Polizze abbinate ai finanziamenti, attività compilativa, indici sintomatici e contratti “civetta”: obbligatorietà o facoltatività, questo è il dilemma (anche per lo stesso ABF).



11 min read

Nota a ABF, Collegio di Napoli, 24 giugno 2022, n. 9808.

di Antonio Zurlo (Studio Legale Greco Gigante & Partners)

 

La questione della obbligatorietà, o della facoltatività, delle polizze assicurative gravitanti od occasionate da contratti di concessione di piccolo mutuo ai consumatori presuppone una breve disamina ricognitiva della disciplina dell’informativa contrattuale sui «costi del credito a carico del consumatore», di cui agli artt. 121, comma 2 e 125, comma 6, TUB, nonché nella connessa normativa regolamentare. Siffatta tematica è fortemente impattante sulle dinamiche mercatuali, trascendendo dalla singola relazionalità contrattuale, dal momento che, stante la caratteristica serialità contrattuale dei prodotti e del loro collocamento, la “non corretta” indicazione contrattuale del TAEG esita col falsare le condizioni del mercato e, dunque, della concorrenza, alterando: la risposta della domanda dei consumatori, che vengono depistati da un’informazione non conforme alla realtà delle cose; l’offerta degli altri competitors, costretti a reagire al vantaggio addizionale.

L’obbligatorietà (o, per contro, la facoltatività) rispecchia sostanzialmente (e in maniera preordinata) una situazione di fatto, affidata, sempre sul piano del dato sostanziale, agli «indici del contesto emersi nel caso concreto», «volta a volta riconosciuti» e «valorizzando ora uno, ora l’altro». Di talché, la pur espressa indicazione in contratto che la polizza sia (o intenda essere) facoltativa è destinata a lasciare affatto inalterati i termini della questione. Alla constatazione che la prova si affidi, per sua natura, a degli «indici», consegue che la prova principe sia rinvenibile nella presunzione semplice, di cui agli artt. 2727 e 2729 c.c.[1].

Taluni di questi indici sintomatici, rinvenibili a livello delle singole fattispecie concrete, scontano la serialità dei prodotti (e del loro collocamento), ritrovandosi reiterati con particolare frequenza. Ciò ha indotto la redazione di elenchi di “indici” (o di “indizi”), riscontrabili più frequentemente nei fatti dell’operatività o, comunque, tali ritenuti. In altri termini, è stata variamente posta in essere un’attività «catalogativa» e «selezionativa».

L’individuazione di fatti e circostanze che, rispetto a determinate situazioni, si ritrovano nell’operatività con particolare, significativa, frequenza attraversa centralmente l’esperienza della prova presuntiva. Al netto della frequenza e dell’incidenza di queste situazioni, «di indice» ovvero «di indizio», il Collegio napoletano evidenzia come le stesse non possano mai ritenersi costituire e formare un numerus clausus, a sbarramento della possibile rilevanza di altre e innominate situazioni, ove presenti al livello della fattispecie concreta. Invero, a opinare diversamente, si addiverrebbe a trasformare indebitamente la presunzione semplice in una presunzione di legge o, addirittura, in una presunzione iuris et de iuris. In definitiva, per sua propria natura, la prova per presunzione semplice non può che essere (e restare) un catalogo aperto.

Ciò premesso, una lettura “forse troppo rapida” della decisione del Collegio di Coordinamento n. 16291/2018 potrebbe far sorgere il sospetto che si sia voluto promuovere l’intendimento di «bloccare» la prova (della obbligatorietà o facoltatività) ai dati ed elementi che viene via via enunciando. Tuttavia, una scelta così radicale, e (per dire) così innovativa, avrebbe sicuramente avuto bisogno di un’approfondita e articolata argomentazione a supporto, che, per contro, non risulta proprio esperita negli enunciati stesi nella parte motiva. In modo più chiaro orientata nel senso del riconoscimento della natura non già chiusa, bensì aperta dei fatti idonei a rappresentare una valida prova presuntiva della obbligatorietà o facoltatività delle polizze assicurative ai fine del TAEG, appare la più recente decisione n. 4655/2022, lì dove si rileva, in modo espresso, che la prova della facoltatività possa essere data dell’intermediario attraverso una serie di «esemplificative circostanze». Non è pensabile che lo stesso principio non possa valere pure per la obbligatorietà, non essendo rinvenibile fondata ragione per apporre una così marcata disparità di trattamento tra le parti della controversia, tanto più nell’ottica della perseguita finalità di tutela diretta della domanda di mercato.

L’ABF rileva, peraltro, che il fatto, da cui trarre la prova presuntiva, debba codicistamente essere «grave, preciso e concordante»; a tale ultimo riguardo, i più recenti pronunciamenti di legittimità hanno statuito che «in tema di prova per presunzioni, il giudice è tenuto, ai sensi dell’art. 2729 c.c., ad ammettere solo presunzioni “gravi, precise e concordanti”, laddove il requisito della “precisione” è riferito al fatto noto, che deve essere determinato nella realtà storica, quello della “gravità” al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto desumibile da quello noto, mentre quello della “concordanza”, richiamato solo in caso di pluralità di elementi presuntivi, richiede che il fatto ignoto sia – di regola – desunto da una pluralità di indizi gravi, precisi e univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza, e ad articolare il procedimento logico nei due momenti della previa analisi di tutti gli elementi indiziari, onde scartare quelli irrilevanti, e nella successiva valutazione complessiva di quelli così isolati, onde verificare se siano concordanti e se la loro combinazione consenta una valida prova presuntiva (c.d. convergenza del molteplice), non raggiungibile, invece, attraverso un’analisi atomistica degli stessi»[2].

In ossequio a quanto rilevato, se si “bloccasse” il catalogo delle prove per presunzione a un elenco (più o meno) chiuso e, per di più, si riempisse quest’ultimo di fatti non pienamente rispettosi dei criteri prescritti dalla norma dell’art. 2729 c.c., si addiviene al surrettizio svuotamento di significato della prescrizione di legge di riferimento; più specificamente: si farebbe “evaporare”, sino alla completa vanificazione, la prescrizione di legge relativa al TAEG.

Nella fattispecie in esame, parte ricorrente indicava, nel senso della obbligatorietà delle polizze sottoscritte, che ciascuna di queste risulta contestuale alla stipula del finanziamento; circostanza non contestata dall’intermediario. Per la contestualità delle polizze rispetto al finanziamento, occorre far perno sulla circostanza che, normalmente, i «contratti di credito bancari sono predisposti – nelle varie componenti in cui si vengono ad articolare, spese di assicurazione e garanzia ricomprese – dall’impresa bancaria; e così di solito proposti, secondo un blocco unitario (seppure in sé scomponibile in vari segmenti) cioè, al mercato dei clienti. Il riferimento va, in definitiva, alle correnti modalità di offerta del prodotto, dove il collegamento tra concessione del credito e voce economica risulta evidente. Il tutto senza alcun pregiudizio, va da sé, per le situazioni in cui l’offerta avviene secondo altre, diverse modalità: in cui, per l’appunto, la sussistenza o meno di un collegamento tra credito e voce economica (qui, spesa di assicurazione) … resta questione del tutto aperta». In virtù di tale impostazione, l’assicurazione «collegata» (ai fini della normativa del TAEG) è risultata coincidente con quella inserita nell’ambito del prodotto finanziario offerto dall’impresa al bancario, senza pregiudizio, ovviamente, di cogliere altre forme e figure di collegamento, diverse e ulteriori rispetto a quella data dal «prodotto a pacchetto».

La decisione n. 12691/2018 sembra restringere la nozione di collegamento rilevante ai fini della normativa del riscontro di «obbligatorietà» alla sola ipotesi di «collegamento negoziale» (senza, peraltro, dare sfoggio di argomentazioni a supporto). In maniera difforme, la più recente pronuncia n. 4665/2022 dichiara che la nozione di obbligatorietà, variamente declinata in termini di «collegamento, connessione, strumentalità», deve essere ricondotto alla «presenza o meno di una connessione funzionale tra assicurazione e finanziamento».

Ambedue le rassegnate decisioni sono accumunate dal fatto che, ai fini del riscontro dell’obbligatorietà (o meno) della polizza, il riscontro dogmatico del «collegamento», ovvero della contestualità, non sia così dirimente. Transitando dall’«obbligatorietà» alla «contestualità» e, infine, esitando nel «collegamento», si giunge ad asserire che «il criterio della contestualità … si rivela non sempre decisivo». Nella sostanza, la questione va risolta, piuttosto, utilizzando non altro che i cataloghi di «elementi presuntivi indicati», che sono stati predisposti dallo stesso Collegio di Coordinamento. Pur non corredato da suffragi argomentativi, questo rilievo esprime senza dubbio l’orientamento attuale della giurisprudenza arbitrale, il suo «diritto vivente».

Al dato fondante della contestualità, la ricorrente aggiunge un’altra serie di fatti, tra i quali: il richiamo espresso del finanziamento nelle polizze, nonché la pari durata; la funzione di copertura della somma netta mutuata; la circostanza che la finanziaria avesse ricevuto dalle compagnie assicurative un corrispettivo per il collocamento delle polizze; la commissione che l’intermediario trae a sé dal premio assicurativo.

La presenza, nella sottoscrizione della polizza da parte del consumatore, di un peculiare, forte guadagno ulteriore a vantaggio dell’intermediario, è indice sintomatico di una particolare propensione di quest’ultimo all’abbinamento della polizza al finanziamento. Tanto più che la stipulazione della polizza giova al finanziatore, perché concorre ad aumentare l’arco delle cautele, poste a presidio della sicurezza del rientro. La polizza risponde, quindi, a due distinti interessi basici dell’impresa di credito: l’incremento della linea del guadagno; l’incremento della linea della sicurezza del rientro dell’erogato.

Al contempo, un altro dato, convergente nel senso divisato dalla ricorrente, emerge dalla posizione strutturale che le polizze sottoscritte hanno nel contesto del prodotto immesso nel mercato dall’intermediario. Il punto non sta solo, o tanto, nel fatto che si tratta di due polizze attingenti al genere CPI, né, tantomeno, solo nel fatto che si tratta, in entrambi i casi, di polizze collettive, comunque stipulate direttamente dall’intermediario. Sta, soprattutto, nel fatto che ciascuna di queste polizze entra nel prodotto offerto dall’intermediario: fa proprio parte del relativo «pacchetto». Difatti, lo stesso contratto di finanziamento non manca di indicare (nel «documento di sintesi») la presenza di «servizi accessori», non essendo preventivata l’eventualità della sottoscrizione di una sole delle polizze.

Gli «indizi» o «indici» sopra raccolti sembrano evidenziare la possibile sussistenza di una prova presuntiva nel senso dell’effettivo ricorrere, nella concreta fattispecie in esame, di polizze assicurative «obbligatorie» e del cui costo potrebbe occorrere, dunque, tenere conto nel predisporre il TAEG. Seguendo i principi codicistici della prova per presunzione semplice, si dovrebbe procedere con il confronto dei dati emersi con quelli presenti nell’opposta direzione (ovverosia, della facoltatività), per verificarne i margini di concordanza o di discordanza. L’orientamento arbitrale si pone, pur tuttavia, in conflittualità con tale impostazione, dal momento che la dinamica adottata nelle richiamate decisioni è sostanzialmente diversa da quella caratteristica della prova per presunzione semplice. Gli indici (o indizi) nel senso della obbligatorietà vanno valutati tutti insieme, tra loro, per verificare se siano idonei a creare un’eventuale presunzione di obbligatorietà.

In caso positivo, si prende in considerazione il solo risultato che ne discende. Il modo di procedere adottato dalle decisioni del Coordinamento evita, dunque, la possibilità di un confronto diretto tra gli opposti dati che la specie esaminata mostri presenti, impedendo lo svolgimento di quella valutazione di «sintesi complessiva» del fatto, che connota l’assunzione di una prova presuntiva. Per quanto distonico rispetto ai principi connotanti la prova per presunzione semplice, si deve peraltro pure sottolineare che lo stesso sia rappresentativo dell’attuale “diritto vivente” dell’ABF.

A supporto della propria tesi, l’intermediario resistente ricorre alla produzione «a titolo di esempio» di due contratti di finanziamento, di identica struttura di conformazione tecnica, salva la mancanza della polizza CPI (c.d. prova di comparazione). A tal riguardo, il Collegio dubita che tale prova rappresentare un «fatto preciso» e «grave», ai sensi dell’art. 2729 c.c. Invero, la produzione di alcuni contratti omologhi per tempo e conformazione tecnica, salvo solo il punto della polizza non sembra indicare, in termini propri e reali, l’id quod plerumque accidit dell’agire imprenditoriale dell’intermediario (a meno di non ipotizzare che l’impresa non abbia, in quel dato periodo di tempo, piazzato sul mercato non più degli stessi esemplari di quel medesimo prodotto). Per dare una qualche precisione e gravità a un dato del genere occorrerebbe (quantomeno) una sua diversa formulazione: come inerente al rapporto tra il numero complessivo di prodotti omologhi piazzati in un dato arco temporale con polizza e senza polizza (entrambi i dati – va da sé –, muniti di adeguata certificazione notarile). Nei fatti, altrimenti, basta la conclusione, da parte dell’intermediario, di un paio di «contratti civetta» (rispetto a un numero non determinato, aperto, di esemplari del prodotto).

Ciò posto, va pure riconosciuto che la produzione dei contratti risulta «conforme agli indici e ai parametri dettati … dall’ABF». Si tratta, in effetti, di un «indice» scriminante da ritenere tradizionale in quest’ambito. Per rafforzare la propria posizione, l’intermediario afferma che i contratti di prestito personale sprovvisti di polizza CPI siano stati fatti a soggetti dotati del medesimo merito creditizio della ricorrente (ricorrendo, anche in questo caso, una c.d. prova di comparazione). Anche tale circostanza potrebbe forse suscitare qualche perplessità, non solo perché resta ignoto il merito creditizio assegnato alla ricorrente, ma, soprattutto, perché un rilievo così concepito sembra confondere l’idea e la nozione dell’allegazione con quelle della prova. In effetti, l’assunto non va oltre l’asserzione che altri e non nominati soggetti, dotati di un inconoscibile merito creditizio (non diverso, peraltro, da quello della cliente), furono in quel torno di tempo finanziati dall’intermediario.

Ciò posto, non si può, anche in questo caso, non riconoscere pure che fondatamente l’intermediario abbia riscontrato che, «in ordine al merito creditizio, il Collegio di Coordinamento … n. 16291/2018 ha stabilito che “è sufficiente la mera dichiarazione dell’intermediario circa l’uguaglianza del merito creditizio degli altri soggetti”».

 

Qui la decisione.

[1] Cfr. ABF, Collegio di Coordinamento, n. 12691/2018.

[2] Cfr. Cass., 21.03.2022, n. 9054.

Seguici sui social:

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori

  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap