Sull’applicabilità della nullità “antitrust” alle fideiussioni specifiche.



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Nota a Trib. Prato, 26 gennaio 2021, n. 28.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Nel caso di specie, parti attrici avevano sollevato eccezione relativa alla nullità (totale o parziale) di tutte le fideiussioni prestate (omnibus e specifiche), evidenziando la conformità delle clausole allo schema ABI, oggetto del provvedimento sanzionatorio di Banca d’Italia n. 55, del 2 maggio 2005, per la violazione dell’art. 2, secondo comma, lett. a), l. n. 287/1990[1].

Tale questione integra un profilo di nullità, secondo il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità[2], rilevabile d’ufficio nel giudizio d’appello, anche laddove, nel corso del procedimento di primo grado, la validità della garanzia non sia stata discussa dalle parti, né lo stesso giudice abbia prospettato ed esaminato la questione.

Norma di riferimento è l’art. 2 l. n. 287/1990 che vieta espressamente le intese tra imprese che abbiano quale effetto quello di «impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante», attraverso diverse modalità (tra cui, per esempio, la determinazione, diretta o indiretta, delle condizioni contrattuali). Sul piano propriamente sostanziale, la nullità discende dalle intese restrittive della concorrenza, da pratiche concordate e da abuso di posizione dominante, che si riflettono sul singolo contratto “a valle”, sottoscritto con il cliente. Invero, le clausole de quibus si riverberano sulla validità di quelle inserite nel singolo contratto, non tanto secondo lo schema classico della invalidità derivata da collegamento negoziale, ma, per converso, indotta da meri comportamenti e pratiche, anche solo fattuali, di cui i singoli negozi costituiscono espressione[3].

Nella generalità dei casi, dovrebbe essere l’utente a comprovare, fattivamente, gli elementi costitutivi della fattispecie di illecito e, quindi, anche del carattere uniforme della clausola asseritamente oggetto dell’intesa. Pur tuttavia, è noto che i più recenti interventi della Corte di Cassazione prendano a fondamento l’esame dei profili di invalidità dei contratti di fideiussione omnibus,sì come attenzionati nel succitato provvedimento n. 55/2005. In tal sede, Banca d’Italia aveva focalizzato la propria valutazione specificamente sull’applicazione uniforme degli artt. 2, 6 e 8, relativi alle cc.dd clausole di “sopravvivenza”, “reviviscenza” e di rinuncia ai termini di cui all’art. 1957 c.c.

Allorquando il contenuto delle clausole rifletta quello dello schema contrattuale predisposto dall’ABI e sanzionato dalla Banca d’Italia, può concludersi, in primo luogo, nel senso della sussistenza di un’intesa restrittiva della concorrenza, e, di conseguenza, che le medesime clausole negoziali costituiscano espressione di quest’ultima, senza necessità di ulteriori elementi di prova. Il provvedimento sanzionatorio di Banca d’Italia non rileva sul piano normativo, ma probatorio, perché in tale ipotesi sarà l’impresa a «dover offrire prova contraria a dimostrazione della interruzione del nesso causale tra l’illecito antitrust e il danno patito dai consumatori».

A fronte di tale accertamento privilegiato, non è possibile escludere la nullità di quel contratto per il solo fatto della sua anteriorità all’indagine dell’Autorità indipendente e alle sue risultanze, poiché se la violazione “a monte” è stata consumata anteriormente alla negoziazione “a valle”, l’illecito anticoncorrenziale consumatosi prima della stipula non può che travolgere il negozio concluso “a valle”, per la violazione dei principi e delle disposizioni regolative della materia.

In definitiva, nelle ipotesi in cui il contenuto delle clausole corrisponda esattamente allo schema sanzionato dall’Autorità deputata all’accertamento di tali comportamenti anticoncorrenziali e della identica tipologia negoziale, il provvedimento dell’Autorità di garanzia ha l’effetto di invertire l’onere della prova circa la fattispecie di illecito.

Nel caso in esame, non si verte integralmente nella tale ultima fattispecie negoziale, in quanto alcune delle fideiussioni sottoscritte non sono omnibus, ma, per contro, “specifiche”, ovverosia accessorie a un rapporto negoziale determinato (quale il contratto di mutuo); consequenzialmente, l’opponente non può giovarsi dell’inversione dell’onere della prova, derivante dalla corrispondenza delle clausole allo schema sanzionato.

Si badi bene. A giudizio del Tribunale pratese non può escludersi che anche il contenuto di tali garanzie possa essere stato determinato da intese anticoncorrenziali intervenute “a monte” con altri istituti di credito; pur tuttavia, in presenza di contestazioni sul punto, deve darsi atto che occorra la prova che lo schema utilizzato corrisponda a una pratica uniforme frutto anch’essa, come per le fideiussioni omnibus, di intese anticoncorrenziali degli istituti concedenti i mutui: prova assente nel caso di specie.

 

 

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 22 maggio 2019, n. 13846, già annotata in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale, 8 agosto 2019, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale. | Diritto del risparmio; Cass. Civ., Sez. I, 12 dicembre 2017, n. 29810, con nota di C. Belli, Contratto a “valle” in violazione di intese vietate dalla Legge Antitrust, in GiustiziaCivile.com, 25 maggio 2018.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 22 marzo 2017, n. 7294, in dejure.it.

[3] Per un approfondimento, F. Greco – A. Zurlo, Analisi della garanzia fideiussoria, tra validità anticoncorrenziale e revisionismo consumeristico, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. n. 5/2020, 1414.

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