Sulla legittimazione attiva della cessionaria del credito.



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Nota a Trib. Avezzano, 23 giugno 2022, n. 199.

A cura dell’Avv. Viviana Visaggio (MANDICO & Partners)

 

Il Tribunale di Avezzano, con la recente sentenza in oggetto, nella causa di opposizione a decreto ingiuntivo proposta contro la Banca, dichiara la carenza di legittimazione attiva in capo alla cessionaria e, per l’effetto, accoglie la spiegata opposizione revocando il decreto ingiuntivo.

Il Giudice dell’ opposizione rileva giustamente che la questione circa la legittimazione sostanziale si deve esaminare pregiudizialmente e d’ufficio posto che il difetto di legittimazione ad agire in capo alla Banca Ifis spa, quale cessionaria del credito preteso per mancanza di idoneo titolo che la legittimi ad agire, è condizione essenziale dell’azione diretta all’ottenimento di una qualsiasi decisione di merito la cui esistenza è da riscontrare, esclusivamente, nell’ambito della fattispecie giuridica prospettata nell’azione, ovvero nel d.i. nella comparsa di costituzione e risposta, nei correlati atti e nella documentazione contestualmente prodotta dall’opposta, attore in senso sostanziale, prescindendo dalla titolarità del rapporto dedotto in causa ovvero dei crediti alla stessa ceduti che, invece, si riferisce al merito della causa, investendo i concreti requisiti per l’accoglimento della domanda e, quindi, la sua fondatezza. In altri termini non viene offerta la prova certa che l’opposta fosse il soggetto abilitato ad azionare il credito vantato, al contrario risultato totalmente incerto, come richiesto dal consolidato maggioritario diritto vivente.

Il Tribunale richiama la decisione delle SS.UU. Civili della S.C. con la sentenza n.2951/2016, in merito alla “legittimazione attiva” dell’opposta, secondo cui: l’istituto costituisce il “diritto all’azione” garantito e tutelato dall’art. 24 Cost. laddove è previsto “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi”; pregressa e unanime giurisprudenza di legittimità ha diversamente qualificato la legittimatio ad causam sia come condizione dell’azione sia come presupposto processuale (Cass. n. 14177/2011), in ogni caso da intendersi come diritto potestativo ad ottenere dal giudice una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato secondo la prospettazione della parte, prescindendo dalla effettiva titolarità del medesimo rapporto (Cass. SS.UU. Civili n.1912/2012 e Cass. n. 23568/2011);

La rilevabilità d’ufficio di tale questione processuale, purché desumibile dagli atti, viene affermata univocamente dalla giurisprudenza, vertendosi in materia di «ordine pubblico attinente alla legittima instaurazione del contraddittorio» e mirando a prevenire una sentenza “inutiliter data” (cfr. Cass. SS.UU. Civ. n.1912/2012) e viene riservato al Giudice di verificare la coincidenza del soggetto che esercita l’azione o vi resiste, con quello cui la legge riconosce il potere di agire e contraddire in ordine al rapporto giuridico dedotto in lite.

Inoltre, prosegue il Giudice, la questione non è soggetta a preclusioni “in quanto una causa non può chiudersi con una pronuncia che riconosce un diritto a chi, alla stregua della sua stessa domanda, non aveva titolo per farlo valere in giudizio”. Sul punto dirimente è la pronuncia delle SS.UU. Civili che con decisione del 16.2.16 n.2951 in relazione alla legittimatio ad causam ha confermato la distinzione tra la legittimatio ad causam e la effettiva “titolarità del rapporto”, puntualizzandone la diversa disciplina processuale in cui le Sezioni Unite  autorevolmente affermano: tutte le questioni che non si risolvono in una eccezione in senso stretto non sono assoggettabili alle preclusioni processuali e possono essere proposte in ogni fase del giudizio, anche in Cassazione nei limiti del giudizio di legittimità e sempreché non si sia formato il giudicato; possono essere sollevate d’ufficio dal giudice; possono anche essere oggetto di motivo di appello in quanto l’art. 345 c.p.c. prevede il divieto solo per le eccezioni nuove non rilevabili d’ufficio.

Nel caso di specie si evinceva che Banca Ifis spa non poteva ritenersi titolare del credito azionato in sede monitoria per manifesta carenza di prova circa la titolarità del titolo azionato in sede giudiziale. Con diretto riferimento al caso oggetto di commento, la Cessionaria aveva agito in giudizio assumendo di essere subentrata nella titolarità del credito ex art. 58 TUB della cedente, senza, però, adempiere agli specifici obblighi pubblicitari ed informativi imposti dalla Legge.

Secondo i principi espressi dalle Sezioni Unite Civili, con la sentenza del 16.02.2016, n. 2951, già richiamata, la legittimazione ad agire, attenendo al diritto di azione, spetta a chiunque faccia valere in giudizio un diritto assumendo di esserne il titolare e la sua carenza può essere rilevata d’ufficio dal Giudice, mentre cosa diversa dalla titolarità del diritto ad agire è la titolarità della posizione soggettiva vantata in giudizio che attiene invece al merito della causa, la quale è un elemento costitutivo del diritto fatto valere con la domanda che l’attore ha l’onere di allegare e di provare in positivo, ovvero anche in forza del comportamento processuale del convenuto qualora quest’ultimo riconosca espressamente detta titolarità, oppure svolga difese che siano incompatibili con la negazione della titolarità.

Sulla scorta di tali considerazioni, ritenuto non assolto l’onere della prova, iI Tribunale di Avezzano ha accolto l’opposizione e per l’effetto revocato il decreto ingiuntivo.

 

 

Qui la sentenza.

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