Sugli obblighi informativi relativi a obbligazioni subordinate.



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Nota a ACF, 21 gennaio 2021, n. 3356.

di Antonio Zurlo

 

Sulla sussistenza del servizio di consulenza.

Nel caso oggetto del ricorso, parte ricorrente, erede dell’investitore, lamentava che il de cuius fosse stato indotto all’acquisto nell’ambito del servizio di consulenza; l’Intermediario, per contro, negava che le scelte di investimento fossero state consigliate dal proprio personale e che fosse, quindi, stato prestato un servizio di consulenza. Nella documentazione versata in atti, era dato rinvenirsi, contestualmente, un contratto che non prevedeva la prestazione del servizio di consulenza e un modulo di profilatura MiFID contenente domande finalizzate alla valutazione di adeguatezza. A giudizio dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF), la struttura formale dei moduli d’ordine evidenzia che il resistente non abbia mai eseguito una vera valutazione di adeguatezza delle operazioni contestate, bensì soltanto di appropriatezza: circostanza di per sé escludente la prestazione di una consulenza. Peraltro, l’Intermediario aveva operato in regime di sola appropriatezza, ritenendo gli acquisti non appropriati poiché “difformi rispetto all’esperienza dichiarata” e chiedendo una specifica sottoscrizione da parte del cliente di tale avvertimento, con indicazione della volontà di procedere ugualmente con l’operazione.

Sul profilo dell’investitore.

Con riferimento alla profilatura del de cuius, dall’esame degli estratti conto in atti emergeva che il portafoglio fosse composto da titoli di Stato, titoli azionari e altre obbligazioni subordinate, alcune delle quali emesse dallo stesso Intermediario. L’Intermediario eccepiva che tale operatività comprovasse l’esperienza dello stesso investitore, nonché la preferenza per tale ultima tipologia di strumenti finanziari. Il Collegio ritiene che il portafoglio titoli non sia indicativo di un profilo di un investitore particolarmente evoluto, ancorché non del tutto privo di conoscenze ed esperienze in materie di investimenti (attesa la prevalenza di prodotti obbligazionari). Di tal guisa, il profilo MiFID raccolto dall’Intermediario attribuiva al de cuius un livello di esperienza medio, anche a fronte di dichiarazioni da cui emergeva una mancanza di conoscenza dei derivati, un obiettivo di investimento di tipo conservativo e una propensione al rischio “moderata”.

Sull’informativa tramite i moduli d’ordine.

In merito alle contestate violazioni degli obblighi di trasparenza e informazione, l’Intermediario ha osservato che, sottoscrivendo i moduli d’ordine, il de cuius avesse dichiarato di essere a conoscenza dei fattori di rischio e delle caratteristiche degli strumenti finanziari. Nel caso specifico, non esistendo un prospetto di offerta, e mancando agli atti qualsiasi documento descrittivo delle obbligazioni, gli unici documenti con un qualche contenuto informativo che l’Intermediario potesse provare di aver fornito erano i moduli d’ordine, aventi in allegato dei sintetici documenti denominati “Scheda dello strumento finanziario”. A tal riguardo, l’orientamento arbitrale è nel senso che la mera dichiarazione del cliente di aver preso visione di documenti informativi non possa far ritenere, di per sé, assolto il complesso degli obblighi informativi gravanti sull’Intermediario che presta servizi d’investimento.

Sulla natura subordinata delle obbligazioni.

Nel caso di specie emergeva, altresì, che le obbligazioni negoziate fossero state vendute senza dichiararne il carattere subordinato, come documentalmente comprovato dalla classificazione dello strumento finanziario nella tipologia “Obblig. e Tit. Stato” e nella sotto tipologia “Ordinarie”, anche se indicate come titolo a elevata rischiosità. In casi non dissimili a quello oggetto del ricorso de quo, è stata premura del Collegio ribadire l’importanza di richiamare espressamente l’attenzione del cliente, al momento dell’investimento, sulle particolari caratteristiche caratterizzanti lo strumento, tra cui, per esempio, la presenza di una clausola di subordinazione[1]. In tali fattispecie è stato espresso l’orientamento secondo cui da un lato “per certi versi, era proprio la mancanza di un’indicazione della subordinazione nell’anagrafica del titolo che rendeva per il resistente ancora più stringente l’obbligo di fornire un’informazione chiara e precisa sulle caratteristiche del titolo all’interno dell’ordine, proprio perché le stesse non potevano emergere ex se dalla sua denominazione[2]. Inoltre, “l’informazione presente sul modulo dell’ordine di acquisto si presentava addirittura come parzialmente decettiva, giacché in esso si indicava lo strumento finanziario oggetto dell’investimento come appartenente al sottogruppo delle “obbligazioni ordinarie”. Insomma, quand’anche il ricorrente avesse avuto esperienza sufficiente per sapere quali erano le caratteristiche e il grado di rischio delle obbligazioni subordinate, la locuzione presente sul modulo di acquisto era di per sé tale da indurlo a confidare di aver comprato strumenti “ordinari”, e dunque caratterizzati da un grado di rischio infinitamente minore[3].

 

 

Qui la decisione.


[1] Cfr. ACF, 16 gennaio 2019, n. 1344; ACF, 12 febbraio 2019, n. 1402.

[2] V. ACF, 18 giugno 2019, n. 1647.

[3] Cfr. ACF, 18 giugno 2019, n. 1647; ACF, 9 agosto 2019, n. 1816; ACF, 28 novembre 2019, n. 2047.

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