Benemissione su assegno circolare: riparto di responsabilità e concorsualità colposa.



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Nota a Trib. Torino, Sez. I, 22 gennaio 2020, n. 311.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con la recentissima sentenza in oggetto, il Tribunale di Torino delinea efficacemente il riparto di responsabilità tra Istituto negoziatore e Banca emittente, nonché la concorsualità colposa del soggetto beneficiario, nel caso di assegno circolare, verificato con procedura di benemissione, ma risultato successivamente di natura fraudolenta. In particolare, il giudice di prime cure evidenzia come l’operatore bancario non sia tenuto a offrire il benemissione, ma, ove lo faccia, assuma contestualmente un obbligo (di natura contrattuale) integrativo di quelli scaturenti dal rapporto di conto corrente; relativamente alla posizione della Banca emittente, ascrive in capo a questa una responsabilità da ritardo, nella predisposizione dei rimedi necessari a eliminare, ove accertati e noti, i malfunzionamenti e le eventuali intromissioni nelle proprie linee telefoniche, nonché da controllo delle informazioni diffuse tramite quest’ultime. Da ultimo, il giudice ridetermina la pretesa risarcitoria, sia in considerazione della concorsualità colposa, insita nel consegnare la merce a soggetto sconosciuto e prima dell’avvenuto incasso dell’assegno, sia limitandola al solo costo di produzione della merce (e non all’importo facciale del titolo), specie in assenza di una comprovata perdita di chance.

 

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Le circostanze fattuali.

La società attrice evocava in giudizio, innanzi al Tribunale di Tornio, l’Istituto di credito, con cui intratteneva un rapporto di conto corrente, deducendo di aver concordato con un sedicente titolare di un’impresa individuale la vendita di un ingente carico di biancheria per la casa e di essersi recata presso la filiale della Banca per chiedere la verifica del “bene emissione” dell’assegno circolare ricevuto in pagamento dall’acquirente. L’incaricato contattava la filiale della Banca emittente, che confermava telefonicamente la regolarità dell’assegno, che, conseguentemente, parte attrice provvedeva a depositare, consegnando, subito dopo, la merce al rappresentante dell’acquirente. La società deduceva, poi, che l’assegno de quo nei giorni successivi risultava impagato, non avendone l’Istituto di credito riconosciuta la provenienza, e che, quindi, era stata truffata da ignoti. In tal guisa, contestava la responsabilità contrattuale della Banca convenuta principale, per inadempimento, e chiedeva il risarcimento del danno patito, quantificandolo nel valore facciale del titolo.

Si costituiva in giudizio la Banca negoziatrice, che contestava integralmente in fatto e in diritto quanto ex adverso rappresentato e dedotto dall’attrice; più nello specifico, esponeva: di non aver garantito la sicurezza della procedura del “bene emissione”; di aver contattato, alla presenza di un rappresentante della stessa attrice, il numero di telefono della filiale della Banca emittente, ricevendo conferma della regolarità dell’emissione del titolo; di aver, comunque, ribadito alla società che il benefondi non garantisse da possibili truffe e che gli assegni fossero, in ogni caso, accreditati “salvo buon fine”. L’Istituto convenuto deduceva, quindi, l’esclusiva responsabilità dell’attrice, proponendo, tuttavia, domanda di chiamata in garanzia della trattaria, per aver fornito rassicurazioni sul titolo, poi, invero, scopertosi contraffatto.

La terza chiamata contestava tutti gli addebiti di responsabilità, evidenziando il concorso di colpa della stessa società asseritamente danneggiata, nonché la sussistenza di anomalie di funzionamento sui numeri di telefono della propria filiale, nei giorni immediatamente precedenti la chiamata (segnatamente, di intercettazioni provenienti da ignoti). Da ultimo, veniva contestata anche la quantificazione del petitum, da limitarsi al solo costo di produzione della merce consegnata e non al valore facciale del titolo contraffatto. In definitiva, la trattaria concludeva chiedendo il rigetto integrale delle domande attoree, svolgendo, a sua volta, domanda di chiamata in garanzia nei confronti del fornitore – gestore della linea telefonica oggetto di intercettazione, per asserito inadempimento contrattuale.

Si costituiva in giudizio l’operatore telefonico, deducendo: l’insussistenza di responsabilità a suo carico e l’infondatezza della domanda di manleva, stante l’intervento risolutivo eseguito sulla linea telefonica della Banca emittente; l’esclusiva corresponsabilità della Banca trattaria e della Banca emittente per i fatti di causa.

Dopo aver rassegnato le circostanze fattuali, il Tribunale di Torino analizza, in via preordinata, gli eventuali profili di responsabilità delle due Banche coinvolte, emittente e negoziatrice.

 

La responsabilità della negoziatrice.

Il giudice di prime cure premette che il c.d. “bene emissione” consista in “un attestato in ordine alla bontà dell’assegno circolare, dato che il bene emissione costituisce una garanzia immediata in ordine all’affidabilità dell’assegno rilasciata, anche telefonicamente, da parte della banca emittente, ma non influisce sulla materiale disponibilità della somma portata dall’assegno, la quale richiede pur sempre che l’assegno venga presentato alla banca emittente per l’incasso, per il tramite della stanza di compensazione[1]. In sostanza, l’oggetto dell’informazione resa dalla banca attiene la validità del titolo, ovverosia la presenza dei requisiti di forma a ciò indispensabili, nonché la sua autenticità con riferimento all’importo, alla sottoscrizione da parte dell’Istituto emittente e all’indicazione del beneficiario. Alla luce delle risultanze processuali, nel caso di specie, appare sufficientemente comprovata la grave responsabilità della Banca negoziatrice, in riferimento alle modalità concrete di svolgimento delle circostanze fattuali prima rassegnate.

Difatti, è vero che non consta un esplicito obbligo contrattuale in capo all’intermediario negoziatore di richiedere la garanzia di “bene emissione” all’Istituto emittente, trattandosi, per converso, di una fattispecie creata dalla prassi bancaria e, in quanto tale, non disciplinata né dalla legge, né, tantomeno, dalle Norme Uniformi Bancarie. Devesi, tuttavia, parimenti evidenziare come l’Istituto bancario, nel caso in cui fornisca, alla presentazione del titolo all’incasso, tramite un proprio dipendente, su incarico del cliente correntista, la conferma della bontà dell’assegno circolare, assuma consequenzialmente un obbligo non previsto dal rapporto di conto corrente, ma a questo comunque riconducibile in via integrativa, nei termini della responsabilità contrattuale da mandato. In altri termini, la Banca è tenuta, ai sensi del secondo comma dell’art. 1176 c.c., a osservare i precetti di diligenza del “buon banchiere”, al fine di assicurare la sicurezza dei traffici: l’impiego della diligenza del “bonus argentarius” è direttamente invocabile non solo con riferimento all’attività di esecuzione dei contratti bancari in senso stretto, ma anche in relazione a ogni tipo di atto (od operazione) che sia comunque oggettivamente esplicato presso una struttura bancaria e soggettivamente svolto da un funzionario bancario, che si colloca funzionalmente su di un gradino più elevato della diligenza esigibile, rispetto al canone codicistico tradizionale del buon padre di famiglia[2]. Ne consegue che l’Istituto negoziatore non possa scientemente ritenersi esente da responsabilità, ove non abbia provato l’assolvimento dell’obbligo di diligenza prescritto. Prova assente, nel caso oggetto della controversia.

In tal senso, non può, infatti, ritenersi che la conferma della valida emissione del titolo, sulla base di una mera richiesta telefonica rivolta alla Banca emittente, possa costituire un diligente adempimento di un obbligo integrativo del rapporto di conto corrente[3]. Il corretto adempimento di tale obbligo avrebbe, per converso, presupposto che il funzionario della Banca negoziatrice fosse stato in grado di riferire con precisione il nominativo del presunto interlocutore e, al contempo, che avesse dimostrato di aver verificato la qualifica dell’interlocutore telefonico, come funzionario della Banca emittente. Il Tribunale evidenzia, sul punto, l’irrilevanza, ai fini dell’esonero o della limitazione della responsabilità, di tutte le osservazioni formulate dalla convenuta (per cui la dichiarazione di validità del titolo sarebbe stata rilasciata per “ragioni di mera cortesia”, l’accredito degli assegni avverrebbe “salvo buon fine” e, ancora, che sarebbe stato comunicato alla società attrice che il “bene emissione” “non [garantisse] affatto da possibili truffe”), essendo, per contro, elementi deponenti in favore del positivo riscontro dell’inadempimento da parte dello stesso Intermediario negoziatore.

Fondato è, quindi, l’addebito di responsabilità, formulato dall’attrice, nei riguardi della Banca convenuta, dal momento che quest’ultima si era limitata a una verifica della “bene emissione” del titolo, con mezzi evidentemente inadeguati e, inoltre, a una mera richiesta telefonica all’Intermediario (apparente) emittente. Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, una volta che la Banca abbia fornito l’informazione sull’assegno circolare, la stessa non può essere inesatta[4] e, ove lo fosse a causa di una condotta colposa, lo stesso Istituto è tenuto al risarcimento del danno[5].

 

La responsabilità dell’emittente.

Traslando il focus sulla posizione dell’emittente, quest’ultima, terza chiamata in causa, aveva dedotto che la garanzia della regolare emissione dell’assegno circolare fosse stata rilasciata da un soggetto estraneo alla propria compagine, insinuatosi abusivamente nel proprio circuito telefonico; da tale circostanza, faceva discendere l’insussistenza di una propria responsabilità per i fatti di causa, che, viceversa, sarebbe stata da ascrivere eventualmente in capo al gestore telefonico, per non aver impedito le (presunte) illecite intromissioni nella linea telefonica.

In via preliminare, il Tribunale esclude che la domanda di manleva proposta nei confronti dell’operatore telefonico si possa fondare su di una presunta responsabilità omissiva, per non aver impedito l’accesso e il mantenimento abusivo nella rete telefonica da parte di terzi, neutralizzando il “fattore di rischio” da questi ultimi generato. Tale asserzione presupporrebbe, difatti, la sussistenza della titolarità di un obbligo giuridico di impedire l’evento lesivo e, prima ancora, di una posizione di garanzia per il non verificarsi dell’evento stesso: circostanze entrambe smentite, stante la mancanza di effettivi poteri giuridici impeditivi. Ne consegue che debba configurarsi come responsabilità da inadempimento contrattuale quella sottesa alla domanda di manleva svolta dall’emittente nei confronti del gestore telefonico.

A giudizio del Tribunale, tuttavia, il corredo probatorio, circa la sussistenza delle presunte intrusioni sulla rete, non è bastevole, per addivenire a una qualche responsabilità: la Banca si era limitata alla produzione delle richieste inviate al gestore, per accertare eventuali malfunzionamenti e/o intromissioni sulla linea telefonica, senza, tuttavia, allegare gli esiti degli eventuali accertamenti eseguiti. Del pari, non adeguata dal punto di vista probatorio era la copia del verbale di ricezione querela (e annessa integrazione), che costituisce mero atto di procedibilità, non potendo il giudice trarre dal suo contenuto elementi di convincimento ai fini della ricostruzione del fatto storico oggetto del giudizio.

Peraltro, pur ammettendo che vi fosse stata prova di tale intrusione, sarebbe, comunque, ravvisabile una responsabilità della Banca emittente, per aver illecitamente impedito la realizzazione di tutte le condizioni necessarie affinché il soddisfacimento del diritto acquisito dall’attrice verso la Banca negoziatrice fosse possibile. A tal riguardo, risulta dirimente la considerazione per cui l’Istituto emittente avesse piena contezza delle anomalie di malfunzionamento che interessavano le linee telefoniche della propria filiale, già prima della chiamata oggetto di contestazione. In considerazione di ciò, avrebbe dovuto diligentemente predisporre tutte le necessarie misure di protezione dei propri sistemi telefonici e della propria rete informatica, a garanzia degli assetti organizzativi, e controlli interni in grado di assicurare la regolare gestione dello strumento di pagamento.

Il Tribunale di Tornio non giudica, quindi, diligente la condotta serbata dall’emittente, che, pur consapevole delle modalità realizzative della truffa mediante frode telefonica, non abbia posto in essere, in un significativo arco temporale, gli accorgimenti atti a risolvere il problema delle interferenze, nella propria linea telefonica (non potendosi ritenersi bastevoli le segnalazioni e le comunicazioni rivolte al gestore telefonico, invocate dall’interessata in guisa di limitazione della propria responsabilità), effettuando un’informazione generalizzata al circuito bancario, che avrebbe, con tutta probabilità, evitato la negoziazione dell’assegno circolare per cui è causa.

Una ricostruzione alternativa sarebbe quella della presenza, tra i dipendenti dell’agenzia stessa, di un complice dei truffatori: anche in quest’ultima ipotesi, in maniera non dissimile, dovrebbe delinearsi una responsabilità a carico dell’emittente, di tipo oggettivo, ai sensi dell’art. 2049 c.c., per il cui concretarsi è sufficiente, oltre alla perpetrazione di un fatto illecito, un nesso di “occasionalità necessaria” tra le mansioni affidate al dipendente e l’evento dannoso (a prescindere, dunque, da qualsiasi indagine sullo stato soggettivo, di dolo o di colpa, del preponente). La Suprema Corte ha, peraltro, avuto modo di precisare come il nesso di “occasionalità necessaria”, tra l’esercizio dell’attività lavorativa e il danno, sia riscontrabile ogniqualvolta che il fatto lesivo sia stato anche soltanto agevolato da un comportamento riconducibile allo svolgimento dell’attività lavorativa, anche se il dipendente abbia operato oltrepassando il limite delle proprie mansioni o abbia agito all’insaputa del datore di lavoro[6].

In conseguenza di quanto dedotto, si deve escludere ogni profilo di responsabilità in capo al gestore telefonico: l’Intermediario non può, difatti, rendere pubblico il proprio numero telefonico (che è, dunque, a sé riconducibile dal pubblico) e, contemporaneamente, negare la propria responsabilità per i contenuti che, attraverso tale numero, vengono riferiti al pubblico o ad altri operatori. L’utilizzo dell’utenza telefonica non può che avvenire sotto lo stretto controllo dell’Intermediario medesimo, che, al più, potrà rivalersi nei confronti di soggetti terzi per le frodi, che, mediante tale numero, siano state perpetrate, anche a proprio danno. Nel caso di specie, peraltro, il gestore aveva finanche provato il proprio diligente intervento, quale fatto estintivo dell’altrui pretesa, assolvendo pienamente al proprio onere probatorio, in ossequio al criterio pretorio della c.d. “vicinanza della prova”[7].

Le condotte dei due Intermediari, negoziatore ed emittente, si pongono su di un piano di parità, poiché eziologicamente concorrenti nella produzione del nocumento lamentato dalla società attrice.

 

La concorsualità colposa.

La condotta tenuta dalla società attrice non è esente da censure, essendo parzialmente fondata l’eccezione di concorso colposo, ex art. 1227 c.c., formulata dall’intermediario emittente.

Più nello specifico, se è vero che le condotte di ambedue gli Istituti di credito configurino una violazione dei doveri di diligenza, con le peculiarità descritte nei precedenti paragrafi, altrettanto veritiera è la circostanza fattuale per cui il comportamento della società attrice sia stata incauto e imprudente, dal momento che questa ha fattivamente e colposamente concorso alla determinazione del fatto dannoso. L’inferenza causalmente condizionante è rinvenibile lì dove l’attrice, all’esito di un’informale contrattazione sulla base di un’offerta proveniente da un soggetto sconosciuto, si sia determinata a procedere alla consegna della merce, senza attendere l’effettivo accredito dell’assegno, stante che, come evidenziato, pur con gli accertamenti della “bene emissione”, ogni assegno è da considerarsi sempre “salvo buon fine”. Ma vi è di più. Il sistema di pubblicità offerto ai terzi, ai sensi dell’art. 2193 c.c., sulle vicende dell’impresa, avrebbe consentito di verificare la falsità dell’informazione fornita dal sedicente titolare della ditta individuale, consentendo di sventare ab origine la truffa contrattuale.

In definitiva, alla condotta della danneggiata deve scientemente attribuirsi pari apporto nell’eziologia dell’evento, quale fattore causale condizionante che concorre con la condotta dell’emittente e della negoziatrice, ai sensi del primo comma dell’art. 1227 c.c., riconoscendo un concorso di colpa nella misura di 1/3 in capo all’attrice.

 

La quantificazione del danno risarcibile.

Da ultimo, il giudice di prime cure procede alla quantificazione del danno risarcibile, evidenziando, in ordine al quantum della pretesa risarcitoria articolata dal danneggiato e alle eccezioni formulate dalle controparti, come, fermo il concorso colposo, i confini dell’obbligazione risarcitoria gravante in capo agli intermediari convenuti, nei termini del pregiudizio effettivamente patito entro la sfera patrimoniale del danneggiato, devono essere apprezzati alla stregua del parametro unitario di cui all’art. 1223 c.c. Segnatamente, è, quindi, sul versante della componente del lucro cessante che la domanda attorea non può trovare integrale accoglimento.

Invero, la riparazione nei termini proposti dall’attrice (ovverosia, di ammontare pari all’importo facciale del titolo contraffatto) costituisce un cessato lucro, la cui realizzazione era solo in spe creditoris, atteso che, anche ove le condotte di entrambi gli operatori bancari non fossero state viziate da colpa, la società non avrebbe comunque conseguito l’intera somma oggetto dell’odierna pretesa, avendo tale credito origine da un contratto fraudolento e, in quanto tale, invalido. Non essendo, peraltro, contestato un eventuale concorso degli Intermediari nel reato di truffa contrattuale, in assenza di un loro obbligo giuridico di impedire l’evento, non sussiste un nesso di condizionamento tra le condotte dell’emittente e della negoziatrice e la forma della perdita patrimoniale ricondotta (erroneamente) dall’attrice nell’alveo del lucro cessante. Il Tribunale evidenzia, peraltro, come la stessa società non abbia neppure provato la rigorosa esistenza di chances contrattuali alternative, da porre a fondamento della pretesa di conseguire una posta a titolo di lucro cessante per le condotte ascritte agli intermediari.

Da quanto premesso consegue che la domanda risarcitoria possa essere accolta nei limiti del danno emergente, ovvero del costo sostenuto per l’acquisto della merce effettivamente consegnata al sedicente acquirente.

 

 

Qui il testo integrale della sentenza.


[1] V. Cass. Civ., Sez. I, 6 dicembre 2006, n. 26171, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 12 giugno 2007, n. 13777, con nota di F. Ciraolo, Prelievi fraudolenti e responsabilità della banca nell’erogazione del servizio Bancomat, in Banca borsa tit. cred., fasc. 1, 2009, 29.

[3] Cfr. Trib. Verona, 27 settembre 2012; ABF, Collegio di Milano, 9 giugno 2016, n. 5446; ABF, Collegio di Milano, 19 settembre 2012, n. 3009.

[4] V. Cass. Civ., Sez. I, 25 settembre 2008, n. 24084, in dejure.it.

[5] V. Cass. Civ., Sez. III, 1 agosto 2001, n. 10492, in dejure.it.

[6] V. Cass. Civ., Sez. III, 19 luglio 2012, n. 12448, in dejure.it.

[7] In tal senso, Cass. Civ., Sez. Un., 30 ottobre 2001, n. 13533, in dejure.it.

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