Rem tene, verba sequentur: l’onere di provare contrattualmente l’apertura di credito.



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Nota a Trib. Forlì, 15 febbraio 2021.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Nei giudizi promossi dal cliente – correntista (o mutuatario), proposti per l’accertamento dell’asserita nullità di clausole contrattuali o dell’illegittimità degli addebiti in conto corrente, in vista della ripetizione di somme richieste dalla Banca, in applicazione delle clausole nulle o, comunque, in forza di prassi illegittime, grava senz’altro sulla parte attrice l’onere di allegare, in maniera specifica, i fatti posti alla base della domanda e, in secondo luogo, l’onere di fornire la relativa prova, producendo non solo il contratto costituente il titolo del rapporto dedotto in lite, ma anche gli estratti conto periodici, sin dalla data di avvio del rapporto. Né, in senso contrario, potrebbe invocarsi una qualche difficoltà del correntista (e/o del mutuatario) di disporre della documentazione relativa ai contratti sottoscritti e, in particolare, alle movimentazioni e annotazioni effettuate in conto corrente. Invero, il titolare di un rapporto di conto corrente (o di mutuo), quale parte contraente, non può non avere la disponibilità del documento contrattuale, anche alla luce delle previsioni di cui all’art. 117 TUB, nonché in forza di altro, utile strumento, appositamente previsto dal legislatore a favore del cliente, per ottenere, autonomamente e in via stragiudiziale, dall’Istituto bancario la documentazione relativa ai rapporti intrattenuti ed alle operazioni poste in essere: l’art. 119 TUB, che, come noto, prevede, in particolare, che il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni abbiano il diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. In altri termini, il cliente ha un diritto soggettivo autonomo, che trova fondamento nei doveri di solidarietà e negli obblighi di comportamento, secondo buona fede nell’esecuzione del rapporto, da interpretare, alla luce del principio di buona fede nell’esecuzione del contratto, ex art. 1375 c.c. (nel senso di ottenere la documentazione inerente a tutte le operazioni del periodo a cui il richiedente sia in concreto interessato).

In questo contesto, il cliente – attore, avendo uno specifico strumento per procurarsi la documentazione relativa alle operazioni poste in essere nell’ambito dei rapporti intrattenuti con la Banca, può avvalersi, in sede giudiziale, del rimedio di cui all’art. 210 c.p.c., in quanto deduca e dimostri di essersi tempestivamente attivato per ottenere, ex art. 119 TUB, la consegna della documentazione bancaria necessaria per gli accertamenti richiesti e di non aver ottenuto fattivo riscontro, ovviamente sempre nei limiti temporali di cui alla disciplina di legge.

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In maniera non dissimile, grava sul cliente l’onere di provare il fatto modificativo consistente nell’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quei versamenti come mero ripristino della disponibilità accordata e, dunque, possa implicare uno spostamento dell’inizio del decorso della prescrizione alla chiusura del conto[1]. A tal proposito, pare possibile affermare che, se in presenza di un affidamento, sussiste, alla luce della storica pronuncia delle Sezioni Unite[2], una presunzione di ripristinatorietà delle rimesse che fissa il dies a quo della prescrizione nel momento della chiusura del conto corrente, per converso, nel caso in cui non vi sia prova dell’affidamento del conto si viene a creare una presunzione di solutorietà delle rimesse, che comporta il decorso della prescrizione dall’effettuazione di ciascun pagamento. In caso di mancanza di prova circa il fatto che il conto corrente non sia affidato, tutte le rimesse devono automaticamente reputarsi solutorie con conseguente inesistenza di alcun onere in capo alla banca di individuarle specificamente[3].

L’onere di provare la sussistenza di un affidamento è, dunque, del cliente che agisce in giudizio. A seguito dell’eccezione di prescrizione formulata dalla Banca, il cliente deve comprovare il fatto modificativo consistente nell’esistenza di un contratto di apertura di credito, al fine di qualificare i versamenti come ripristinatori della disponibilità accordata[4]; ciò è senz’altro in linea con il generale principio che in materia bancaria richiede la forma scritta ad substantiam del contratto, ex art. 117 TUB, non essendovi sostanzialmente spazio per la teorizzazione del c.d. fido di fatto.

In ultima analisi, la verifica in ordine all’eccepita prescrizione deve essere condotta in relazione al periodo anteriore al decennio dalla notifica dell’atto di citazione, ovvero dalla proposizione della domanda giudiziale, nonché, se sussistenti, dagli atti stragiudiziali aventi valore di costituzione in mora, ai sensi dell’art. 1219 c.c., ovvero, ancora, dalla data di ricezione dell’atto di messa in mora[5]. Venendo al caso di specie, parte attrice ha prodotto gli estratti conto integrali comprensivi anche delle relative liste dei movimenti, sia del conto corrente anticipazioni, fino alla chiusura, sia del conto corrente ordinario fino alla proposizione della domanda giudiziale. L’attore, però, non ha, del pari, offerto in comunicazione prova dell’effettivo affidamento del conto corrente, non producendo alcun contratto di apertura di credito. Difatti, in assenza di formale sottoscrizione da parte del correntista, i documenti della Direzione della Banca, che integrano accettazione unilaterale dell’Istituto, non costituiscono validi contratti di apertura di credito, come, peraltro, evidenziato anche dallo stesso consulente d’ufficio, nell’ambito della propria analisi tecnica. In particolare, a tal proposito, ci si limita a richiamare il recente orientamento della giurisprudenza di legittimità nel senso di ritenere che «in materia di rapporti bancari, a fronte dell’eccezione di prescrizione del credito a decorrere dalle singole rimesse, sollevata dalla banca avverso la domanda di ripetizione dell’indebito proposta dal correntista, grava su quest’ultimo la prova della natura ripristinatoria e non solutoria delle rimesse indicate, ma il giudice è comunque tenuto a valorizzare la prova della stipula di un contratto di apertura di credito purché ritualmente acquisita, indipendentemente da una specifica allegazione del correntista, perché la deduzione circa l’esistenza di un impedimento al decorso della prescrizione determinato da una apertura di credito, costituisce un’eccezione in senso lato e non in senso stretto.».[6].

La prova dell’affidamento del conto corrente non è stata adeguatamente fornita in atti, a nulla rilevando le osservazioni in ordine agli indizi riscontrati dalla stessa parte attrice circa la sussistenza di un affidamento sul conto corrente intestato nel periodo della pretesa prescrizione eccepita dalla Banca. Tale formale prova manca negli atti del presente giudizio e, in particolare, a fronte della ritenuta esistenza di un conto corrente affidato, parte attrice non ha fornito specifica ed idonea prova dell’entità dell’affidamento concesso né della puntuale natura rispristinatoria dei singoli versamenti effettuati, non assolvendo al proprio onere probatorio teso a vincere la presunzione di solutorietà venutasi a creare[7].

 

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. Cass. 30.10.2018, n. 27704.

[2] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 02.12.2010, n. 24418.

[3] Cfr. Cass. 24.05.2018, n. 12977.

[4] Cfr. Cass. 30.10.2018, nn. 27704 e 27705.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 13.06.2019, n. 15895.

[6] Cfr. Cass. 06.12.2019, n. 31927.

[7] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 02.12.2010, n. 24418; Cass. 26.02.2014, n. 4518; Cass. 07.09.2017, n. 20933.

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