Primum vivere, deinde philosophari: lo strano caso della rimborsabilità delle commissioni.



Brevi considerazioni a margine della sentenza della CGUE, 11 settembre 2019.

di Antonio Zurlo

 

Mi è capitato, qualche tempo addietro, di imbattermi in un breve saggio, sul rapporto che intercorre, da sempre, tra il diritto e la semantica, nel quale l’Autore testualmente scriveva[1]: “Il dato di realtà non serve a nulla se non è cristallizzato; per farlo servono le parole, che servono anche alla descrizione e alla comunicazione; il lessico giuridico, poi, – ma le parole in legalese sono solo un vezzo – affranca dall’indistinto chiacchiericcio di una semantica generalista. Vale per il legislatore penale (quando impiega termini tecnici) e per il legislatore civile (quando esclude l’interpretazione analogica a beneficio della tassatività, incappando nella fallacia che fa scrivere al legislatore penale «espressamente preveduto dalla legge come reato» …come se avesse senso una cartina geografica grande quanto i luoghi che essa descrive).”.

Il problema fondamentale è che, qualche volta, non sempre, anche il lessico giuridico (che non è il “legalese”) ricade, per necessità, su espressioni generaliste, ivi involvendosi. Semantica ampia che, di per sé, genera proprio quei problemi di difficile perimetrazione contenutistica, che la tassatività (per ritornare alle parole succitate) avrebbe dovuto efficacemente escludere.

Quanto descritto s’attaglia perfettamente alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dell’11 settembre 2019, e, più nello specifico, ai suoi (potenzialmente) dirompenti strascichi pragmatico – applicativi.

Che l’apertura del giudice europeo alla rimborsabilità di tutti i costi connessi alla concessione del credito sia evidentemente destinata ad assurgere a un ruolo centrale nel dibattito giuridico, in un futuro prossimo, non v’è ragione di serbare dubbio. Pur tuttavia, pare opportuno e necessario relazionare, brevemente e senza pretesa alcuna di esaustività, sull’effettiva portata, nel panorama nazionale, di quell’espressione, sibillina e, forse, non particolarmente felice (rectius, chiarificatrice) di “costo totale del credito”, adottata nell’art. 125sexies del D.lgs. n. 385/1993 (d’ora innanzi, TUB), mutuandola testualmente dalla Direttiva 2008/48/CE (relativa ai contratti di credito ai consumatori). Anche tenendo in debita considerazione la natura “unionale” del pronunciamento (circostanza tutt’altro che irrilevante), nonché la necessità, ineludibile, di verificare in concreto la percorribilità della strada interpretativa tracciata dalla Corte, rispetto a una norma di recepimento terza e, quindi, l’adattabilità all’architettura normativa nostrana.

In altri termini, primum vivere, deinde philosophari.

 

L’oggetto della richiesta interpretativa e la pronuncia della Corte di Giustizia.

La pronuncia della Corte di Giustizia è originata da tre controversie, aventi a oggetto la conclusione di contratti di credito al consumo, sottoscritti tra un consumatore (ai sensi dell’art. 3, lett. a, della Direttiva 2008/48)[2] e tre Banche: in ciascuno veniva previsto il versamento, all’Istituto di credito, di una commissione c.d. up – front, ovverosia di importo indipendente rispetto alla durata del contratto stesso, poiché riferibile ad attività preliminari alla concessione del credito[3] (e, magari, poste in essere da soggetti terzi, come nel caso della mediazione creditizia). La rimborsabilità o meno di questa tipologia di costi rappresenta l’oggetto del contendere, innanzi al giudice nazionale, e, di riflesso, quello della domanda di pronuncia pregiudiziale, vertente sull’interpretazione dell’articolo 16, paragrafo 1, della Direttiva 2008/48/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, relativa ai contratti di credito ai consumatori. In sostanza, il giudice del rinvio ha demandato alla Corte di Giustizia se, in ossequio alla normativa consumeristica e sulla trasparenza, il diritto del consumatore alla riduzione del costo totale del credito, in caso di rimborso anticipato di quest’ultimo, debba ritenersi inclusivo anche dei costi indipendenti dalla durata del contratto.

Pare senz’altro opportuno rilevare come, ai sensi dello stesso art. 3, lett. g, la dicitura “costo totale del credito” debba ritenersi inclusiva di tutti i costi, compresi gli interessi, le commissioni, le imposte e tutte le altre spese che il consumatore deve pagare in relazione al contratto di credito e di cui il creditore è a conoscenza, escluse le spese notarili, nonché dei costi relativi a servizi accessori connessi con il contratto di credito, in particolare i premi assicurativi, se, in aggiunta, la conclusione di un contratto avente ad oggetto un servizio è obbligatoria per ottenere il credito oppure per ottenerlo alle condizioni contrattuali offerte. La circostanza che nella letteralità della disposizione non vi sia nessun riferimento alla natura prodromica e/o propedeutica del singolo costo (e nessuna limitazione relativa alla durata del finanziamento), pare possa essere letta, al più, in maniera neutra e non, viceversa, come una chiara volontà inequivoca del legislatore di assommare indistintamente tutte le tipologie di costi; a tal riguardo, non pare peraltro possa tacersi che lo stesso legislatore comunitario, lì dove abbia voluto significare l’inclusione della singola, specifica commissione, l’abbia fatto espressamente, sì come nel caso dei premi assicurativi.

Sì come, con ragionamento non dissimile, lo stesso art. 16, prevedendo che il consumatore ha il diritto di adempiere in qualsiasi momento, in tutto o in parte, agli obblighi che gli derivano dal contratto di credito. In tal caso, egli ha diritto ad una riduzione del costo totale del credito, che comprende gli interessi e i costi dovuti per la restante durata del contratto, pare potersi prestare ad ambiguità interpretative, come sottolineato, peraltro dalla stessa Corte: la menzione della “restante durata del contratto”, si legge testualmente nel pronunciamento, potrebbe essere interpretata tanto nel senso che essa significa che i costi interessati dalla riduzione del costo totale del credito siano solo quelli che dipendono oggettivamente dalla durata del contratto, quanto in quello di ritenere inclusi anche quelli che sono presentati dal soggetto concedente il credito come riferiti ad una fase particolare della conclusione o dell’esecuzione del contratto, oppure, ancora, nel senso che essa indica che il metodo di calcolo che deve essere utilizzato al fine di procedere a tale riduzione consiste nel prendere in considerazione la totalità dei costi sopportati dal consumatore e nel ridurne poi l’importo in proporzione alla durata residua del contratto. Senza contravvenire alla puntuale analisi della Corte, in claris non fit interpretatio: il costo totale del credito comprende gli interessi e i costi dovuti per la restante durata del contratto, non quelli da quest’ultima indipendenti (come, ad esempio, quelli di gestione della pratica). Ma tant’è.

Il giudice del rinvio, evidenziando una definizione altalenante della questione nella giurisprudenza nazionale, si dichiarava favorevole all’inclusione nel costo totale del credito anche di quei costi non dipendenti dalla durata del contratto; in tal senso, rilevava come tale interpretazione fosse l’unica in grado di tutelare gli interessi del consumatore e di garantire l’equilibrio tra le parti: il concedente potrebbe, in caso di rimborso anticipato, riutilizzare l’importo per concedere un nuovo credito e beneficiare di una nuova commissione; aderendo alla soluzione contraria, per converso, si rischierebbe di introdurre la pericolosa prassi (tutta a vantaggio dei mutuanti) di applicare unicamente costi indipendenti dalla durata del contratto, al fine di evitare una loro futura rimborsabilità.

La Corte di Giustizia, presupponendo giustamente la complementarietà dell’interpretazione letterale con quella sistematica, ritiene di dover perimetrare l’art. 16 anche alla luce del suo contesto nonché degli obiettivi perseguiti dalla normativa di cui essa fa parte, addivenendo alla conclusione per cui l’effettività del diritto del consumatore alla riduzione del costo totale del credito risulterebbe sminuita qualora la riduzione del credito potesse limitarsi alla presa in considerazione dei soli costi presentati dal soggetto concedente il credito come dipendenti dalla durata del contratto, dal momento che i costi e la loro ripartizione sono determinati unilateralmente dalla banca e che la fatturazione di costi può includere un certo margine di profitto.

Limitare, peraltro, la possibilità di riduzione del costo totale del credito ai soli costi espressamente correlati alla durata del contratto potrebbe realisticamente concorrere a sdoganare pratiche gravemente pericolose per i consumatori e per gli equilibri contrattuali, comportando il rischio, tutt’altro che ipotetico, che questi ultimi si vedano imporre pagamenti non ricorrenti più elevati al momento della conclusione del contratto di credito, poiché il soggetto concedente il credito potrebbe essere tentato di ridurre al minimo i costi dipendenti dalla durata del contratto.

Dimostrando, quindi, una sostanziale adesione alla tesi proposta dal giudice del rinvio, la Corte conclude statuendo che:

«L’articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 2008/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, relativa ai contratti di credito ai consumatori e che abroga la direttiva 87/102/CEE del Consiglio, deve essere interpretato nel senso che il diritto del consumatore alla riduzione del costo totale del credito in caso di rimborso anticipato del credito include tutti i costi posti a carico del consumatore.»

 

La politica manutentiva, per sopperire al deficit normativo.

La soluzione cui addiviene la Corte è senz’altro apprezzabile e condivisibile, se inquadrata unicamente sul piano della giustizia sostanziale.

È circostanza oggettiva e fattuale quella per cui tutto il percorso argomentativo – motivazionale, rassegnato nei suoi passaggi più salienti, si muova, in precario equilibrio, tra l’ambiguità del dato normativo (forgiato dal legislatore comunitario, quasi in maniera volutamente elastica e compromissoria, per consentirne la maggiore adattabilità possibile ai diversi ordinamenti nazionali), segnalata più volte nel testo del pronunciamento, e l’esigenza, tutta pragmatica, di intervenire a sanare, processualmente, uno squilibrio contrattuale, sostanziale, tra concedente e finanziato, anche in maniera preventiva, prima ancora che si realizzi, anticipando la soglia di tutela talmente tanto da collocarsi nell’ipotetico (per quanto non irreale).

Che il dato normativo debba essere giustamente letto rifuggendo da interpretazioni atomistiche è assioma sistemico fondamentale. L’ermeneutica, però, non può scostarsi talmente tanto dalla letteralità, da perdere di vista lo stesso valore testuale delle parole.

In altri termini, l’apertura alla rimborsabilità anche dei costi up – front (e, dunque, il sostanziale superamento della differenziazione tra i costi), più che da circostanze oggettivate, pare derivare dalla volontà di correggere dinamiche di mercato potenzialmente distorsive, quali la determinazione e la gestione dei costi e delle commissioni, e, al contempo, dall’evitare futuribili abusi, legittimati dalla disparità di forza contrattuale tra le parti del rapporto creditizio. In sostanza, la giurisprudenza unionale sopperisce a un dato normativo “carente”, che disciplina poco (o male) la fisiologia delle situazioni contrattuali e dimentica, nella generalità delle sue espressioni semantiche, la normazione delle loro patologie.

Un potere manutentivo “intrusivo”, quindi, che, in un certo senso, interviene a ridefinire l’equilibrio sinallagmatico del contratto, anche lì dove frutto di libera definizione tra le parti[4]. Rischio coevo a qualsivoglia tentativo, più o meno accurato, di sanare con la strumentazione processuale situazioni di asimmetria sostanziale[5].

Non può, peraltro, tacersi la circostanza per cui le istanze “assistenzialistiche” siano state già prese in carico dalla giurisprudenza arbitrale nazionale, che, nell’ottica di prevenire allocazioni strumentali dei costi e pratiche opportunistiche, ha punito, più volte, prassi riottose al dovere di trasparenza, qualificando recurring (e, quindi, rimborsabili) quei costi le cui ragioni siano opacamente manifestate[6]. Le formulazioni ambigue e vessatorie, quindi, hanno già trovato una valida strumentazione di contrasto nel panorama ordinamentale, sì come le eventuali pattuizioni di non ripetibilità di commissioni/oneri eventualmente sono state censurate, poiché contra legem[7].

Soprassedendo sui rilievi critici più strettamente afferenti alla vincolatività propria della decisione della Corte (che, in ultima analisi, è di interpretazione del diritto comunitario/unionale e non della trasposizione nazionale), non è il primo caso in cui il legislatore, rifugiandosi in espressioni elastiche, quasi “onnicomprensive”, renda necessaria l’intervento supplente del potere giudicante.

Nel panorama nazionale, un riferimento esemplificativo, ma puntuale, può essere rinvenuto nella normativa antiusura, lì dove, con formulazione non dissimile a quella attenzionata, è espressamente previsto che si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

Espressione che, a sua volta, ha aperto alla presunta omogeneità degli interessi corrispettivi e moratori, alla loro “cumulabilità”, nonché all’assoggettabilità dei secondi alla disciplina antiusura (e, quindi, al tasso soglia), disattendendo ogni considerazione circa l’evidente differenza, ontologica e funzionale, intercorrente tra le due classi qualitative[8]. La sola locuzione “a qualunque titolo”, difatti, è stata reputata dalla stessa giurisprudenza non bastevole a giustificare l’applicazione estensiva della norma antiusura agli interessi di mora. Sì come il solo “costo totale del credito” non pare possa ragionevolmente eludere qualsivoglia distinzione qualitativa tra le diverse commissioni connesse al finanziamento.

In conclusione, anche la letteralità del dato normativo, per quanto ictu oculi possa apparire univocamente risolutiva, deve giustamente cedere il passo anche a ragioni intrinsecamente sistematiche, connesse alla natura e alla struttura degli elementi supposti annoverati nella definizione. Per ritornare al parallelismo con gli interessi, in relazione alle commissioni de quibus ci si trova innanzi a una differenza ontologia e funzionale sì marcata, da non consentire, anche in questo caso, una sorta di “cumulabilità” nel rimborso.

Ci si trova nuovamente di fronte a una scelta semantica imperfetta e “infelice”. In effetti, i costi che l’art. 125sexies TUB definisce espressamente come dovuti per la vita residua del contratto sembrerebbero, invero, essere quelli non più dovuti proprio in conseguenza dell’anticipata estinzione del rapporto: per massimizzare quella primaria esigenza di effettività ciò che risulta imprescindibile è verificare, nello specifico, quali costi, già integralmente conteggiati a carico del cliente, siano divenuti indebiti (e, quindi, assoggettabili a rimborso) a seguito dell’estinzione anticipata[9]. Di sicuro, non possono essere scientemente retrovertite le somme imputate alla copertura di servizi già interamente erogati, dai quali il cliente abbia tratto una qualche utilità e che siano propedeutici al finanziamento (rectius, alla sua concessione), ma svicolati dalla sua durata.

La riduzione equitativa del costo del finanziamento non può, quindi, che ragionevolmente essere riferita solo a quella parte di oneri dei quali la Banca non sarà più onerata, proprio a seguito dell’adempimento anticipato[10].

 

L’adeguato margine di manovra e la differenza testuale nel recepimento.

Pare, peraltro, opportuno formulare un altro ordine di considerazioni, in senso avvalorativo del ridimensionamento della pronuncia della Corte di Giustizia (e del clamore con cui è stata accolta frettolosamente da più parti), specie con riferimento alla sua ipotetica dirompenza nel panorama nazionale.

Per quanto i considerando 7, 9 e 39 della Direttiva de qua, come riportato puntualmente nella pronuncia, mirino a un efficientamento del mercato interno del credito al consumo, per il tramite di un quadro comunitario armonizzato in una serie di settori fondamentali, è circostanza difficilmente controvertibile quella per cui sia sotteso al carattere stesso della direttiva lasciare un margine, più o meno ampio, di discrezionalità al legislatore nazionale, che può, quindi, scegliere come (e quando) attuare il dettame sovranazionale, con l’unico obbligo di non tradirne lo spirito. È proprio in quell’adeguato margine di manovra rimesso a ciascuno Stato che si appalesa un’irriducibile differenza tra la normativa polacca, attenzionata dalla pronuncia pregiudiziale, e quella nostrana.

Come testualmente riportato nella pronuncia, la legge polacca relativa al credito ai consumatori, del 12 maggio 2011, nella versione ratione temporis applicabile alla fattispecie oggetto del procedimento, traspone la Direttiva 2008/48/CE, indicando: all’art. 5, punto 6, che la nozione di “costo totale del credito” debba intendersi come comprensiva di tutti i costi che il consumatore è tenuto a pagare nel quadro del contratto di credito, in particolare gli interessi, le spese, le commissioni, le imposte ed i margini, di cui il creditore è a conoscenza, nonché i costi relativi ai servizi accessori, segnatamente i premi assicurativi, se il loro pagamento è obbligatorio per ottenere il credito o per ottenerlo alle condizioni contrattuali offerte, escluse le spese notarili che sono a carico del consumatore; e, con ancor maggior rilievo ai fini che qui interessano, all’art. 49, paragrafo 1, che, in caso di rimborso dell’intero credito prima della data concordata nel contratto, il costo totale del credito è ridotto nella misura dei costi corrispondenti al periodo di durata residua del contratto, anche qualora il consumatore li abbia sostenuti prima di tale rimborso.

Ed è proprio in tale ultima subordinata che, come evidenziato già da qualche commentatore, si registra una specificazione formale ed espressa, che concorre a rendere incomparabile il dato normativo polacco con quello nazionale.

A torto o a ragione, il legislatore italiano, nella formulazione dell’art. 125sexies, ha, difatti, optato per un uso minimale di quel margine di discrezionalità richiamato, trasponendo in maniera del tutto testuale l’indicazione comunitaria. La disposizione del TUB recita, infatti, che il consumatore può rimborsare anticipatamente in qualsiasi momento, in tutto o in parte, l’importo dovuto al finanziatore e che, in tale caso, abbia diritto a una riduzione del costo totale del credito, pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del contratto.

In assenza di alcuna esplicita specificazione normativa simile a quella presente nel caso polacco, anzi essendoci la riproposizione dello stesso riferimento finale di matrice comunitaria, non si comprende come la prevista afferenza alla “vita residua del contratto” possa essere resa inclusiva dei costi e delle commissioni indipendenti rispetto a quest’ultima, come, per esempio, tutti quelli connessi ad attività istruttorie e preparatorie alla concessione del credito[11].

A meno di voler porre in essere scientemente forzature, in nome di ideali manutentivi sovraordinati (o sovrannazionali).

In sostanza, viene riproposta quella stessa espressione che la Corte di Giustizia sembra interpretare più in termini matematici, che giuridici, indicando la terza via del metodo di calcolo, per sanare lo spostamento di eventuali costi afferenti alla durata del contratto in segmenti temporali affetti da non rimborsabilità. L’artifizio, però, per quanto meritorio, non consente di legittimare l’inclusione “negli interessi e costi” di tutti quelli che si pongono e si esauriscono nella fase anteriore al finanziamento stesso e che ne costituiscono adempimenti esterni e/o preliminari alla concessione[12]. In altri termini, la collocazione, anche intenzionalmente artefatta, da parte dell’Intermediario, di alcune voci di costo non può comunque esentare da una valutazione, ponderata e critica, circa la loro natura. Cambiando l’ordine degli addendi (rectius, delle commissioni), la loro essenza non cambia: se non afferenti al finanziamento, le commissioni tali resteranno, essendosi esaurite nella fase anteriore allo stesso.

La distinzione tra commissioni up – front e quelle recurring (che è circostanza ben rappresentata in gran parte della normativa regolamentare settoriale), lungi dall’apparire definitivamente superata, può dirsi solo ricalibrata dalla pronuncia unionale, che ha, di fatto, ritagliato la possibilità di prescindere dall’unilaterale collocazione dei costi, saggiandone, per converso, la strutturale natura e funzione, con la rimborsabilità ad appannaggio, ancora una volta, solo delle seconde (in linea di continuità con quanto a più riprese statuito dalla giurisprudenza di merito e arbitrale)[13].

Più che a una vera e propria parificazione del trattamento normativo delle due tipologie di costi, l’intenzione del giudice sovranazionale pare debba essere più correttamente qualificata come il giusto tentativo di privare ab origine di senso ed efficacia la predisposizione di clausole ambigue da parte degli Intermediari, nonché di elidere qualsiasi utilità pratica sottesa a tali condotte[14].

Senza soluzione di continuità con quanto già affermato, a più riprese, dall’Arbitro Bancario Finanziario, che, proprio al fine di contingentare condotte opportunistiche, ha avuto modo di evidenziare l’importanza di una distinzione chiara tra i costi supportati per le attività preliminari e quelli, viceversa, legati alla fase gestoria del contratto, in modo da consentire al consumatore (e al giudice) di verificare ex ante l’effettiva corrispondenza tra le attività prestate (e che saranno prestate) dall’intermediario (e dagli altri soggetti solitamente coinvolti nell’operazione di finanziamento), da un lato, e la natura alle stesse attribuita nel contratto, dall’altro lato[15].

L’effettività del diritto del consumatore (per mutuare un’espressione cara alla Corte di Giustizia) pare essere minata non tanto dalla (fisiologica e) necessaria differenziazione di costi e commissioni, quanto da un controllo normativo carente su quel margine di manovra nella disponibilità degli Istituti di credito, che non possono certamente, allo stato, essere accusati di aver aderito pedissequamente tanto al dato normativo, quanto agli stessi orientamenti di Banca d’Italia, che, ancora nel marzo 2018, recando la necessità di una puntuale specificazione, nella documentazione precontrattuale e contrattuale, dei costi  applicabili al finanziamento e delle modalità di calcolo della riduzione del “costo totale del credito”, specificavano la rimborsabilità dei soli oneri, maturandi nel corso del rapporto, corrisposti anticipatamente e riferibili ad attività e servizi non goduti[16].

Lungi, quindi, da interpretazioni particolarmente entusiastiche e, forse, frettolose, del pronunciamento della Corte di Giustizia, non si può ragionevolmente escludere, allo stato, che, in un futuro anche prossimo, si possa addivenire a una rimborsabilità dei costi all-inclusive, laddove il legislatore assuma e, soprattutto, giustifichi una specifica decisione in tal senso, con un intervento additivo sull’esistente dato normativo. Auspicando che rifugga da un esasperante “legalese”.

 


[1] Il riferimento è a G. Denora, Diritto e parole, in Diritto & Giustizia, 26 luglio 2019.

[2] Alla stregua del quale è da intendersi “consumatore” una persona fisica che, nell’ambito delle transazioni disciplinate dalla presente direttiva, agisce per scopi estranei alla sua attività commerciale o professionale.

[3] La pronuncia è già stata annotata in questa Rivista. V. P. Verri, Corte di giustizia UE: il consumatore ha diritto al rimborso di tutti i costi in caso di estinzione anticipata del credito, 13 settembre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/09/13/corte-di-giustizia-ue-il-consumatore-ha-diritto-al-rimborso-di-tutti-i-costi-in-caso-di-estinzione-anticipata-del-credito/.

[4] Eventualità rilevata da M. Simenon, Rassegna di giurisprudenza. Gli orientamenti dell’Arbitro Bancario Finanziario in materia di credito ai consumatori, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 3, 1° giugno 2019, 428.

[5] Situazione non dissimile è quella verificatasi con riferimento alle clausole claims made. Per un approfondimento, A. Zurlo, Le clausole claim’s made nuovamente al vaglio delle Sezioni Unite, tra meritevolezza di tutela e autonomia delle parti, in Diritto.it, 21 marzo 2018, https://www.diritto.it/le-clausole-claims-made-nuovamente-al-vaglio-delle-sezioni-unite-meritevolezza-tutela-autonomia-delle-parti/. V. anche A. Zurlo, Clausole claims made: la meritevolezza cede il posto all’adeguatezza contrattuale, in Diritto.it, 9 ottobre 2018, https://www.diritto.it/clausole-claims-made-la-meritevolezza-cede-posto-alladeguatezza-contrattuale/.

[6] In tal senso, ABF, Collegio di coordinamento, 22 settembre 2014, n. 6167. Per un approfondimento, A. Zurlo, Vessatorietà delle commissioni “opache”: il rimedio contrattuale alla impossibile intelligibilità delle commissioni, in Diritto Bancario, novembre 2016, http://www.dirittobancario.it/spunti-dall-abf/spese-e-commissioni/vessatorieta-commissioni-opache-rimedio-contrattuale-impossibile-intelligibilita-commissioni.

[7] In tal senso, ABF, Collegio di Napoli, 13 febbraio 2018, n. 3594.

[8] La questione circa l’assoggettabilità o meno degli interessi di mora alla disciplina antiusura è stata di recente nuovamente portata all’attenzione delle Sezioni Unite, con l’ordinanza di rimessione n. 26946/2019, già annotata in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, La (dis)omogeneità degli interessi, nuovamente al vaglio delle Sezioni Unite., 29 ottobre 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/10/29/la-disomogeneita-degli-interessi-nuovamente-al-vaglio-delle-sezioni-unite/.

[9] In questi termini, F. Quarta, Estinzione anticipata dei finanziamenti a tempo determinato e modulazioni del costo del credito (commissioni di intermediazione, oneri assicurativi e penalità), in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 28, 2013.

[10] In tal senso, Trib. Torino, Sez. III, 29 marzo 2019, n.1543, in dejure.it.

[11] V. Trib. Napoli, Sez. III, 4 dicembre 2018, in dejure.it.

[12] In questi termini, W. G. Caturano, Estinzione anticipata e diritti del consumatore: l’impatto della Corte di Giustizia UE sul “caso italiano” – Rimborsabili anche i costi “che non dipendono dalla durata del contratto”: ma può dirsi inadempiente la Banca che si sia conformata alla normativa italiana?, in ExParteCreditoris, 18 ottobre 2019, https://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/estinzione-anticipata-e-diritti-del-consumatore-limpatto-della-corte-di-giustizia-ue-sul-caso-italiano.

[13] Sul punto, A. Tina, Contratti di finanziamento personale e polizze assicurative: l’estinzione anticipata del finanziamento (art. 125-sexies t.u.b.) mediante attivazione della copertura assicurativa, in Giurisprudenza Commerciale, fasc. 5, 1° ottobre 2018, 789.

[14] In tal senso, A. A. Dolmetta, Estinzione anticipata della cessione del quinto: il segno della Corte di Giustizia, in ilcaso.it, 13 ottobre 2019, https://blog.ilcaso.it/news_823/13-10-19/Estinzione_anticipata_della_cessione_del_quinto-_il_segno_della_Corte_di_Giustizia.

[15] Così, ABF, Collegio di coordinamento, 11 novembre 2016, n. 10035.

[16] Il riferimento è a Banca d’Italia, Comunicazione del 7 aprile 2011 e agli Orientamenti di Vigilanza sulle operazioni di finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio o della pensione, del marzo 2018, disponibile al seguente link: https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/normativa/orientamenti-vigilanza/operazioni-finanziamento_quinto.pdf.

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