La Suprema Corte e la richiesta di documentazione ex art. 119 tub: facoltà non soggetta a limitazioni arbitrarie e non vincolo dell’onere.



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Commento a Cass. Civ., Sez. VI, 11 marzo 2020, n. 6975.

di Laura Albanese

 

 

 

 

Premessa.

La recentissima ordinanza della Corte di Cassazione rappresenta una rinnovata occasione per tornare a riflettere sull’estensione dell’art. 119 tub, che si atteggia indubbiamente quale norma finalizzata a tutelare il contraente più debole, potenziando gli obblighi informativi nella fase contrattuale ed in quella successiva all’esaurirsi del rapporto, al punto da essere collocata «tra i più importanti strumenti di tutela che la normativa di trasparenza – quale attualmente stabilita nel testo unico bancario vigente […] – riconosca ai soggetti che si trovino ad intrattenere rapporti con gli intermediari bancari»[1].

Agli occhi del legislatore speciale, dunque, la sostanziale asimmetria delle posizioni assunte dai contraenti nell’esecuzione del rapporto – che non manca di irradiarsi anche dopo il suo esaurirsi – doveva sembrare talmente profonda da averlo indotto a ritenere che l’esercizio dei diritti derivanti dal contratto mal potesse perseguirsi per il tramite della previsione di mera rendicontazione periodica[2]. Solo l’ampliamento delle possibilità di accesso alle informazioni e alla documentazione bancaria poteva sortire l’effetto di colmare quel gap, che per lungo tempo si era dimostrato eccessivamente problematico[3]. In quest’ottica è dato comprendere la ratio sottesa al co. 4, dell’art. 119 t.u.b., con cui il legislatore ha inteso sopperire finanche all’eventualità di quelle negligenze del cliente che non gli permettano – o non gli permettano più – di disporre della documentazione inviata dall’intermediario[4], anche avendo riguardo al minimo sacrificio richiesto a quest’ultimo (stante la disponibilità della documentazione) e l’allocazione dei costi di produzione in capo allo stesso richiedente.

 

La questione decisa.

In questa scia si pone anche l’ordinanza n. 6975/2020, con cui i giudici di legittimità hanno inteso, ancora una volta, evidenziare l’estensione dell’esercizio del diritto sancito dall’art. 119, co. 4, tub. Da una parte, il Tribunale capitolino ha respinto le richieste istruttorie di esibizione della documentazione contabile ex art. 210 c.p.c. e di ctu, sul presupposto della «assenza del positivo espletamento dell’intera procedura ex art. 119 TUB», avendo il cliente proposto l’azione giudiziaria prima che fosse decorso il termine di 90 giorni previsto dalla legislazione speciale, da cui il rigetto della domanda di accertamento dell’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi e dell’illegittima applicazione della commissione di massimo scoperto e di tassi di interesse ultralegali; dall’altra parte, la Suprema Corte, invece, ha accolto il ricorso fondato sulla violazione, falsa applicazione ed erronea interpretazione degli artt. 119 tub e 210 c.p.c., sul presupposto che l’invio della richiesta di documentazione nella fase precedente all’instaurazione del giudizio non costituisce una condizione imprescindibile per l’ammissione delle richieste istruttorie[5].

 

Richiesta ex art. 119, co. 4, tub: facoltà e non vincolo dell’onere.

Diversamente argomentando, secondo l’orientamento già da tempo espresso dai giudici di legittimità, si perverrebbe «a trasformare uno strumento di protezione del cliente – quale si è visto essere quello in esame – in uno strumento di penalizzazione del medesimo: in via indebita facendo transitare la richiesta di documentazione del cliente dalla figura della libera facoltà a quella, decisamente diversa, del vincolo dell’onere»[6]; fino a pervenire all’assurdo di incentivare la banca ad omettere la consegna della documentazione richiesta, non consentendo l’assolvimento di quell’onere probatorio di cui viene gravato il correntista, così violando impunemente le disposizioni di legge e, al contempo, ottenendo la sanatoria delle condotte precedentemente perpetrate, con l’applicazione illegittima di interessi e commissioni.

Al contrario, a parere della Corte, quella sancita dall’art. 119, co. 4, tub deve rimanere una facoltà, non soggetta a limitazioni arbitrarie non espressamente previste dal testo della norma, né a formalità espressive o a specifiche vesti documentali, cui fa da contraltare il dovere di protezione in capo all’intermediario, che si estende temporalmente anche dopo la chiusura del rapporto, nel limite dei dieci anni successivi. Non pare di poter trascurare come la banca assuma – dietro corrispettivo – «la cura degli interessi facenti capo al cliente, per cui la tenuta del conto si traduce nell’espletamento retribuito di un servizio destinato essenzialmente a soddisfare le esigenze del correntista, ne consegue che la consegna dei documenti riguardanti la tenuta stessa del conto e le operazioni ivi registrate costituisce una naturale proiezione dell’interesse dedotto nel contratto»[7].

L’obbligazione di consegna della documentazione, dunque, che discende dall’esercizio della facoltà riconosciuta al cliente, secondo l’orientamento della Corte di legittimità più di recente espresso, troverebbe il suo equivalente anche in sede processuale, dove «il correntista ha diritto di chiedere alla banca sia la documentazione sia il rendiconto relativi a un rapporto contrattuale la cui esistenza non sia controversa»[8], entro il limite immanente di utilità fissato dai termini che scandiscono la fase istruttoria. Pertanto, come ulteriormente chiarito nella pronuncia che si annota, non può sussistere un rapporto di alternatività tra l’ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. e la richiesta di documentazione di cui all’art. 119, co. 4, tub, giacché, «mentre il primo opera sul piano del processo e costituisce il mezzo attraverso cui il diritto sancito dal secondo potrebbe esplicarsi, il secondo conferisce un diritto e rileva perciò sul piano del rapporto tra banca e correntista regolato dal diritto sostanziale»[9].

 

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza.


[1] Così Cass. Civ., ord. 8 febbraio 2019, n. 3875, in banca dati DeJure.

[2] Cfr. L. Albanese, L’anatocismo bancario alla prova del “saldo zero”, in Resp. civ. prev., 2016, III, 920 ss.

[3] Maisano, Trasparenza e riequilibrio delle operazioni bancarie, Milano, 1993, 9.

[4] Dunque, neanche le eventuali negligenze sono considerate idonee a far venir meno la posizione della banca nell’ambito del rapporto, rispetto a quella assunta dal correntista. Sul punto si veda anche Dolmetta e Malvagna, Vicinanza della prova in materia di contenzioso bancario. Spunti (I. il saldo zero), in Riv. dir. banc., 2014, VI, 6; ed anche Dolmetta, Trasparenza dei prodotti bancari. Regole, Bologna, 2013, 108 ss. In giurisprudenza mettono in evidenza il fatto che l’obbligo di conservazione della documentazione nell’arco di un decennio oneri solo la banca – e non anche il correntista che ha facoltà di chiedere copia anche di quanto già ricevuto – e della necessità di rinviare al generale principio di buona fede: Cass. Civ., 27 settembre 2001, n. 12093, in Foro it., 2001, I, 3541 e in Giust. civ., 2001, I, 2322; Trib. Chieti, 13 giugno 2013, n. 496, ampiamente riportata in Agnese, Liti con le banche e prove in giudizio, Santarcangelo di Romagna, 2014, 64; Trib. Napoli, 8 dicembre 2010, inedita.

[5] Cfr. Cass. Civ., 11 maggio 2017, n. 11554, in banca dati DeJure; Cass. Civ., ord. 15 settembre 2017, n. 21472, in banca dati DeJure.

[6] In questo senso già Cass. Civ., 11 maggio 2017, n. 11554, cit.

[7] Trib. Lecce, 18 aprile 2014, n. 1713, in www.dirittodelrisparmio.it. In senso conforme si veda anche Cass. Civ., 22 maggio 1997, n. 4598, in Giust. Civ., 1997, I, 1777.

[8] Cass. Civ., 15 marzo 2016, n. 5091, in Resp. civ. prev., 2016, IV, 1257 ss., con nota Greco F., Rapporti bancari ed onere della prova: il punto della Corte di cassazione. Più di recente si veda anche Cass. Civ., ord. 4 dicembre 2019, n. 31649; Cass. Civ., ord. 8 febbraio 2019, n. 3875, cit.; Cass. Civ., 28 maggio 2018, n. 13277; Cass. Civ., 11 maggio 2017, n. 11554, tutte reperibili in banca dati DeJure.

[9] Così già Cass. Civ., 24 maggio 2019, n. 14231, in www.altalex.com.

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