La duplice inadeguatezza dell’investimento in azioni di una Banca Popolare: la nuova sentenza del Tribunale di Bari.



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Nota a Trib. Bari, Sez. IV, 1 agosto 2022, n. 3066.

Segnalazione a cura dell’Avv. Massimo Melpignano.

di Antonio Zurlo

Studio Legale Greco Gigante & Partners

Le circostanze fattuali.

Nella specie, parte attrice citava, innanzi al Tribunale di Bari, la Banca convenuta per l’accertamento di una pluralità di violazioni, a sfondo informativo, afferenti all’operazione di acquisto di titoli azionari, emessi e negoziati dallo stesso Istituto. Segnatamente, l’investitore lamentava la violazione:

  • dell’art. 23, comma 1, TUF e degli artt. 1418, comma 2, 1325 e 1343 c.c., per l’assenza di valido contratto-quadro;
  • degli artt. 39 e 40 delibera Consob n. 16190/2007;
  • dell’art. 21 TUF e della Comunicazione Consob n. 9019104/2009, sui prodotti illiquidi;
  • dell’art. 21, comma 1bis, TUF;
  • dell’art. 31, comma 1, delibera Consob n. 16190/2007;
  • dell’art. 2358 c.c.

Chiedeva, altresì, risarcimento del danno patrimoniale subito, quale conseguenza immediata e diretta della condotta posta in essere dalla Banca popolare, sia sotto forma di danno emergente (pari alla somma originariamente investita, oltre rivalutazione e interessi, dalla data di effettuazione del primo acquisto), sia di lucro cessante (rinvenibile nel mancato percepimento dei dividenti ed interessi legali e, contestualmente, nel mancato lucro per il reimpiego di dette somme).

Costituendosi in giudizio, l’Istituto, contestando integralmente quanto ex adverso dedotto, produceva copia del contratto-quadro, debitamente sottoscritto, oltre che della scheda prodotto (anch’essa sottoscritta).

 

La decisione del Tribunale di Bari.

Elisa la domanda avente a oggetto la dichiarazione di nullità del contratto-quadro, ai sensi dell’art. 23 TUF, il giudice barese attenziona i molteplici profili di censura afferenti all’asserito inadempimento degli oneri informativi, ritendendo, in esito a una «valutazione globale della natura e dell’investimento e del profilo di rischio dell’attrice» comprovata la loro sussistenza.

Invero, in ordine alla natura degli investimenti, è lapalissiano come le azioni della Banca convenuta debbano scientemente rientrare nel novero dei titoli non quotati, costituendo, pertanto, titoli di rischio alto (o, quantomeno, medio-alto), assimilabili a quelli illiquidi, ovverosia «a titoli per i quali vi è una potenziale difficoltà di liquidazione, ossia, ancor più chiaramente, titoli che determinano per l’investitore ostacoli o limitazioni allo smobilizzo entro un lasso di tempo ragionevole a condizioni di prezzo significative, tali da garantire buona pluralità di interessi in acquisto e vendita.».

Siffatte azioni, risultando scambiabili non in un mercato regolamentato, ma esclusivamente tra lo stesso Istituto emittente o direttamente tra i soci-azionisti, scontano una difficoltà elevata di trasferimento e di recupero delle somme impiegate nel loro acquisto. È premura del Tribunale di Bari evidenziare, inoltre, come tale valutazione di illiquidità debba prescindere dal rischio “in concreto” verificatosi ex post o dalla maggiore solidità dell’Istituto all’atto di acquisto, dovendosi, per converso, ricondurre all’astratto rischio di criticità del trasferimento, che rappresenta elemento informativo imprescindibile per la ponderata determinazione dell’investitore.

Nella specie, il profilo di rischio, all’esito della compilazione del questionario MiFID, era risultato “medio-alto”, con un’esperienza finanziaria ugualmente “medio-alta”; più nello specifico, con riguardo agli obiettivi di investimento, la cliente dichiarava di ambire a una crescita del capitale nel medio-lungo periodo, con una tolleranza contenuta del rischio di perdita del capitale. Nel successivo questionario, risultava confermata l’esperienza finanziaria medio-alta, ma con un contestuale abbassamento del profilo di rischio, a medio-basso.

Al netto di quest’ultima variazione, a giudizio del Tribunale barese, l’investimento in titoli illiquidi non poteva ritenersi compatibile con l’obiettivo di investimento dichiarata, poiché, implicante, in astratto, il rischio di azzeramento totale dell’investimento, a fronte della dichiarazione espressa (da parte della cliente-investitrice) di ambire a una crescita del capitale, nel medio-lungo periodo.

Del pari, ulteriore profilo di inadeguatezza è rinvenuto nell’eccesso di concentrazione dei titoli illiquidi de quibus, rispetto alla situazione finanziaria e alla composizione del portafoglio della stessa parte attrice. Al riguardo, il giudice richiama la pluralità degli obblighi ascritti in capo all’intermediario finanziario, che devono essere evidentemente funzionalizzati al fine unitario di segnalare al cliente l’eventuale non-adeguatezza delle operazioni di acquisto. In tal senso, è lapidario l’art. 40 Reg. Consob, che impone la valutazione di congruenza tra la specifica operazione e gli obiettivi di investimento, sì da risultare la prima finanziariamente sostenibile rispetto ai secondi. Nel caso di specie, tale adeguatezza risulta insussistente, sotto ambedue i profili attenzionati (segnatamente, per incompatibilità con gli obiettivi di investimento dichiarati e, al contempo, per eccessiva concentrazione).

L’inosservanza dei prefati obblighi di informazione e segnalazione, nonché di astensione dall’esecuzione, configura un inadempimento colpevole della Banca convenuta, dovendosi ritenere, in tal guisa, che, ove correttamente e compiutamente informata, la cliente-investitrice non avrebbe posto in essere l’operazione. Tali considerazioni conducono, de plano, alla risoluzione, ex art. 1453 c.c., con assorbimento di tutti gli ulteriori addebiti formulati.

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