Usura sopravvenuta e cumulabilità degli interessi: rilievi critici alle recenti pronunce della Cassazione – Antonio Zurlo



Cass. Civ., S.U., sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017

di Antonio Zurlo


Premessa

Due recenti pronunce della Suprema Corte di Cassazione hanno fortemente avvalorato l’indubbia attualità di due problematiche, di origine invero risalente, da sempre oggetto di contrapposti orientamenti ermeneutici, tanto in seno alla dottrina, quanto alla stessa giurisprudenza di merito e di legittimità. Il riferimento è alle annose problematiche della configurabilità dell’usura c.d. sopravvenuta, con l’intervenuta validazione della tesi negazionista da parte delle Sezioni Unite, e della positiva sussumibilità all’interno del tasso soglia, ai fini antiusura, degli interessi moratori, con la conseguente cumulabilità di questi ultimi con quelli corrispettivi, registrandosi, su entrambi i profili, una nuova riproposizione delle argomentazioni fondative dell’orientamento favorevole.

Entrambe le statuizioni, a giudizio di chi scrive, lungi dal poter rappresentare un’effettiva risoluzione definitiva delle due questioni, inducono fattivamente all’insorgenza (con riferimento al primo caso) e alla persistenza (relativamente alla seconda questione enucleata) di sensibili perplessità, sostanzialmente riconducibili a un atteggiamento dei giudici di legittimità a tratti, più o meno marcatamente, sibillino, che, invece di conferire evidente e indubbia credibilità alle argomentazioni sottese ai due pronunciamenti, ha concorso a corroborare quei profili di criticità, già tempestivamente evidenziati in dottrina e in giurisprudenza, propri tanto della tesi negazionista sull’usura c.d. sopravvenuta, quanto dell’apertura alla commistione tra interessi nel vaglio antiusura, che si cercherà di analizzare puntualmente nel prosieguo di questa trattazione[1].   

 

  1. Il negazionismo dell’usura c.d. sopravvenuta: profili di criticità e una possibile soluzione.

 

Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza 19 ottobre 2017, n. 24675[2], in relazione alla configurabilità del fenomeno dell’usura c.d. sopravvenuta[3], hanno aderito all’orientamento giurisprudenziale negazionista, statuendo, in punto di diritto, che, “Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 180 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore alla predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria ai doveri di buona fede nell’esecuzione del contratto”.

Secondo il massimo consesso della Cassazione non è meritevole di condivisione, poiché del tutto priva di fondamento, “la tesi della illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso che, pur non essendo superiore, alla data della pattuizione (con il contratto o con patti successivi), alla soglia dell’usura definita con il procedimento previsto dalla legge n. 108, superi tuttavia tale soglia al momento della maturazione o del pagamento degli interessi stessi.”. Il divieto dell’usura, dalla cui violazione originerebbe la presunta illiceità della pretesa di interessi a un tasso superiore rispetto a quello normativamente fissato, è disposizione di natura penalistica; la legge n. 108/96, infatti, introducendo un apparato sanzionatorio di stampo civilistico, è motivata, per relationem, dalla fattispecie incriminatrice, ex art. 644 c.p., che definisce “il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”. Da tali premesse, conclusione necessitata è l’impossibilità di poter porre in essere una “qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen.”, la cui concreta applicazione è, a sua volta, rigidamente subordinata, a seguito della summenzionata norma di interpretazione autentica[4], alla rilevazione dei tassi al momento della loro pattuizione, “indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

La pronuncia di cui in narrativa, in chiusura, prima dell’enunciazione del principio di diritto, attenziona due ulteriori profili di asserita criticità e fallacia dell’orientamento denegato, favorevole alla configurabilità dell’usura sopravvenuta, e, segnatamente: la possibilità di ricorrere a rimedi ordinamentali, pur in costanza della certificata validità ed efficacia della clausola di pattuizione degli interessi; il ricorso alla buona fede c.d. oggettiva, nell’esecuzione del contratto, ai sensi dell’art. 1375 c.c. Entrambe le circostanze, assunte quali ulteriori elementi deponenti a favore della tesi negazionista, parrebbero, in realtà, essere parzialmente controproducenti, in quanto introduttive di profili di criticità proprio relativamente alla soluzione proposta, rendendo quest’ultima alquanto inefficiente rispetto alla definizione risolutiva di molte delle questioni alla base dell’ordinanza di rimessione (v. infra par. 3). 

 

  1. Cumulabilità di interessi corrispettivi e moratori: dall’equivoco interpretativo alle ostative ragioni sistematico – operative.

 

La cumulabilità degli interessi moratori con quelli corrispettivi, ai fini di una valutazione sull’usurarietà dei tassi, pur essendo una problematica di evidente attualità, è una questione non nuova, nata congiuntamente all’entrata in vigore della legge 7 marzo 1996, n. 108 e parzialmente risolta con l’intervento chiarificatore del D.L. n. 394/2000, convertito in legge dall’art. 1, l. n. 24/2001, di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p.: tale disposizione ha, di fatto, ricondotto alla nozione di interessi usurari quelli convenuti “a qualsiasi titolo”, e, in aggiunta, la relazione ministeriale allo stesso decreto compie espresso riferimento a ogni tipologia di interesse, sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio. La problematica ha riscontrato un’indubbia evoluzione con la pubblicazione della sentenza 9 gennaio 2013, n. 350, della Suprema Corte di Cassazione, foriera di un’apertura circa, da un lato, la riconducibilità degli interessi di mora all’interno del c.d. tasso – soglia, e, dall’altro, la cumulabilità di questi ultimi a quelli corrispettivi, nel vaglio del superamento del limite usurario.

La Terza Sezione della Corte di Cassazione è, nuovamente, intervenuta sulla questione, con la recente sentenza n. 23192, del 4 ottobre 2017[5], riproponendo la“cumulabilità”[6], mutuando quanto affermato nella summenzionata pronuncia (e prima ancora nel 2003[7]), senza, pur tuttavia, addurre quell’apporto chiarificatore necessario circa la portata contenutistico – operativa da sottendere al concetto de quo. I giudici di legittimità, nello specifico, attenendosi alla letteralità del secondo comma dell’art. 1815 c.c. e riproponendo, di fatto, l’iter argomentativo già assunto in altra, più risalente, pronuncia[8],hanno statuito che si debbano qualificare come usurari “gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento[9]”; tale assunto ha quale corollario pragmatico la fissazione di un tasso soglia, trimestralmente rilevato dal Ministero dell’Economia, “al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari”, e che, nell’accertamento di un eventuale scostamento in eccesso, si debba procedere a “cumulare gli interessi corrispettivi a quelli moratori”.

L’ammissibilità della cumulabilità, legittimata dalla sentenza n. 350/2013 della Cassazione e riproposta nella pronuncia oggetto di questa disamina[10], non pare, invero, essere del tutto convincente, prestando il fianco a numerose critiche[11], perlopiù intrinsecamente connesse alla difficoltà di assegnare un contenuto certo, su di un piano più strettamente operativo, all’ipotizzato cumulo tra le due tipologie di interessi.

La differenza funzionale tra interessi corrispettivi ed interessi moratori[12] (funzione remunerativa, per i primi; natura risarcitoria, per i secondi) implicherebbe, de plano, l’inapplicabilità ai secondi della disciplina contenuta nel secondo comma dell’art. 1815 c.c. La disomogeneità sarebbe, quindi, fattore risolutivamente ostativo.

La circostanza che i moratori configurino una sanzione, conseguente solo all’eventuale inadempimento del debitore, induce a ritenerli non assoggettabili al divieto previsto dal succitato secondo comma dell’art. 1815, c.c., e, prima ancora, alla stessa ratio della disciplina antiusura (ovverosia validare la composizione dei soli interessi c.d. corrispettivi, i quali trovano il proprio titolo direttamente nel contratto di mutuo, a differenza degli interessi di mora il cui titolo è rappresentato dalla situazione di ritardo del mutuatario)[13].

A queste motivazioni s’affiancano ragioni di carattere più strettamente operativo – sistematico, ugualmente ostative rispetto alla tesi condivisa nella recente pronuncia di legittimità, tanto in punto di riconducibilità degli interessi moratori al tasso – soglia, quanto con riferimento alla cumulabilità e a un suo fattivo atteggiarsi. In linea di principio, i moratori devono essere esclusi dalla valutazione dell’usura, perché non si può porre in relazione la misura di tali interessi con il tasso soglia, per il semplice motivo che i primi non concorrono in alcun modo nella rilevazione periodica (e, conseguentemente, nella formazione) del secondo, essendo elementi disomogenei tra loro. Sulla questione, è intervenuta la comunicazione di Banca d’Italia del 3 luglio 2013, nella quale è evidenziato testualmente che gli interessi moratori debbano essere “esclusi dal calcolo del TEG”, dal momento che “non sono dovuti dal momento dell’erogazione del credito, ma solo a seguito di un eventuale inadempimento” del cliente – debitore. È addotta, inoltre, anche un’argomentazione dal taglio più strettamente operativo. L’esclusione di questa tipologia consente di evitare, infatti, di dover “considerare nella media operazioni con andamento anomalo”; in altri termini, essendo quelli moratori interessi più alti (poiché funzionali a compensare l’Istituto di credito dal mancato adempimento del debitore), se fossero inclusi nella determinazione del TEGM, potrebbero concorrere a determinare “un eccessivo innalzamento delle soglie, in danno della clientela”. Tale impostazione, peraltro, è l’unica coerente con la normazione comunitaria (rectius, unionale) sul credito al consumo, che statuisce l’esclusione dal calcolo del TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) delle “somme pagate per l’inadempimento di un qualsiasi obbligo contrattuale, inclusi gli interessi di mora”[14]. L’esclusione degli interessi di mora dalle soglie è sottolineata, peraltro, anche nei Decreti trimestrali del Ministero dell’Economia e delle Finanze i quali specificano che “i tassi effettivi globali medi (…) non sono comprensivi degli interessi di mora contrattualmente previsti per i casi di ritardato pagamento”.

 

  1. Osservazioni conclusive: la (auspicabile) riabilitazione della buona fede oggettiva.

 

Come si è puntualmente osservato, le Sezioni Unite, partendo dall’indissolubile dipendenza della normativa civilistica dalla fattispecie incriminatrice, vincolano rigorosamente la valutazione sull’usurarietà alla pattuizione degli interessi, eludendo, tranchant, qualsivoglia valenza del successivo momento dell’esecuzione contrattuale, a meno di una eventuale valutazione in concreto (con tutti i limiti descritti della fumosa accezione adottata in sentenza) della carenza di buona fede oggettiva nel mutuante. Una simile architettura è senz’altro ammirevole nell’evidente tentativo di ristabilire la necessaria certezza ordinamentale in riferimento ad alcune spinose questioni dogmatico – operative, quali, su tutte, la già menzionata creazione artificiale di categorie di invalidità atipiche, come la nullità sopravvenuta[15], e, su di un piano contiguo, la legittimazione di un indefinito potere manutentivo in capo all’organo giudicante, forzosamente riconosciutogli come strumento per una rimodulazione degli interessi delle parti, cristallizzati nell’intesa contrattuale[16].

Considerare del tutto irrilevante l’intervento sopravvenuto di una norma imperativa, quale quella antiusura, rispetto all’atteggiarsi di contratti di durata, parrebbe, peraltro, lesivo del generale principio di uguaglianza, sancito dall’art. 2 della Costituzione; il sistema del tasso soglia, infatti, introdotto con la legge n. 108/96, rappresenta, sostanzialmente, un riferimento obiettivo cui parametrare le prestazioni dei contraenti e monitorare il loro atteggiarsi durante tutta l’estrinsecazione del rapporto[17]. Un intervento manutentivo ope iudicis potrebbe trovare la ratio giustificatrice proprio nella funzione di tutela del mutuatario rispetto alla fluttuazione fisiologica del tasso soglia e a un eventuale correlato disallineamento tra quest’ultimo e quello pattuito in sede contrattuale: l’iperattività della legittimità del tasso inizialmente pattuito, condivisa nella sentenza in narrativa, condurrebbe, di fatto, a una potenziale irragionevole disparità tra soggetti contraenti il medesimo mutuo, in momenti differenti[18] e, quindi, assoggettati a condizioni differenti, in virtù dell’applicabilità o meno della legge n. 108/96[19].

Il ricorso all’art. 1375 c.c., caldeggiato a più riprese dall’Arbitro Bancario Finanziario[20], rappresenta, a giudizio dello scrivente, l’alternativa più credibile e meno problematica nel trattamento del fenomeno dell’usura sopravvenuta, anche rispetto alle soluzioni, ipotizzate in dottrina, della risoluzione per sopravvenuta onerosità e della sostituzione automatica di clausole[21]. Si tratta, fondamentalmente, di mutuare il meccanismo correttivo, già previsto, nel panorama ordinamentale, per la riduzione della clausola penale (ai sensi dell’art. 1384 c.c.), correggendolo con l’assunzione quali unici parametri del tasso soglia e di quello inizialmente convenuto[22].

In conclusione, aderendo alla proposta già avanzata da una parte della dottrina[23], rimanendo sul piano dell’esecuzione del contratto[24], l’opzione risolutiva parrebbe essere quella di una rideterminazione flessibile della clausola di determinazione degli interessi, mediante la trasformazione del tasso fisso, contrattualmente pattuito, in un tasso variabile “elastico”, oscillante tra quello inizialmente previsto e quello medio periodicamente rilevato (rectius, soglia)[25]; questa soluzione avrebbe il doppio pregio di disciplinare, in un’ottica riequilibratice, un potere manutentivo vincolato, in capo all’organo giudicante, e, al contempo, eludere efficacemente, la dipendenza, per lunghi tratti asfittica, dell’inquadramento dell’usura sopravvenuta dalle categorie dell’invalidità contrattuale[26].

 

  1. (segue): la cumulabilità degli interessi non può implicare la loro sommatoria.

 

La fallacia dell’orientamento rassegnato pare riconducibile alla letteralità, equivoca, del concetto di “cumulabilità”, assimilato (e confuso) con l’esito, pragmatico – operativo, della sommatoria delle due classi di interessi[27]. L’impasse è stato efficacemente segnalato da alcuni successivi pronunciamenti dei Tribunali di merito, nei quali si è addirittura apostrofata una “mostruosità ermeneutica” la possibilità di condividere e adottare la descritta deduzione (cumulabilità quindi sommatoria). Nella pronuncia n. 350/2013, difatti, i giudici di legittimità si sono limitati a statuire che “il tasso di mora deve essere tenuto in conto ai fini della valutazione della usurarietà e ciò vuol dire che il Giudice deve verificare se, il tasso convenzionale e quello di mora singolarmente considerati[28], superino o meno il tasso soglia non potendosi accontentare di verificare il solo tasso convenzionale come era opinione isolata ma presente prima di quella decisione.”[29].La Cassazione, in sostanza, secondo questa lettura interpretativa, minus dixit quamvoluit.

Il tasso di mora non può essere valutato cumulativamente al tasso corrispettivo, atteso che fra i medesimi intercorra una triplice differenza, genetica, funzionale e ontologica: il primo, infatti, rappresenta il risarcimento a favore dell’Istituto di credito erogante, per l’eventualità di inadempimento o ritardato pagamento da parte del debitore; il secondo è la fisiologica remunerazione del prestito del capitale. Prospettare la cumulabilità o, addirittura, la sommatoria delle due voci non può che essere qualificato alla stregua di una “fantasiosa deduzione”, che non trova alcun riscontro nel testo della decisione né, tanto meno, in nessuna disposizione normativa[30].

Il Tribunale di Milano, in un pronunciamento pressoché coevo[31], senza soluzione di continuità, definisce “un equivoco interpretativo” l’interpretazione favorevole alla sommatoria degli interessi;più specificamente, i giudici meneghini sanciscono la possibilità per entrambe le categorie di interessi di risultare, potenzialmente, usurarie, ma ne subordinano l’accertamento a una valutazione individuale di ciascuna[32]: nel caso di inadempimento del debitore e conseguente decorrenza degli interessi di mora, questi ultimi si sostituiscono (e non si aggiungono) ai corrispettivi, “anche laddove, come frequentemente avviene, le parti avessero determinato il tasso di interesse moratorio in una misura percentuale maggiorata rispetto al tasso dell’interesse corrispettivo[33]”. In definitiva, secondo il Tribunale, un cumulo tra interessi corrispettivi e quelli moratori potrebbe rilevare solo con riferimento alla concreta somma degli effettivi interessi conteggiati a carico del mutuatario, per verificare se il conteggio degli interessi applicato in seguito al verificarsi dell’inadempimento determini un importo complessivo (a titolo di interessi) che, rapportato alla quota capitale, comporti uno sforamento del tasso soglia[34].

Ma vi è di più. In senso adesivo, si collocano due decisione del Collegio di coordinamento[35], che, tacciando di “eccessiva scioltezza” la posizione assunta dalla Corte di Cassazione, rilevano come gli interessi moratori non siano presi in considerazione dalle “Istruzioni per le rilevazioni dei tassi effettivi globali ai sensi della legge sull’usura” della Banca d’Italia nelle determinazione del “tasso soglia”[36] e, pertanto, non possano, consequenzialmente, essere computati nel costo del credito ai fini della valutazione di usurarietà del negozio. È, dunque, logicamente (prima ancora che giuridicamente) errata ogni eventuale sommatoria dei tassi corrispettivi e di quelli moratori, condotta nelle operazioni di verifica del superamento del tasso soglia, atteso il carattere tipicamente sostitutivo e alternativo della prestazione dei secondi rispetto ai primi.

[1] La presente trattazione è un estratto di due miei articoli, già pubblicati in altra rivista, cui si rimanda per l’integrale approfondimento; segnatamente: Usura sopravvenuta: la pronuncia delle Sezioni Unite. Osservazioni e rilievi critici, in Giuricivile – Rivista di diritto e giurisprudenza civile, pubblicata su Internet all’indirizzo http://giuricivile.it, ISSN 2532-201X, Novembre 2017, pag. https://giuricivile.it/usura-sopravvenuta-sezioni-unite/; Cumulabilità tra interessi corrispettivi e moratori: osservazioni e critiche alla nuova pronuncia della Cassazione, in Giuricivile – Rivista di diritto e giurisprudenza civile, pubblicata su Internet all’indirizzo http://giuricivile.it, ISSN 2532-201X, Novembre 2017, pag. https://giuricivile.it/cumulabilita-interessi-corrispettivi-moratori/.

[2] V. F. Valerini, Per le Sezioni Unite non c’è spazio per l’usura sopravvenuta: rileva soltanto il momento della pattuizione, in Diritto & Giustizia, fasc.166, 2017, 11.

[3]Espressione con la quale ci si riferisce a due diversi fenomeni: i contratti ancora in corso al momento dell’entrata in vigore della legge n. 108/96, ma stipulati in una data antecedente; la presunta usurarietà di un tasso originariamente pattuito in misura lecita e successivamente divenuto superiore al tasso soglia, a causa di una diminuzione di quest’ultimo.

[4]Assurgeva a riferimento centrale l’art. 1 d.l. n. 394/2000, di interpretazione autentica della normativa antiusura, emanato a seguito dell’insorgere, in seno alla giurisprudenza e alla dottrina, della problematica dell’incerta applicabilità della legge n. 108/96 a contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore di quest’ultima. La previsione normativa de qua statuisce che “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.”.

[5] V. U. Malvagna, L’usura originaria del tasso di mora comporta la gratuità dell’intero rapporto di credito ex art. 1815, co. 2, c.c., in Diritto Bancario – Giurisprudenza, 6 ottobre 2017, dirittobancario.it.

[6] V. F. Valerini, Tassi usurari: per la Cassazione l’usura del tasso moratorio travolge anche quelli corrispettivi (e si possono sommare), in Diritto & Giustizia, fasc. 155, 2017, 6.

[7] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2003, n. 5324. Nella sentenza è statuito che “In tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della legge n. 108 del 1996[7], che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori, ma non si applica ai contratti contenenti tassi usurari stipulati prima della sua entrata in vigore se relativi a rapporti completamente esauriti al momento della entrata in vigore della legge.”.

[8] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2003, n. 5324. Nella sentenza è statuito che “In tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della legge n. 108 del 1996[8], che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori, ma non si applica ai contratti contenenti tassi usurari stipulati prima della sua entrata in vigore se relativi a rapporti completamente esauriti al momento della entrata in vigore della legge.”.

[9] Secondo la ricostruzione fornita in sentenza, il legislatore, con la disposizione codicistica de qua, avrebbe “voluto sanzionare l’usura perché realizza una sproporzione oggettiva tra la prestazione del creditore e la controprestazione del debitore”.

[10] La cumulabilità delle tue tipologie di interessi è stata oggetto anche di un’altra recente pronuncia. V. Cass. Civ., Sez. VI, 6 marzo 2017, n. 5598.

[11] Tale orientamento è stato, peraltro, disatteso da successivi pronunciamenti, sia dei Tribunali di merito, sia del Arbitrato Bancario Finanziario.

[12] Si segnala Trib. Vercelli, Sez. I, sentenza 16 novembre 2011. Il Tribunale osserva come la clausola penale pattuita per il semplice ritardo (denominata nell’ambito dei conteggi predisposti dalla Banca “indennità di contenzioso”) non incida sul calcolo del tasso di interesse praticato, considerato che si tratta di somma predeterminata, seppure nel caso di specie in proporzione alla somma rimasta inadempiuta, la quale, pur avendo una funzione assimilabile a quella degli interessi moratori (sul punto, Cass. Civ., Sez. III, sentenza 18 novembre 2010, n. 23273) ha natura diversa rispetto agli interessi in genere, la cui caratteristica peculiare è il maturare con il passare del tempo (caratteristica che non si riscontra nella penale). Tale diversità appare confermata dalle norme regolamentari (“Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura”) emesse dalla Banca d’Italia in tema di usura, che prevedono che siano escluse dal calcolo del TEG le spese connesse con eventi di tipo occasionale, destinati a non ripetersi, e comunque gli oneri contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo.

Il Tribunale, inoltre, giunge a ritenere che, in caso di penale (per il ritardo) usuraria, debba trovare applicazione non la sanzione della nullità, ex art.  1815, comma secondo, c.c., ma il rimedio della nullità di protezione, in caso di contratti del consumatore, o la riduzione giudiziale disciplinata dall’art. 1384 c.c.

[13] In tal senso, A, Tarantino, Usura e interessi di mora, in Nuova giur. civ. comm., 2013, I, 675.

[14] Così, Banca d’Italia, Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura, 3 luglio 2013, bancaditalia.it.

[15]In senso favorevole alla configurabilità della nullità c.d. sopravvenuta, C. M. Bianca, Diritto Civile, volume III, Giuffrè, Milano, 2000.

[16] Il riconoscimento di una potestà regolamentare in capo al giudice, rispetto alle pattuizioni consensualmente definite dalle parti nel contratto, trascende la specifica questione dell’usurarietà sopravvenuta dei tassi di interesse. È, infatti, riferibile anche ad altre e ulteriori problematiche, inerenti la contrattualistica a sfondo bancario – finanziario; si pensi, a titolo meramente esemplificativo, alla gestione dell’information overload(ing) e alla legittimità della clausola claim’s made nelle polizze assicurative.

[17]L’usura sopravvenuta, da alcuni, è stata ricondotta anche allo sconfinamento dall’alea intrinsecamente connaturata (rectius, normale) al contratto di mutuo. Sul punto, C. G. Terranova, L’eccessiva onerosità nei contratti. Artt. 1467 – 1469, in Commentario Schlesinger, Milano, Giuffré, 1995.

[18]In tal senso, F. Civale, Usura sopravvenuta: la Cassazione riapre il contenzioso banca – cliente, in Rivista di Diritto Bancario, Febbraio 2013.

[19]In tal senso, ABF, Collegio di coordinamento, 10 gennaio 2014, n. 77, con nota di M. Giuliano, Usura sopravvenuta e tutele contrattuali, in Giurisprudenza Commerciale, fasc.4, 2015, 803. Nella decisione de qua, il Collegio afferma testualmente che «in caso di marcata e duratura discesa dei tassi di mercato chi abbia contratto un finanziamento a tasso fisso sia del tutto sprovvisto di forme di tutela, ossia sprovvisto di quei rimedi civilistici che la Corte Costituzionale ha ipotizzato; implica solo che occorre calibrare il rimedio in modo da evitare effetti perversi. È ormai riconosciuto il ruolo centrale della buona fede nella moralizzazione dei rapporti contrattuali ovvero nel dotare tali rapporti della flessibilità necessaria ad incorporare i valori etici dell’ordinamento giuridico. La Suprema Corte di Cassazione che ha assunto un ruolo guida in proposito ha insegnato che “ il principio di correttezza e buona fede – il quale, secondo la relazione ministeriale al codice civile, «richiama nella sfera del creditore la considerazione dell’interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all’interesse del creditore» – deve essere inteso in senso oggettivo in quanto enuncia un dovere di solidarietà, fondato sull’art. 2 Cost., che, operando come un criterio di reciprocità, esplica la sua rilevanza nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge”.».

[20]La posizione dell’ABF è stata definita come altamente “interventista” da M. Ghisalberti, Sulla sopravvenuta violazione del tasso soglia antiusura nello svolgimento del rapporto negoziale e l’applicazione del principio della buona fede quale possibile correttivo, in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc.3, 2015, 388.

[21]In base al combinato disposto degli artt. 1339 e 1419 c.c.

[22]Il tasso soglia e quello inizialmente pattuito limiterebbero, di fatto, la discrezionalità del giudice nella rideterminazione delle prestazioni e dell’equilibrio contrattuale originario. La deriva autoritaria è, infatti, come visto, una delle preoccupazioni dei fautori della tesi negazionista.

[23] Così, M. Giuliano, op. cit.

[24]Si eludono, dunque, tutte le implicazioni relativamente alla sopravvenienza della nullità e alle sue implicazioni. Così, M. Ghisalberti, op. cit.

[25]Siffatta sostituzione, infatti, garantirebbe una contestuale tutela del mutuante e del mutuatario, all’interno di equilibrio contrattuale.

[26] A tal proposito, A. A. Dolmetta, op. cit. L’Autore, riferendosi all’ordinanza di rimessione n. 2484/2017,Quando c’è una vacca da mungere, tutti si mettono in fila”scrive testualmente che«La Corte non dice, prima di tutto, che il fenomeno dell’usura sopravvenuta si manifesta irrilevante per il sistema vigente.».

[27] Che rappresenterebbe un «“non tasso” od un “tasso creativo”»; così, M. Perna, USURA: gli interessi di mora sono esclusi dal calcolo del TEG, in Ex Parte Creditoris – www.expartecreditoris.it – ISSN: 2385-1376, 2016.

[28] In tal senso, v. anche Trib. Brescia, 15 giugno 2017.

[29] Così, Trib. Padova, Sez. II, 10 marzo 2015, per cui “In materia di mutuo e interessi usurari il tasso di mora deve essere tenuto in conto ai fini della valutazione della usurarietà nel senso che il Giudice deve verificare se il tasso convenzionale e quello di mora singolarmente considerati superino o meno il tasso soglia”.

[30] V. Trib. Padova, Sez. II, 10 marzo 2015, per cui “[…]sostenere il contrario, ostinandosi a sostenerlo nonostante la precisa e puntuale presa di posizione della banca che ha fatto proprio tale deduzione nel costituirsi, è sintomo o di ignoranza inescusabile del dettato normativo e dell’evoluzione della giurisprudenza in subiecta materia che viene citata sproposito o di dolo processuale nel tentativo di indurre in errore il giudicante sul fatto che una certa sentenza della Suprema Corte abbia detto una cosa che in realtà non ha mai detto.”.

[31] V. Trib. Milano, Sez. IV, 27 ottobre 2015, n. 11997.

[32] Mutuando l’espressione presente in sentenza, il superamento deve essere “valutato singolarmente per ciascuna categoria di interessi”.

[33] Tale modalità di determinazione dell’interesse moratorio “assume rilievo esclusivamente sotto il profilo della modalità espressiva adottata per la quantificazione del tasso, ma non implica sul piano logico – giuridico una sommatoria dell’interesse corrispettivo con quello moratorio, dato che quest’ultimo, sia pure determinato in termini di maggiorazione sull’interesse corrispettivo, comunque si sostituisce al primo.”.

[34] Anche la doglianza relativa al c.d. metodo di ammortamento alla francese è stata ritenuta infondata.

[35] Il riferimento è a ABF, Collegio di coordinamento, 28 marzo 2014, n. 1875 e 30 aprile 2014, n. 2666.

[36] Sulla questione, Trib. Catania, Sez. VI, 7 febbraio 2017.

Qui il testo: A. Zurlo – Usura sopravvenuta e cumulabilità degli interessi rilievi critici alle recenti pronunce della Cassazione.

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