Azione di accertamento negativo, riparto dell’onere della prova e prescrizione.



di Antonio Zurlo 

Nota a Cass. Civ., Sez. I, 26 settembre 2019, n. 24051.

 

Premessa

Con la recente ordinanza in oggetto[1], la Prima Sezione Civile della Cassazione, nell’affrontare le classiche problematiche inerenti ai rapporti di conto corrente, riafferma come nelle azioni di accertamento negativo sia incombente sull’attore – correntista l’onere della prova, ma, con riferimento ai fatti negativi, si assista a un ribaltamento di quest’ultimo, in capo alla Banca – convenuta, in applicazione del principio di c.d. vicinanza (o inerenza) della prova.

 

Le specifiche pattuizioni e la loro produzione documentale: il principio della vicinanza della prova.

Il Collegio evidenzia come la ricorrente trascuri che la Corte d’Appello abbia tratto i suoi elementi di valutazione non solo dalla non contestazione dell’esistenza del contratto, ma anche dagli estratti conti conto prodotti in giudizio dalla correntista e dalla consulenza tecnica d’ufficio, circostanze dalle quali è stata desunta sia l’esistenza del rapporto, che l’andamento dello stesso nel suo svolgimento in dare ed avere, anche con riferimento alle evidenze contabili delle poste contestate (ovverosia, interessi ultralegali, commissione di massimo scoperto, capitalizzazione trimestrale degli interessi). La pronuncia si pone, quindi, in linea di continuità con quanto stabilito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale il correntista, che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito è tenuto a fornire la prova sia degli avvenuti pagamenti che della mancanza, rispetto ad essi, di una valida “causa debendi”, sicché il medesimo ha l’onere di documentare l’andamento del rapporto con la produzione di tutti quegli estratti conto che evidenziano le singole rimesse suscettibili di ripetizione in quanto riferite a somme non dovute[2].

Più nello specifico, la Corte territoriale ha tratto la prova dell’illegittimità dell’applicazione degli interessi ultralegali (circostanza, invero, non contestata dalla ricorrente, che ha dedotto di aver applicato i tassi ABI) dalla mancanza di documentazione circa la pattuizione per iscritto, e, parimenti, di quella della clausola di massimo scoperto dall’impossibilità di valutarne determinatezza e funzione, in assenza della conoscenza del contenuto della clausola.

Lo stesso giudice di seconde cure, in maniera non dissimile, ha ritenuto non provato l’accordo contrattuale in merito all’applicazione di tassi ultralegali, in assenza della pattuizione scritta, ai sensi dell’art. 1284 c.c. e, per converso, ha ritenuto comprovata l’applicazione di tassi ultralegali sulla scorta degli estratti conto e delle risultanze della consulenza tecnica, oltre che dell’ammissione da parte della Banca di avere praticato tassi uso piazza (e, quindi, ultralegali); in altri termini, non essendo stato provato l’accordo scritto, la Corte d’Appello ha del tutto correttamente ritenuto non integrati i presupposti per l’applicazione delle disposizioni richiamate, presupponenti, in ogni caso, un intercorso puntuale accordo tra le parti, da allegare e comprovare in sede processuale.

In relazione alla doglianza relativa alla prova della pattuizione della commissione di massimo scoperto, l’iter argomentativo – motivazionale adottato dalla Corte è, di fatto, il medesimo: se ne è desunta la prova della sua applicazione dagli estratti conto, prodotti dalla società, e dall’elaborazione eseguita dal CTU, escludendone la legittimità in ragione dell’impossibilità di valutarne determinatezza e funzione, stante la assenza di conoscenza del contenuto della clausola.

È premura della Prima Sezione sottolineare come, se sia circostanza senz’altro veritiera quella per cui nelle azioni di accertamento negativo l’onere probatorio gravi sull’attore, corrisponde, parimenti, al vero che, quanto ai fatti negativi (e, segnatamente, nel caso di specie, l’inesistenza di apposita convenzione scritta per gli interessi ultralegali e di una previsione contrattuale sufficientemente specifica per le commissioni di massimo scoperto) debba trovare applicazione il principio di c.d. vicinanza (o inerenza) della prova, introitato nel panorama ordinamentale ormai da più pronunciamenti di legittimità (e validato e applicato anche dalle Sezioni Unite)[3], che concorre a traslare detto onere sul convenuto, realizzando, nella sostanza, una sorta di riequilibratura processuale delle posizioni asimmetriche sul piano sostanziale.

A tal riguardo, è opportuno incidentalmente precisare come non possa ragionevolmente ritenersi che, in ragione del summenzionato principio di prossimità, sia posto a carico dell’Istituto di credito convenuto un generale onere di fornire al correntista la documentazione contabile. Per quanto, tuttavia, si debba rifuggire da estremizzazioni assistenzialistiche, dal momento che trattasi di un principio eccezionale, derogatorio della canonica ripartizione dell’onere della prova e che, in quanto tale, non possa semplicisticamente trovare giustificazione nella mera diversità di forza economica dei contendenti[4], pare evidente come, nel caso in cui, il correntista – attore sia diligentemente ricorso alla strumentazione stragiudiziale (art. 119, quarto comma, TUB)[5] e, successivamente o alternativamente, alla richiesta di un ordine di esibizione, ex art. 210 c.p.c.[6], incorrendo, pur tuttavia, nell’impossibilità di un’acquisizione documentale, causata da comportamenti latu sensu ostruzionistici e riottosi della Banca, sia necessariamente da ascrivere in capo a quest’ultima l’onere della produzione delle evidenze documentali, nonché le eventuali conseguenze pregiudizievoli derivanti da siffatto inadempimento probatorio[7].

 

Eccezione prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito.

Da ultimo, la Prima Sezione rileva che l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente, che lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici, maturati con riguardo a un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, sia soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale[8], con dies a quo (nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista) coincidente non con la data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma con la data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.

Nell’anzidetta ipotesi, ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, dal momento che il pagamento da cui possa derivare una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens, con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens[9]: il pagamento dell’indebito, oggetto della pretesa restitutoria, è, difatti, costituito da ciascuna rimessa del correntista (evidentemente non periodica) e non, viceversa, dall’addebito degli interessi illegittimamente computati.

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza.


[1] V. S. Calvetti, Nullità delle clausole di conto corrente: la prescrizione per la restituzione dell’indebito è decennale, in Diritto & Giustizia, fasc. 173, 2019, 4.

[2] In tal senso, Cass. Civ., Sez. VI, 23 ottobre 2017, n. 24948, in dejure.it. V. anche Cass. Civ., Sez. I, 28 novembre 2018, n. 30822, in dejure.it.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 30 ottobre 2001, n. 13533.

[4] Così, Trib. Ascoli Piceno, 23 maggio 2019, n.379, in dejure.it.

[5] V. Cass. Civ., Sez. VI, 8 febbraio 2019, n. 3875, con nota di V. Papagni, Il correntista ha diritto di ottenere le scritture contabili della banca in sede giudiziaria?, in Diritto & Giustizia, fasc. 27, 2019, 6.

[6] Il diritto del cliente ad avere copia della documentazione ha natura sostanziale e non meramente processuale e, consequenzialmente, la sua tutela si configura come situazione giuridica “finale”, di carattere non strumentale; non possono, pertanto, trovare applicazione i principi elaborati dalla giurisprudenza che subordinino al previo espletamento della richiesta stragiudiziale l’ordine di esibizione dei documenti, ex art. 210 c.p.c., poiché non può essere negato il diritto del cliente di ottenere copia della documentazione richiesta, adducendo a ragione e in linea di principio la natura meramente esplorativa dell’istanza in tal senso presentata: così, Cass. Civ., Sez.  I, 12 maggio 2006, n. 11004, con nota di S. Carnesecchi, Spese, ora l’avvocato ha un onere in più – Ma sulla procura basta essere diligenti, in Diritto & Giustizia, fasc. 23, 2006, 25.

[7] V. App. Lecce, Sez. II, 12 novembre 2015, n. 904, con nota di L. Albanese, L’anatocismo bancario alla prova del saldo zero, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 3, 2016. Contra, Cass. Civ., Sez. VI, 12 settembre 2016, n.17923, con nota di G. Tarantino, Saldo di conto corrente contestato? Al correntista l’onere della prova, in Diritto & Giustizia, fasc. 42, 2016, 11.

[8] V. Cass. Civ., Sez. I, 30 novembre 2017, n. 28819, già commentata in questa rivista, con nota di M. Lecci, Saldo zero su azione di ripetizione promossa dal correntista, 2 dicembre 2017

[9] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418, con nota di G. Milizia, Anatocismo: l’azione di ripetizione, soggetta alla prescrizione ordinaria dalla chiusura del conto corrente, si estende a tutte le operazioni effettuate ed è esclusa la capitalizzazione degli interessi ultralegali a debito del risparmiatore, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2010, 545; Cass. Civ., Sez. I, 24 marzo 2014, n. 6857, in dejure.it.

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