L’eccezione di nullità dell’intesa anticoncorrenziale di una fideiussione omnibus.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 16 ottobre 2020, n. 22622.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con il quarto motivo, i ricorrenti denunciavano la nullità della sentenza della Corte d’Appello di Milano, per violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della l. n. 287/1990, dell’art. 41 Cost., dell’art. 101 TFUE, nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c. In tesi, il giudice di secondo grado avrebbe dovuto dichiarare la nullità delle fideiussioni prestate dai ricorrenti, in quanto palesemente riportanti lo stesso schema contrattuale predisposto dall’ABI e oggetto di censura da parte del Provvedimento n. 55/2005 di Banca d’Italia, relativamente agli artt. 2, 6 e 8 dello schema contrattuale predisposto per la stipula delle fideiussioni da sottoscrivere a garanzia delle operazioni bancarie (cc.dd. fideiussioni omnibus), in quanto in contrasto con l’art. 2, secondo comma, lett. a), della l. n. 287/1990.

La Terza Sezione giudica inammissibile la censura, sì come formulata, per il fatto che ne difetta il requisito di autosufficienza previsto nell’art. 366 c.p.c., posto che, mentre il controricorrente ha eccepito la novità della deduzione, i ricorrenti, per contro, non solo hanno omesso di riportare le clausole in parola al fine di permettere un loro preliminare scrutinio, alla luce della violazione di legge denunciata (limitandosi a sostenere la loro conformità al summenzionato schema ABI), ma non hanno neppure indicato alcun riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito, mediante i quali poter scrutinare la fondatezza o meno del rilievo di nullità; invero, è da rilevarsi come alcune fideiussioni oggetto di contestazione fossero state stipulate in un periodo successivo all’accertata violazione concorrenziale, allorché la Banca d’Italia aveva già indicato agli Istituti modalità alternative con cui operare correttamente nello specifico segmento di mercato.

La nullità dell’intesa anticoncorrenziale (coinvolgente lo schema contrattuale predisposto dall’ABI), costituente il presupposto di validità del titolo negoziale in questione, per quanto rilevabile d’ufficio anche in sede di giudizio di legittimità[1], non può, del pari, essere accertata sulla base di una “nuda” eccezione, sollevata per la prima volta con il ricorso per cassazione, rimandando la deduzione a contestazioni o valutazioni, in fatto, mai effettuate dalle parti convenute nell’azione revocatoria, a fronte della quale l’intimato sarebbe costretto a subire il “vulnus” di maturate preclusioni processuali[2].

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 22 marzo 2017, n. 7294, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 19 luglio 2018, n. 19251, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 5 aprile 2017, n. 8841, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 19 febbraio 2020, n. 4175, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. II, 9 agosto 2019, n. 21243, in dejure.it.

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