Responsabilità della Banca per fatto del promotore finanziario ed eventuale concorso colposo dell’investitore.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 27 febbraio 2020, n. 5432.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Interessante scrutinio della Terza Sezione Civile in merito alla responsabilità dell’Istituto di credito per fatto del promotore finanziario, nonché ai profili di eventuale concorsualità colposa in capo al cliente – investitore.

 

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Le circostanze fattuali.

Un investitore aveva citato innanzi al Tribunale di Monza la propria Banca e il suo promotore finanziario, per far accertare la loro responsabilità per l’indebita appropriazione, da parte di quest’ultimo, di alcune somme di denaro, e, in conseguenza, condannare entrambi al risarcimento dei danni[1].  

Il Tribunale aveva rigettato la domanda nei confronti della Banca e aveva accolto quella proposta nei confronti del promotore; in particolare, il giudice di prime cure, nel rigettare la domanda nei confronti dell’Istituto, aveva ritenuto non raggiunta dall’attore la prova inerente ai fatti costitutivi della domanda, evidenziando, nello specifico, che: la confessione resa dal promotore, davanti al Pubblico Ministero, nel procedimento penale a suo carico, avesse valore di confessione stragiudiziale, liberamente valutabile dal Giudice ai fini della responsabilità della Banca; le cc.dd. “sintesi di portafoglio” non fossero documenti ufficiali della Banca, che aveva infatti inviato regolarmente gli estratti del conto e del deposito titoli, non contestati dall’investitore; lo stesso cliente, in violazione dell’art. 16 del contratto inter partes, avesse proceduto al versamento delle somme in parte in contanti e in parte con un assegno, senza indicazione del beneficiario.

La Corte d’Appello di Milano, in accoglimento del gravame principale proposto dal cliente – investitore e, quindi, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava anche la Banca responsabile, ai sensi degli artt. 2049 c.c. e 31 TUF, per il fatto illecito del promotore, e la condannava, in solido con quest’ultimo, al pagamento, in favore del cliente, di una somma pari a euro 327.500,00, oltre rivalutazione, interessi, nonché dell’ulteriore somma a titolo di danno non patrimoniale. Il giudice del gravame, poi, dichiarava il promotore obbligato a tenere indenne la Banca di quanto quest’ultima fosse tenuta a pagare, in virtù di quanto statuito, e, da ultimo, condannava la Banca al pagamento, in favore del Fumagalli, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., dell’ulteriore importo di euro 20.000,00.

In particolare, la Corte territoriale, dopo aver ribadito che la confessione resa dal promotore al P.M. di Monza dovesse essere oggetto di libero apprezzamento da parte del Giudice, ex art. 2735 c.c., riteneva, in primo luogo, provata la dazione, da parte del cliente e in favore del promotore, delle somme richieste in citazione ed evidenziava, a tal riguardo, che: 1) le summenzionate “sintesi di portafoglio” potessero, insieme ad altre circostanze, far ritenere provata detta dazione, non rilevando la circostanza che le stesse non provenissero dall’Istituto, rispondendo quest’ultimo, nei confronti dell’attore, ai sensi dell’art. 2049 c.c. e 31 TUF, quale responsabile civile per il fatto del suo promotore finanziario (e non per avere incassato il denaro); 2) il mancato rispetto, da parte dell’investitore, delle clausole contrattuali, non incidesse sulla responsabilità della Banca, dovendo quest’ultima rispondere del danno arrecato al cliente dal reato di appropriazione indebita commesso dal suo dipendente, e non rilevando, a tal fine, la conformità dei versamenti del cliente alle pattuizioni contrattuali; 3) la prova della dazione delle dette somme derivasse dalla sussistenza di altri elementi.

La Corte riteneva fondata la richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, dal momento che il cliente avesse sofferto, per effetto della subita appropriazione indebita, un evidente patema d’animo, e anche l’ulteriore pretesa risarcitoria, proposta dall’attore, per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c. per avere la Banca resistito con malafede o colpa grave.

Infine, il giudice di secondo grado, nell’esaminare l’appello incidentale subordinato proposto dalla Banca, riteneva di non accogliere la richiesta di diminuzione, ai sensi dell’art. 1227 c.c., della somma da corrispondere al danneggiato, per avere quest’ultimo per negligenza (e, in particolare, per avere violato l’art. 16 delle condizioni generali del c/c), per aver contribuito a cagionare il danno; a tal proposito, evidenziava che, per affermare il concorso colposo del cliente, nell’infedeltà dell’investitore, fosse necessario (come affermato dalla giurisprudenza di legittimità) ritenere sussistente tra i due una collusione, da intendersi nel senso dell’adozione di modalità improvvide di consegna del denaro, al fine di assicurare anche al cliente un vantaggio illecito: ipotesi ritenuta non sussistente nel caso di specie.

Avverso detta sentenza la Fideuram Intesa San Paolo Private Banking SpA (già Banca Fideuram SpA) propone ricorso per Cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato anche da successiva memoria. Giuseppe Maria Fumagalli resiste con controricorso.

 

I motivi di ricorso e le ragioni della decisione.

Con il primo motivo, la ricorrente lamentava che la Corte territoriale avesse erroneamente ritenuto provata la dazione delle somme di danaro (nell’an e nel quantum), dal cliente al promotore, e la distrazione delle stesse ad opera di quest’ultimo, con contestazione del valore probatorio attribuito alle “sintesi di portafoglio” e al prospetto editato dalla stessa Banca.

Il motivo è inammissibile, in quanto evidentemente diretto a una diversa valutazione del materiale probatorio, non consentita in sede di legittimità. Il Collegio, per mero tuziorismo, evidenzia, peraltro, come, nel caso di specie, non possa configurarsi nessuna delle asserite violazioni degli artt. 115, 116 c.p.c. e 2697 c.c.

Con il secondo motivo, la Banca deduceva che la Corte d’Appello di Milano, ritenendo insussistente la “collusione” tra cliente e promotore, avesse considerato inapplicabile alla fattispecie l’art. 1227 c.c., nonostante “le modalità improvvide di consegna del denaro e la evidente “anomalia” (anomalia desumibile dalla dazione in contanti di ingenti somme, dalle “sintesi di portafoglio” differenti dalle rendicontazioni ufficiali, dalla poca chiarezza dell’importo delle somme asseritamente distratte) del rapporto “parallelo” tra il cliente – investitore e il promotore.

La Terza Sezione giudica inammissibile anche questo motivo. In linea con quanto affermato anche nell’impugnato pronunciamento e con quanto sostenuto dalla stessa ricorrente, il Collegio ribadisce che “in tema di intermediazione mobiliare, la mera allegazione del fatto che il cliente abbia consegnato al promotore finanziario somme di denaro con modalità difformi da quelle con cui quest’ultimo sarebbe legittimato a riceverle, non vale, in caso di indebita appropriazione di dette somme da parte del promotore, ad interrompere il nesso di causalità esistente tra lo svolgimento dell’attività dello stesso e la consumazione dell’2illecito, e non preclude, pertanto, la possibilità di invocare la responsabilità solidale dell’intermediario preponente; né un tal fatto può essere addotto dall’intermediario come concausa del danno subito dall’investitore, in conseguenza dell’illecito consumato dal promotore, al fine di ridurre l’ammontare del risarcimento dovuto. Le disposizioni di legge e regolamentari dettate in ordine alle modalità di corresponsione al promotore finanziario dell’equivalente pecuniario dei titoli acquistati o prenotati, infatti, sono dirette unicamente a porre a suo carico un obbligo di comportamento al fine di tutelare l’interesse del risparmiatore e non possono, quindi, logicamente interpretarsi come fonte di un onere di diligenza a carico di quest’ultimo, tale da comportare un addebito di colpa (concorrente, se non addirittura esclusiva) in capo al soggetto danneggiato dall’altrui atto illecito, e salvo che la condotta del risparmiatore presenti connotati di “anomalia”, vale a dire, se non di collusione, quanto meno di consapevole e fattiva acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sul promotore, palesata da elementi presuntivi, quali ad esempio il numero o la ripetizione delle operazioni poste in essere con modalità irregolari, il valore complessivo delle operazioni, l’esperienza acquisita nell’investimento di prodotti finanziari, la conoscenza del complesso “iter” funzionale alla sottoscrizione di programmi di investimento e le sue complessive condizioni culturali e socio – economiche[2].

Ciò premesso, la doglianza, sì come formulata, si risolve anch’essa in una critica, inammissibile in sede di legittimità, alla valutazione delle risultanze istruttorie operata dalla Corte territoriale, in ordine all’affermata insussistenza di una “collusione” tra cliente e promotore.


[1] Più nello specifico, l’attore, a sostegno della domanda, aveva esposto: che, nel dicembre 2003, aveva aperto, presso la filiale di Monza della Banca un conto corrente e un conto deposito, custodia e amministrazione titoli e strumenti finanziari; che la Banca aveva incaricato per gestire gli investimenti il promotore finanziario, il quale, guadagnata la fiducia del cliente, era solito presentargli la documentazione da sottoscrivere per effettuare gli investimenti proposti e, in caso di indisponibilità della provvista, farsi consegnare denaro in contanti; che lo stesso promotore, inoltre, era solito consegnare al appositi prospetti su carta intestata (denominati “sintesi di portafoglio”), ove venivano riepilogati tutti i presunti depositi e investimenti in corso; che, nell’aprile 2016, la Banca lo aveva informato che il promotore aveva confessato di avere sottratto denaro a numerosi clienti della Banca (tra cui lo stesso attore) e che, nella stessa occasione, la Banca gli aveva consegnato un progetto, dal quale risultava che il valore degli investimenti ammontava a euro 470.628,58, a fronte della somma di euro 811.700,10 risultante dal prefato prospetto denominato “sintesi di portafoglio”, rilasciatogli dal promotore su carta intestata; che, nello specifico, nel progetto fornito dalla Banca non risultavano alcune somme dall’attore affidate al promotore.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 24 marzo 2011, n. 6829, con nota di V. Renzulli, La rilevanza della negligenza dell’investitore tra effettività della tutela e violazione delle regole di condotta, in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 4, 2011, 401; Cass. Civ., Sez. I, 13 maggio 2016, n. 9892, con nota di G. Tarantino, Investimento in fumo: responsabilità esclusiva dell’intermediario per mancata acquisizione degli obiettivi di rischio del cliente, in Diritto & Giustizia, fasc. 23, 2016, 38; Cass. Civ., Sez. I, 1 marzo 2016, n. 4037, con nota di E. Bruno, La SIM, datore di lavoro del promotore finanziario, può rispondere degli atti compiuti dal dipendente, in Diritto & Giustizia, fasc. 12, 2016, 21.

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