La matematica non è un’opinione…neppure l’apertura di credito (che deve essere provata documentalmente dal correntista).



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Nota a Trib. Napoli, Sez. II, 22 febbraio 2021.

di Antonio Zurlo

 

Il Tribunale di Napoli reputa fondata l’eccezione di prescrizione sollevata tempestivamente dalla Banca convenuta. Più nello specifico, il giudice napoletano richiama l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite[1], per cui l’eccezione di prescrizione risulta validamente proposta senza che l’Istituto possa ritenersi onerato dall’indicare le singole rimesse oggetto di contestazione. Tale pronuncia ha confermato i principi in precedenza espressi, secondo i quali la prescrizione decennale decorra, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi, ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita a una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens,con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens.

La Cassazione ha, inoltre, precisato che i versamenti eseguiti sul conto corrente in costanza di rapporto abbiano normalmente funzione ripristinatoria della provvista e non siano determinativi di uno spostamento patrimoniale dal solvens all’accipiens e, poiché tale funzione corrisponde allo schema causale tipico del contratto, una diversa finalizzazione dei singoli versamenti, o di alcuni di essi, deve essere in concreto provata da parte di chi intende far percorrere la prescrizione dalle singole annotazioni delle poste illegittimamente addebitate[2].

Nel caso di specie, la Banca ha dedotto nella comparsa di costituzione l’assenza di affidamento in relazione ai contratti in esame, fino al primo contratto. Per tale ragione sarebbe stato onere dell’attrice dedurre e dimostrare, per il periodo antecedente, quali erano stati i pagamenti eseguiti entro il limite dell’affidamento e quali eseguiti oltre tale limite: una prova siffatta non è stata fornita, né, tantomeno, può darsi rilevanza al c.d. “fido di fatto”[3]. In definitiva, poiché la decorrenza della prescrizione dalla data del pagamento è condizionata al carattere solutorio (e non meramente ripristinatorio) dei versamenti, essa sussiste sempre in mancanza di un’apertura di credito. È onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel pagamento come mero ripristino della disponibilità accordata.

L’esistenza del contratto di apertura di credito deve essere provata con la forma scritta e non può essere fondata su altri elementi come prove indirette, quali gli estratti conto, i riassunti scalari, i report della centrale rischi, la stabilità dell’esposizione, l’entità del saldo debitore, la previsione di una commissione di massimo scoperto, oppure voci quali “spese gestione fido” e “revisione fido”. Ai fini della individuazione delle rimesse solutorie e/o ripristinatorie – in mancanza di contratto scritto – il limite dell’affidamento non si può individuare nello stesso massimo scoperto consentito di fatto. Ne consegue che l’eccezione di prescrizione va accolta, dovendosi presumere la natura solutoria di tutte le rimesse eseguite dalla correntista nel corso del rapporto, fino alla sottoscrizione del contratto di apertura di credito.

 

Qui la sentenza.


[1] Il riferimento è alla sentenza n. 15895/2019.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 26 febbraio 2014, n. 4518.

[3] Cfr. Cass. 30 ottobre 2018, n. 27704.

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