Condotta illecita del consulente finanziario: la consistenza dell’onere probatorio.



6 min read

Nota a ACF, 24 aprile 2020, n. 2499.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

La controversia oggetto del ricorso verte sull’asserito scorretto adempimento, da parte dell’Intermediario, degli obblighi concernenti la prestazione di un servizio di investimento, implementatosi, segnatamente, in una serie di comportamenti illeciti del consulente finanziario, che ne curava gli investimenti.

 

Le circostanze fattuali.

Parte ricorrente premetteva di essersi avvalsa, nell’effettuazione dei propri investimenti, della consulenza di un promotore finanziario, con il quale intercorrevano anche rapporti di parentela. Affermava di aver consegnato a quest’ultimo, nel 2000, la somma di 100 milioni di lire (pari a € 51.645,69), e di aver trasferito, nel 2011, il proprio portafoglio, detenuto presso un intermediario terzo, presso il resistente. Esponeva, altresì, di aver scoperto, nel mese di agosto del 2016, di avere un patrimonio investito di appena € 6.237,69, e di aver realizzato attraverso il disinvestimento, eseguito il 28 febbraio 2017, la minore somma di € 5.356,96.

Il cliente, sostenendo di aver sempre manifestato la volontà di procedere a investimenti “a capitale protetto” e di aver sempre ricevuto rassicurazioni da parte del promotore finanziario, dichiarava di aver ricevuto da quest’ultimo «rendicontazioni su carta intestata degli istituti di riferimento che presentavano rendimenti in crescita che, poi, si rivelarono falsi ed artefatti» e, contestualmente, si doleva di una serie di comportamenti scorretti, potenzialmente integranti ipotesi di reato (e per i quali erano pendenti indagini da parte della Procura della Repubblica). A tal riguardo, più nello specifico, lamentava: a) che il modus operandi del promotore si caratterizzasse per l’abuso del rapporto di fiducia, giacché era solito avvalersi di fogli firmati in bianco per eseguire «investimenti finanziari a capitale non protetto in evidente contrasto con la propria volontà ed in assenza di ogni informativa in ordine all’opportunità, convenienza, rischiosità dell’operazione di acquisto di strumenti finanziari e di necessaria, obbligatoria profilatura dei ricorrenti e, conseguentemente, di adeguatezza al proprio profilo di rischio che, nel caso di specie, non è mai stato delineato»; b) la falsificazione da parte dello stesso promotore delle firme apposte sui questionari di profilatura; c) che i report e le rendicontazioni, trasmesse dal promotore su carta intestata dell’Intermediario, fossero evidentemente falsi e finalizzati a dissimulare la reale situazione del patrimonio investito.

Sulla base di quanto esposto, parte ricorrente concludeva chiedendo all’Arbitro per le Controversie Finanziarie (d’ora innanzi, ACF) di dichiarare l’Intermediario tenuto a rispondere, ai sensi degli art. 31, terzo comma, TUF e dell’art. 2049 c.c., per il fatto del promotore e, per l’effetto, di dichiararlo tenuto al risarcimento per € 16.272,73, a titolo di danno emergente, nonché a titolo di lucro cessante, riferito alla perdita del rendimento medio che il capitale iniziale avrebbe generato, se fosse stato investito in titoli “a capitale protetto”, con scadenza maggiore di 12 mesi. Da ultimo, domandava di essere risarcita del danno derivante dal fatto che il venir meno della reale consistenza patrimoniale, su cui aveva fatto affidamento, a causa delle false informazioni rese dal promotore, l’avrebbe costretta a sottoscrivere un finanziamento, con altro istituto, e alla sottoscrizione di una polizza assicurativa.

Costituendosi, l’Intermediario eccepiva l’inammissibilità del ricorso e, in subordine, ne chiedeva il rigetto. In via preliminare, osservava che (come segnalato anche dal ricorrente) al promotore fosse stato notificato l’avviso ex art. 415 c.p.p., ipotizzandosi a carico del medesimo i reati di truffa e appropriazione indebita. Tale circostanza avrebbe dovuto comportare l’improcedibilità del ricorso, giacché «a norma dell’art. 13 del Regolamento (…) il procedimento si estingue quando, sui medesimi fatti oggetto del ricorso, vengono avviati procedimenti giurisdizionali». Nel merito, parte resistente contestava la ricostruzione dei fatti prospettata nel ricorso; in particolare, sottolineava che in data 5 dicembre 2011 venivano instaurati i rapporti tra le parti, con la sottoscrizione del contratto e del questionario MiFID, da parte del cliente, e si avviavano anche le procedure di trasferimento del dossier titoli detenuto presso l’Intermediario terzo, in seguito alle quali veniva accreditato, sul conto corrente, liquidità per € 306,96, sul dossier titoli n. 1.000 azioni, dal controvalore pari a circa € 6.086,82, come comprovato dall’estratto versato in atti. Diversamente da quanto arditamente sostenuto dal ricorrente, il controvalore totale del patrimonio trasferito, alla data del 31 gennaio 2012, era pari solo a € 6.393,78. Il resistente osservava, inoltre, che le uniche azioni presenti nel dossier oggetto del trasferimento risultassero essere state liquidate il 19 settembre 2013, per un controvalore di € 8.391,79, sicché il ricorrente, almeno rispetto a questo investimento, non risultava aver subito alcun danno, ma, per contro, aver realizzato finanche una plusvalenza. Da ultimo, l’Intermediario evidenziava: a) che controparte, per sua stessa ammissione, fosse adusa a firmare i moduli in bianco, lasciando, di fatto, piena libertà di operare al consulente; b) di aver sempre direttamente trasmesso, a mezzo posta, la documentazione inerente al rapporto, ivi compresi i rendiconti.

 

La decisione del Collegio.

L’ACF, in primo luogo, dichiara infondata l’eccezione preliminare formulata dall’Intermediario resistente. Invero, l’avviso di chiusura indagini preliminari, con l’individuazione di possibili ipotesi di reato, non segna l’avvio del processo penale (che può, al più, farsi coincidere solo con il decreto di rinvio a giudizio). È, peraltro, sufficiente rammentare che la pendenza di un procedimento giurisdizionale, al momento della presentazione del ricorso, non rappresenta, di per sé, una causa di improcedibilità, secondo quanto previsto da Regolamento ACF. Secondo la disciplina regolamentare de qua, la causa di estinzione è, difatti, concretizzata solo nell’ipotesi opposta, allorché il procedimento giurisdizionale sia stato instaurato successivamente alla proposizione del ricorso davanti l’Arbitro.

Nel merito, il ricorso non è meritevole di accoglimento. L’oggetto della controversia non investe le singole operazioni di investimento, ma l’attività complessiva del promotore finanziario, asseritamente scorretta, a giudizio del ricorrente. In tal guisa, al fine di valutare se (e in che misura) da un eventuale comportamento contra ius del consulente possa essere derivato un nocumento, occorre, innanzitutto, accertare quale fosse la consistenza del patrimonio investito dal ricorrente, alla data dell’accensione del rapporto con l’Intermediario resistente e se e quali somme siano state ulteriormente, in pendenza del rapporto, affidate al promotore. 

Il solo assunto a sostegno della domanda (ovverosia che nel periodo intercorrente tra la data di accensione del rapporto e quella di cessazione del medesimo, attraverso la realizzazione del portafoglio investito, quest’ultimo avrebbe subito una perdita di valore) non trova alcun riscontro in atti.  Non è, infatti, probante la documentazione, allegata dal ricorrente, secondo cui, al momento del trasferimento del portafoglio, quest’ultimo avrebbe avuto un valore di € 21.577,25: trattasi di una mera attestazione dell’ammontare dell’imposta di bollo, pagata dal ricorrente, ma non comprova che quella indicata fosse effettivamente ed esattamente la consistenza e la composizione del portafoglio alla data del trasferimento. Per contro, quella prodotta dall’Intermediario resistente è una documentazione ufficiale, certificante il valore e la composizione al 31 gennaio 2012, ovverosia al mese successivo all’accensione del rapporto.

La circostanza che la differenza tra il valore del portafoglio alla data del trasferimento e quello ritratto dal disinvestimento ammonti ad appena € 1.106,36 non consente, dunque, di affermare che tale differenza possa essere automaticamente qualificata come un danno imputabile alla condotta illecita e scorretta del promotore. Per giunta, nel caso di specie, è incontroverso che il ricorrente fosse aduso a firmare in bianco la modulistica necessaria per le operazioni di investimento: tale comportamento rappresenta senz’altro una condotta gravemente imprudente, che ha indubbiamente concorso ad avallare il modus operandi del promotore. Ne consegue, pertanto, che, se anche tale perdita di valore del portafoglio dovesse considerarsi come danno risarcibile, dovrebbe, comunque, qualificarsi la condotta imprudente del cliente alla stregua di un fattore interruttivo del nesso eziologico, rispetto all’eventuali violazioni degli obblighi di condotta perpetrati dal consulente.

 

 

 

Qui il testo della decisione.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap