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Nota a ACF, 23 febbraio 2024, n. 7219.

Massima redazionale

La controversia ha ad oggetto la responsabilità dell’Intermediario per avere fornito al cliente-ricorrente informazioni opache sul prezzo medio di carico di quote di un fondo in suo possesso, che lo avrebbero indotto a realizzare un disinvestimento che, altrimenti, non avrebbe effettuato.

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Il Collegio rileva, in via preliminare, come la controversia sottopostagli non verta sulla correttezza dell’imposizione fiscale applicata in occasione del disinvestimento dedotto in lite, ma, per converso, sulla correttezza dell’indicazione del prezzo medio di carico delle quote del fondo che (nella prospettiva del ricorrente) lo avrebbe indotto a ritenere che l’operazione non sarebbe stata sottoposta a tassazione e a disporre una richiesta di rimborso che, altrimenti, non avrebbe impartito. In altri termini, la questione è attinente alla non corretta indicazione del prezzo di carico dei titoli assume rilievo in relazione all’informativa sui costi e sugli oneri connessi che l’Intermediario è tenuto a fornire all’investitore, nonché sulla scelta di disinvestimento assunta dal ricorrente.

Nel merito, è documentato e riconosciuto anche dall’Intermediario, che i rendiconti periodici ricevuti dal ricorrente riportassero, sotto la dicitura “prezzo medio di acquisto”, un valore diverso (e di gran lunga superiore) rispetto al “costo medio ponderato” preso in considerazione ai fini dell’applicazione della disciplina fiscale; l’Intermediario ha sostenuto che tale difformità tra il “prezzo medio di acquisto” riportato nei rendiconti e il “costo medio ponderato”, che sarebbe stato applicato per determinare se e in che misura il disinvestimento avrebbe generato minusvalenze compensabili o plusvalenze soggette a tassazione, si sarebbe potuta evincere dalle informazioni dal medesimo fornite all’interno dell’area riservata del proprio sito: circostanza di cui non fornisce una prova diretta (producendo una schermata relativa ad altro titolo ancora detenuto dal cliente) e, comunque, non dirimente rispetto alla doglianza mossa dal ricorrente, inerente alla difficoltà di rinvenire un’informazione “nascosta tra le pieghe di un sistema informativo di non semplice comprensione.

Ciò che, invece, appare dirimente ai fini dell’accertamento dell’inadempimento informativo dell’Intermediario è capire se effettivamente l’informativa data al Ricorrente sul prezzo medio di carico fiscale sia stata poco trasparente ed opaca. A tale proposito, non può sfuggire che il ricorrente risulta avere impartito la richiesta di rimborso delle quote tramite la sottoscrizione di un mandato conferito all’Intermediario in cui si faceva riferimento (come base informativa) a un coevo “Report di Disinvestimento, che, oltre a riportare l’indicazione dell’importo lordo che il ricorrente avrebbe ottenuto all’esito del disinvestimento, conteneva, altresì, un dettaglio analitico dei costi, riferiti sia al servizio che agli strumenti finanziari, in cui non si faceva alcun cenno ad oneri di natura fiscale. Considerato che le imposte sulle operazioni rappresentano una componente dei costi e degli oneri connessi che gli intermediari sono tenuti a comunicare ai clienti, il mancato riferimento, nell’imminenza dell’operazione, a possibili tassazioni costituisce di per sé un inadempimento degli obblighi informativi, in quanto tale evenienza può rafforzare nell’investitore la convinzione che il “prezzo medio di acquisto” riportato nei rendiconti corrisponda a quello applicato anche a fini fiscali.

Peraltro, considerata l’importanza che riveste la corretta individuazione del prezzo medio di carico quale base di calcolo delle imposte, si presta a minori ambiguità un approccio che, oltre a mettere chiaramente a disposizione le corrette informazioni nell’area riservata del sito, specifichi negli stessi rendiconti periodici il prezzo medio di carico utilizzato a fini fiscali o comunque utilizzi altra modalità in cui la circostanza risulti inconfutabilmente priva di ambiguità.

In altre parole, il contesto informativo offerto dall’Intermediario nel caso di specie non risulta connotato da un grado di chiarezza tale da poter escludere che il Ricorrente possa essere stato indotto in errore. Tale opacità informativa non ha, tuttavia, rappresentato, ad avviso di questo Collegio, un antecedente causale diretto dei danni lamentati in questa sede. Difatti, il ricorrente fonda la propria domanda risarcitoria sul ragionamento controfattuale secondo cui egli, qualora avesse saputo che l’operazione avrebbe generato una plusvalenza a fini fiscali, avrebbe evitato di chiedere il rimborso delle quote. Nella corrispondenza tra il ricorrente e l’Intermediario intercorsa prima della presentazione del ricorso, il primo, ancor più esplicitamente, afferma che, se l’Intermediario gli avesse comunicato correttamente i valori di riferimento, avrebbe mantenuto le quote del fondo e venduto un altro titolo in perdita che avrebbe generato una minusvalenza utilizzabile per compensare future plusvalenze. Tuttavia, al di là di tali affermazioni, il ricorrente (sul quale, si badi, grava l’onere delle prova del nesso causale) non ha fornito elementi che consentono di poter sostenere, con ragionevole grado di certezza, che la sua concreta intenzione, in quello specifico frangente, sarebbe stata quella di ricercare operazioni finalizzate a massimizzare le perdite sui propri investimenti; strategia che, peraltro, appare meno intuitiva rispetto al più consueto (e speculare) atteggiamento di chi mira, piuttosto, a conseguire plusvalenze o, quantomeno, a minimizzare le perdite.

Anche volendo inquadrare la dichiarata intenzione del ricorrente in un contesto di perseguimento di vantaggi di natura esclusivamente fiscale, non si comprende, inoltre, perché egli non abbia poi disposto altri disinvestimenti di titoli ugualmente in suo possesso che, come da lui stesso dichiarato, avrebbero potuto generare le minusvalenze volute. Peraltro, la ventilata prospettiva di accumulare minusvalenze da utilizzare in futuro per compensare eventuali plusvalenze risulta svuotata di concreta consistenza in mancanza della semplice indicazione dei possibili disinvestimenti che avrebbero potuto generare plusvalenze tassabili, compensabili con minusvalenze già accumulate. Anche a voler ritenere credibile l’impostazione addotta in ricorso, non sussistono i presupposti per addivenire all’accoglimento delle richieste risarcitorie avanzate, nei termini della domanda formulata. Al più, ciò che può essere riconosciuto al ricorrente è il fatto che egli ha corrisposto 256,74 euro a titolo di imposte, senza che ciò risultasse chiaro prima di effettuare l’operazione di disinvestimento.

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