La (dis)omogeneità degli interessi, nuovamente al vaglio delle Sezioni Unite.



di Antonio Zurlo

Commento a Cass. Civ., Sez. I, 22 ottobre 2019, n. 26946.

 

Premessa.

«Chi, potendo risolvere una questione semplice, la complica, commette una cattiva azione. Ma ne commette una peggiore chi, volendo affrontare una questione complessa, la semplifica a tal punto da far solo finta di risolverla. In realtà, ne sta inventando un’altra, che non esiste, non è mai esistita e forse non esisterà mai»: questa affermazione del Professor Umberto Romagnoli, per quanto risalente, resta, tuttavia, ancora connaturata da un’evidente verità scientifico – dottrinale, che può essere, perlomeno a giudizio dello scrivente, facilmente mutuabile e riferibile alla questione, ormai inveterata, inerente alla diversa natura ontologica degli interessi corrispettivi e di quelli moratori, per taluni aspetti di difficile risoluzione e per talaltri artefattamente complicata, come, ad esempio, per quello relativo all’assoggettamento o meno dei secondi alla disciplina antiusura.

Questione che si è riproposta, con la rimessione alle Sezioni Unite, da parte della Prima Sezione, e che ha meritato la rinnovazione di alcune considerazioni critiche già formulate, in occasione dei precedenti pronunciamenti.

 

La supposta estensibilità della disciplina antiusura anche agli interessi moratori.

I motivi d’impugnazione, al di là della loro formale articolazione, ruotano, sostanzialmente, attorno a tre questioni, che, a loro volta, appaiono incentrate sull’identificazione degli interessi da corrispondere sulla somma dovuta, a titolo di restituzione del finanziamento; segnatamente: a) la retroattività o meno della risoluzione del contratto (circostanza da cui far dipendere eventualmente l’obbligo della debitrice di corrispondere la quota di interessi compresa nelle rate insolute); b) l’assoggettabilità o meno alla normativa antiusura degli interessi moratori (e, dunque, la conseguente rilevanza dell’eventuale superamento del tasso soglia); c) l’inefficacia o meno della clausola contrattuale determinativa del tasso degli interessi moratori, come conseguenza della vessatorietà per mancanza di una specifica trattativa.

Delle tre è la seconda questione, sebbene ormai attenzionata più volte dalla giurisprudenza di legittimità, ad assumere centralità nell’ordinanza qui annotata, riaprendo, difatti, una querelle la cui soluzione, perlomeno prima facie, sembrava quesita.

A tal riguardo, come puntualmente rassegnato nella pronuncia de qua, la questione è stata risolta in senso affermativo (con la sola esclusione dei rapporti esauritisi anteriormente all’entrata in vigore della l. n. 108/1996), richiamando le letteralità del primo comma dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815 c.c., che non distinguono tra interessi corrispettivi e moratori, nonché del primo comma dell’art. 1224 c.c., nella parte in cui prevede che, se prima della mora fossero dovuti interessi in misura superiore a quella legale, quelli moratori debbano, di conseguenza, essere dovuti nella stessa misura[1].

È pur vero che, recentemente, la medesima questione sia stata oggetto di un vaglio più approfondito, che ha condotto alla sostanziale conferma delle suddette conclusioni, anche adottando un angolo prospettico più complesso e sistematico della normativa settoriale. Di tal guisa, è stato giustamente riaffermato come gli art. 644 c.p. e 2 l. n. 108/1996 non introducano alcuna distinzione tra interessi corrispettivi e moratori, rifugiandosi nella generica definizione di “interessi”, e che, contestualmente, l’art. 1 D.L. n. 394/2000 confermi tale impostazione, riferendo l’indagine sul carattere usurario al momento della pattuizione “a qualsiasi titolo”, sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio (come chiarito nella relazione di accompagnamento della L. n. 24/2001, di conversione del D.L. citato).

In altre circostanze, si è avuto modo di evidenziare una presunta omogeneità funzionale, di matrice economica, tra le due classi di interessi, osservandosi che quelli corrispettivi sì come quelli moratori costituiscano, in sostanza, la remunerazione di un capitale di cui il creditore: nel primo caso, non ha goduto volontariamente; nel secondo, per converso, involontariamente. Si è, peraltro, anche evidenziato che tale supposta omogeneità non potesse essere ragionevolmente esclusa adottando un angolo visuale sì sempre funzionale, ma di tipo più strettamente giuridico: anche in questo caso, difatti, la funzione attribuita agli interessi moratori consiste nel risarcire il danno patito dal creditore per il ritardo nel pagamento di un debito pecuniario, dal momento che tale pregiudizio non può consistere che nella necessità di ricorrere al credito, remunerando chi lo conceda, o, in alternativa, nella rinuncia ad impiegare la somma dovuta in investimenti proficui. In senso avvalorativo, è stata ritenuta irrilevante anche la differenziazione della fonte originante gli interessi, se legale o convenzionale, sostenendosi, al riguardo, che, ai fini della misura degli stessi, debba essere dato rilievo esclusivamente alla forma scritta della pattuizione, richiesta per gli uni e per gli altri e funzionalizzata, in entrambi i casi, a tutelare il soggetto debitore.

La venatura quasi “paternalistica” della finalità normativa è stata, a sua volta, intesa come ulteriore elemento militante a favore dell’applicabilità della disciplina antiusura anche agli interessi moratori: volendo assecondare, difatti, la tesi contraria e, quindi, condividere l’esclusione dell’assoggettabilità, si addiverrebbe a quello che lo stesso Collegio remittente definisce “risultato paradossale”, ovverosia il rendere per il creditore più vantaggioso l’inadempimento che l’adempimento stesso.

Da ultimo, la compresenza di due diverse disposizioni codicistiche, una dedicata specificamente agli interessi corrispettivi (art. 1282 c.c.) e un’altra, viceversa, avente a oggetto quelli moratori (art. 1224 c.c.), non può assumere più rilievo del necessario, ovverosia quello di semplice dato formale, consistente in un mero retaggio dell’unificazione del codice civile con quello del commercio, che risolvevano in termini diversi il problema della decorrenza degli effetti della mora: non vi può, quindi, rinvenirsi né dedursi alcun riferimento, neppure surrettizio, a un’ipotetica volontà di diversificare la funzione delle due categorie di interessi, sottraendo quelli moratori alle leggi antiusura[2].

 

La diversità strutturale e funzionale delle due categorie di interessi: la (dis)omogeneità.

La tesi rappresentata, foriera dell’applicabilità lineare della disciplina antiusura anche agli interessi di mora, non pare poter essere condivisa, condividendo, quindi, le censure più volte mosse sia in sede giurisprudenziale che dottrinale.

Assumendo quale necessitato punto di partenze il dato letterale, pare, sin da subito, opportuno e necessario rilevare come il ricorso alla mera letteralità non possa ritenersi esaustivo, né, tantomeno, dirimente. L’art. 644 c.p., difatti: per un verso, riferisce il divieto dell’usura agli interessi dati o promessi in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità (ai sensi del primo comma), escludendo (perlomeno apparentemente) quelli dovuti a titolo di ristoro per il ritardo nell’adempimento; per altro verso, adotta un’espressione omnicomprensiva per addivenire alla definizione della base di calcolo del tasso usurario, imponendo, a tal riguardo, di tenere in debita considerazione le remunerazioni a qualsiasi titolo collegate all’erogazione del credito[3]. In altri termini, ci si trova di fronte a un’ambiguità testuale e non, per converso, a un dato risolutivo. Incertezza che ha concorso a porre in risalto quell’orientamento, manifestatosi nella disciplina secondaria a partire dalle istruzioni impartite dalla Banca d’Italia nel 2001 e dal decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 25 marzo 2003, per cui, nel procedere alla rilevazione del tasso effettivo globale medio di cui alla l. n. 108 del 1996, art. 2, comma 1, si debbano ritenere costantemente esclusi dalla base di calcolo gli interessi moratori, attribuendo una finalità meramente conoscitiva alla rilevazione del relativo tasso medio, periodicamente compiuta dall’Autorità di vigilanza. La ragionevolezza di siffatta esclusione è stata giustificata, da un lato, sul rilievo che gli interessi moratori, in quanto aventi la loro fonte nella mora del debitore, costituiscano una voce di costo meramente eventuale, e, dall’altro, che l’estensione a questi ultimi della disciplina antiusura implicherebbe un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla pattuizione di penali una tantum, aventi analoga funzione, ma sottratte all’ambito di operatività della l. n. 108/1996.

Ad adiuvandum può essere anche mutuata la letteralità dell’art. 19 della Direttiva n. 2008/48/CE del 23 aprile 2008, relativa ai contratti di credito ai consumatori, che, nel disciplinare il calcolo del tasso annuo effettivo globale (sebbene ai soli fini della trasparenza delle condizioni contrattuali), esclude espressamente dal computo dei costi eventuali penali che il consumatore sia tenuto a pagare per l’inadempimento degli obblighi previsti dal contratto di credito, assumendo inoltre come presupposto l’ipotesi che il creditore ed il consumatore adempiano ai loro obblighi nei termini ed entro le date convenuti.

Di pari contraddittorietà testuale soffre la nota di chiarimenti, diramata da Banca d’Italia il 3 luglio 2013, relativamente alle modalità di rilevazione del tasso effettivo globale medio, lì dove, pur affermandosi effettivamente che anche gli interessi di mora debbano essere assoggettati alla legge antiusura, si precisa, contestualmente, che gli stessi siano da ritenersi esclusi dal calcolo del tasso effettivo globale, in quanto non dovuti dal momento dell’erogazione del credito, ma soltanto a seguito di un eventuale inadempimento da parte del cliente, e, comunque, tali da determinare, per la loro superiorità rispetto a quelli corrispettivi, un innalzamento del tasso soglia, in evidente danno della clientela. La formulazione sibillina, lungi dal rivelarsi determinante in un senso o nell’altro, spalanca, di fatto, a un alone di ambiguità sull’effettivo rapporto da ritenere intercorrente fra gli interessi di mora e la disciplina antiusura.

L’argomento dell’asserita convenienza dell’inadempimento per il creditore, sottesa alla mancata assoggettabilità alla disciplina antiusura, non coglie, parimenti, nel segno, prestandosi a una sorta di “reversibilità”, tutt’altro che ipotetica: l’azzeramento del debito degli interessi, difatti, potrebbe favorire comportamenti opportunistici da parte del debitore.

Non suscettibile di apprezzamento pare, da ultimo, la tenace insistenza sulla supposta omogeneità funzionale, di matrice economica, intercorrente tra le due classi di interessi, né tantomeno le “aperture” (interpretate, forse, strumentalmente dai sostenitori dell’estensibilità) apportate dalla giurisprudenza costituzionale.

Partendo dalla seconda circostanza, poiché di più immediata confutazione, è premura dello stesso Collegio remittente evidenziare come la Corte Costituzionale, nel valutare l’ammissibilità delle questioni sottoposte al suo esame, non si pronunci sulla correttezza dell’interpretazione della norma impugnata (spettante al giudice ordinario), limitandosi, per converso, a verificare che la lettura prescelta dal giudice a quo non risulti implausibile e sia comunque idonea a giustificare la rilevanza della questione[4].

L’omogeneità delle due categorie di interessi sarebbe dato la cui veridicità risulterebbe essenziale, ove si dovessero condividere le ragioni fondative dell’asserita applicabilità agli interessi moratori della disciplina antiusura. L’una e l’altra tipologia troverebbero la loro giustificazione causale in una circostanza fattuale, ovverosia nella sottrazione della disponibilità di una determinata quantità di capitale, da una determinata sfera giuridica, a favore di un’altra, diversa. Di tal guisa, la tradizionale dicotomia tra interessi corrispettivi e di mora sarebbe elisa, in maniera tranchant, dalla constatazione che tanto il vantaggio del debitore – mutuatario (che utilizza denaro altrui, circostanza che, in sé, giustifica la previsione di interessi corrispettivi diretti a reintegrare il patrimonio del creditore), quanto il danno, a carico del creditore – mutuante per la ritardata restituzione del denaro (che, per converso, implica l’applicazione di quelli moratori, funzionalizzati a indennizzarlo) rappresentino due fenomeni non antitetici, ma speculari, poiché in ambedue i casi si riscontra una (non dissimile) funzione risarcitoria/indennitaria[5]. Si addiverrebbe, in altri termini, proprio a quella affinità funzionale, caldeggiata dall’orientamento favorevole, prima rappresentato: nella fattiva unitarietà di funzioni si dovrebbero risolvere tutti gli impedimenti all’assoggettabilità degli interessi moratori alla disciplina antiusura.

In realtà, la veridicità di un siffatto approdo pare circostanza tutt’altro che inequivoca, come prima facie potrebbe apparire. Come anticipato, non si può ragionevolmente tacere delle numerose critiche (mosse nella giurisprudenza di merito, sì come in quella arbitrale), sostanzialmente connesse alla difficoltà irriducibile di ipotizzare, prima, e giustificare, poi, su di un piano pragmatico – operativo, una effettiva omogeneità tra i due tipi di interessi.

La non assoggettabilità degli interessi di mora alla disciplina antiusura (problematica intrinsecamente connessa anche a quella, di fatto complementare, dell’asserita “cumulabilità” tra le due categorie) è confortata dall’evidente disomogeneità funzionale, che appare di tutta evidenza mutuando (paradossalmente) proprio il ragionamento addotto a sostegno dell’estensibilità.

Più nello specifico, la circostanza che gli interessi di mora, come evidenziato, configurino una sanzione eventuale (poiché strettamente dipendente nel verificarsi dall’inadempimento del soggetto debitore), induce a ritenerli non assoggettabili al divieto espressamente previsto dal secondo comma dell’art. 1815, c.c., nonché, prima ancora, alla stessa ratio della disciplina antiusura, quella, cioè, di validare la composizione dei soli interessi corrispettivi (che trovano il proprio titolo direttamente in un momento fisiologico, quello del contratto, a differenza di quelli moratori, che lo rinvengono nella patologia della relazionalità, rappresentato dal ritardo del mutuatario)[6].

In definitiva, gli interessi corrispettivi e quelli di mora non possono essere posti sullo stesso piano, in quanto non solo assolvono a funzioni diverse, ma hanno anche natura diversa; differenziazione che la giurisprudenza arbitrale ha, peraltro, avuto modo di puntuare in tre elementi fondamentali, caratterizzanti i moratori: A) disciplina applicabile: dovuti dal giorno della mora, il soggetto creditore ne ha diritto anche se non pattuiti nel contratto (ai sensi del primo comma dell’art. 1224 c.c.) e il tasso, nel caso in cui non sia previsto espressamente, sarà pari a quello pattuito per gli interessi corrispettivi[7]; B) riducibilità, ex art. 1384 c.c., in caso di situazioni patologiche; C) funzionalità: carattere dissuasivo, di ammonimento, che non concorre nella formazione del credito[8].

 

L’assenza di un parametro statistico e l’adattabilità circostanziata di quelli esistenti.

Traslando il focus dell’analisi su un livello più strettamente operativo, anche in questa sede è opportuno rammentare come due decisione del Collegio di coordinamento[9], tacciando di “eccessiva scioltezza” la posizione assunta dalla Corte di Cassazione proprio sulla presunta cumulabilità degli interessi, abbiano rilevato come quelli moratori non siano presi in considerazione dalle “Istruzioni per le rilevazioni dei tassi effettivi globali ai sensi della legge sull’usura” della Banca d’Italia nelle determinazione del “tasso soglia” e, consequenzialmente, non possano essere computati nel costo del credito ai fini della valutazione di usurarietà del negozio[10].

In effetti, rappresenta circostanza fattuale difficilmente controvertibile quella per cui la procedura d’individuazione dei tassi soglia preveda la rilevazione trimestrale dei “TEG” o “TAEG”, tassi effettivi (annui) globali, praticati, da un ceto selezionato di banche e intermediari finanziari, nell’ambito delle diverse categorie di operazioni finanziarie (mutuo, leasing, factoring, ecc.); di questi ultimi viene calcolata la media, addivenendo alla determinazione dei cc.dd. “TEGM” (ovverosia, i tassi effettivi globali medi)[11].

Ne deriva necessitatamente che, in linea di principio, gli interessi moratori non possano in alcun modo concorrere nella valutazione dell’usura, dal momento che non si può porre in relazione la misura di tali interessi con un tasso, quello soglia, rispetto alla determinazione periodica del quale non concorrono in alcun modo. È la stessa summenzionata comunicazione di Banca d’Italia, datata 3 luglio 2013, a evidenziare espressamente come gli interessi moratori debbano essere esclusi dal calcolo del TEG, non essendo dovuti dal momento dell’erogazione del credito, ma solo a seguito di un eventuale inadempimento del cliente – debitore.

L’estromissione degli interessi di mora, peraltro, risponde anche a un’esigenza “manutentiva” del sistema, consentendo di evitare di dover “considerare nella media operazioni con andamento anomalo”: se, infatti, i moratori fossero inclusi nella determinazione del TEGM, essendo necessariamente più alti, concorrerebbero a determinare un sensibile innalzamento dei tassi soglia, causando un evidente danno alla clientela. Ove fosse necessario, anche a vincere le ultime residuali resistenze, non può che farsi riferimento sia alla richiamata normativa unionale sul credito al consumo, che impone l’esclusione dal calcolo dei tassi medi di tutte quelle somme pagate per l’inadempimento di un qualsiasi obbligo contrattuale (includendo, di fatto, gli interessi di mora), sia i Decreti trimestrali del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, a loro volta, specificano come i tassi effettivi globali medi (…) non siano comprensivi degli interessi di mora contrattualmente previsti per i casi di ritardato pagamento.

Da ultimo, la circostanza che nessuna norma, allo stato, preveda la rilevazione periodica dei tassi moratori generalmente applicati, né, tantomeno, l’individuazione di una soglia ad hoc per questi pare dirimente[12].

Ritornando al dato testuale dell’ordinanza di rimessione, l’esclusione degli interessi moratori dalla base di calcolo del TEGM ha fatto insorgere il problema (irrisolto) dell’individuazione del parametro di riferimento da adottare, ai fini di un’eventuale valutazione del carattere usurario dei predetti interessi.

L’esistenza di un cul-de-sac è, peraltro, stata oggetto di ammissione da parte della stessa giurisprudenza favorevole all’applicabilità, che non ha potuto che constatare come, in assenza di qualsiasi norma di legge in tal senso, non possa ragionevolmente pretendersi di accertare il carattere usurario sulla base di un tasso ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia, come previsto dai decreti ministeriali, rifugiandosi (forse in maniera frettolosa e poco convinta) in una soluzione assai pragmatica, ma che non si è sottratta a critiche sulla tenuta. L’aver ritenuto di poter risolvere la questione introitando il principio per cui il riscontro vada compiuto confrontando puramente e semplicemente il saggio degli interessi concordato dalle parti col tasso soglia calcolato in riferimento al tipo di contratto stipulato, senza alcuna maggiorazione od incremento, ha, difatti, presentato l’indubbio inconveniente (puntualmente segnalato dalla più attenta dottrina) di ricadere nell’equivoco della disomogeneità, con tutti i suoi corollari soprascritti.

 

Il precedente nella ricerca dell’omogeneità: la commissione di massimo scoperto al vaglio delle Sezioni Unite. Una soluzione compromissoria (forse) da mutuare.

La necessità di assicurare, anche artefattamente, omogeneità non è, invero, una novità nel comparto bancario – finanziario, poiché già avvertita, recentemente, con riferimento a una situazione “di calcolo”, in un certo qual senso complementare a quella qui attenzionata: ci si riferisce, in particolare, alla rilevanza da attribuire o meno alla commissione di massimo scoperto, sempre con riferimento alla disciplina antiusura, questione anch’essa oggetto di contrasto in seno alla giurisprudenza di legittimità e risolta, infine, dalle Sezioni Unite (statuendo il principio per cui ai fini della verifica del superamento del tasso soglia, occorra procedere alla separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della commissione di massimo scoperto eventualmente applicata […] rispettivamente con il tasso-soglia e con la “commissione soglia” calcolata aumentando della metà la percentuale della commissione media indicata nei decreti ministeriali, compensando poi l’importo dell’eventuale eccedenza della commissione in concreto praticata con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi, rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati)[13].

È nel solco tracciato da quest’ultimo pronunciamento che la Prima Sezione rinviene la necessità di rimettere alle Sezioni Unite una nuova valutazione circa l’assoggettabilità o meno degli interessi moratori alla disciplina antiusura, magari addivenendo a una soluzione compromissoria non dissimile, sulla scorta di una sapiente applicazione del principio di simmetria.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 6 marzo 2017, n. 5598, per cui «è noto che in tema di contratto di mutuo, la L. n. 108 del 1996, art. 1, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori»; Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2003, n. 5324, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 17 novembre 2000, n. 14899, con nota di F. Di Marzio, Il trattamento dell’usura sopravvenuta tra validità, illiceità e inefficacia della clausola interessi., in Giustizia Civile, fasc. 12, 2000, 3099; Cass. Civ., Sez. I, 22 aprile 2000, n. 5286), con nota di F. M. Gazzoni, Usura sopravvenuta e tutela del debitore., in Rivista del Notariato, fasc. 6, 2000, 1445.

[2] V. Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2018, n. 27442, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Lecci, Prime brevi osservazioni in merito all’accertamento dell’usurarietà del tasso moratorio, 2 novembre 2018, https://www.dirittodelrisparmio.it/2018/11/02/prime-brevi-osservazioni-in-merito-allaccertamento-dellusurarieta-del-tasso-moratorio/.

[3] La sola locuzione “a qualunque titolo” non è parsa sufficiente a giustificare l’applicazione estensiva della norma antiusura agli interessi moratori: così, Trib. Brescia, 24 novembre 2014.

[4] Cfr. Corte Cost., 10 marzo 2017, n. 56, in Giurisprudenza Costituzionale, fasc. 2, 2017, 649; Corte Cost., 26 maggio 2017, n. 124, in dejure.it; Corte Cost., 6 dicembre 2002, n. 520, con nota di R. Lupi, Sulla legittimità della costituzione in giudizio a mezzo posta, con spedizione degli atti entro i termini per la costituzione, in Riv. dir. trib., fasc. 2, 2003, 0143.

[5] Così, A. Zurlo, Cumulabilità tra interessi corrispettivi e moratori: osservazioni e critiche alla nuova pronuncia della Cassazione (Commento a Cass. Civ., Sez. VI, 4 ottobre 2017, n. 23192), in Giuricivile – Rivista di diritto e giurisprudenza civile, Ottobre 2017, https://giuricivile.it/cumulabilita-interessi-corrispettivi-moratori/.

[6] Così, A. Tarantino, Usura e interessi di mora, in Nuova giur. civ. comm., 2013, I, 675.

[7] Per giunta, per i crediti di denaro liquidi, dal momento della scadenza, sono dovuti immediatamente interessi moratori, che vanno a sostituire automaticamente quelli corrispettivi.

[8] V. A. Zurlo, op. cit.

[9] Il riferimento è a ABF, Collegio di coordinamento, 28 marzo 2014, n. 1875 e 30 aprile 2014, n. 2666.

[10] Così, A. Zurlo, Usura sopravvenuta e cumulabilità degli interessi: rilievi critici alle recenti pronunce della Cassazione, in questa Rivista, 29 novembre 2017, https://www.dirittodelrisparmio.it/2017/11/29/usura-sopravvenuta-e-cumulabilita-degli-interessi-rilievi-critici-alle-recenti-pronunce-della-cassazione-antonio-zurlo/.

[11] Sul punto, R. Marcelli, L’usura della legge e l’usura della Banca d’Italia: nella mora riemerge il simulacro dell’omogeneità. La rilevazione statistica e la verifica dell’art. 644 c.c.: finalità accostate ma non identiche., in Rivista di Diritto Bancario, n. 2/2015, dirittobancario.it.

[12] In tal senso, Trib. Milano, 29 gennaio 2015, n. 1242, per cui “Ai fini dell’applicazione della normativa antiusura, atteso che le rilevazioni dei Tassi Effettivi Globali Medi da parte di Bankitalia sono sempre state condotte con riferimento esclusivamente ai tassi corrispettivi, a oggi non è possibile una verifica in termini oggettivi del carattere usurario degli interessi moratori”.

[13] V. Cass. Civ., Sez. Un., 20 giugno 2018, n. 16303, con nota di B. Gargani, Superamento del tasso soglia nel periodo precedente l’entrata in vigore dell’art. 2-bis d.l. 185/2008: rilevanza delle commissioni di massimo scoperto, in GiustiziaCivile.com, 4 settembre 2018. V. anche C. Robustella, Le Sezioni Unite sulla commissione di massimo scoperto: una soluzione di compromesso tra certezza del diritto e giustizia sostanziale, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 3, 2019, 877.

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