranno al patimento di tanta sofferenza; abbandonati allo stremo delle forze.

Questo romanzo, scritto nel 1927 da un religioso eritreo, è un manifesto diretto ai suoi connazionali, per svegliare le coscienze e raccontare la realtà dei fatti, nella cruda brutalità di un’opera coloniale che – come ovunque nel mondo – ha segnato profondamente un popolo e la propria coscienza.

Un romanzo trasognante, ricco di colori, profumi e sensazioni esotiche e “colorate”, che scalda l’anima e fa riflettere sull’individualità di chi talvolta diamo per scontato.

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