Bond argentini: conflitto interessi, adeguatezza dell’operazione e corretto adempimento degli obblighi informativi.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 22 ottobre 2020, n. 23131.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte, la negoziazione in contropartita diretta costituisce uno dei servizi di investimento al cui esercizio l’intermediario è autorizzato, al pari della negoziazione per conto terzi, come si evince dalle definizioni contenute nell’art. 1 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, essendo essa una delle modalità con le quali l’intermediario può dare corso ad un ordine di acquisto o di vendita di strumenti finanziari impartito dal cliente. Ne deriva che l’esecuzione dell’ordine in conto proprio non comporta, di per sé sola, l’annullabilità dell’atto, ai sensi degli artt. 1394 o 1395 c. c.

La vendita in contropartita diretta da parte dell’intermediario rientra, pertanto, tra le modalità con le quali l’intermediario può dar corso ad un ordine di acquisto o vendita di strumenti finanziari impartitogli dal cliente, e tanto basta ad escludere che l’esecuzione di un siffatto ordine in conto proprio da parte dell’intermediario configuri, di per sè sola, un’ipotesi di annullabilità dell’atto in forza degli artt. 1394 o 1395 c.c.

Per il che. secondo il Supremo Collegio, le doglianze avanzate, in ordine al dedotto conflitto di interesse della banca, vanno rigettate.

In merito invece al profilo della violazione degli obblighi informativi gravanti sulla banca, le relative censure sono ritenute fondate.

Sul punto, la Cassazione richiama la giurisprudenza di legittimità secondo cui, in materia di servizi di investimento mobiliare, l’intermediario finanziario è tenuto a fornire al cliente una dettagliata informazione preventiva circa i titoli mobiliari e, segnatamente, con particolare riferimento alla natura di essi ed ai caratteri propri dell’emittente, ricorrendo un inadempimento sanzionabile ogni qualvolta detti obblighi informativi non siano integrati e restando irrilevante, a tal fine, ogni valutazione di adeguatezza dell’investimento.

Al riguardo precisa che non può neanche essere dimenticato che, in un primo momento, la giurisprudenza di legittimità ha affermato, verbatimche in tema di prova civile, la dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alle informazioni ricevute, della rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca (nella specie in “bond” argentini) e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, non costituisce dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo.

Successivamente è stato ulteriormente precisato sempre dalla giurisprudenza di legittimità che, in tema d’intermediazione finanziaria, la dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza circa le informazioni ricevute sulla rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, pur non costituendo dichiarazione confessoria, può comprovare l’avvenuto assolvimento degli obblighi di informazione incombenti sull’intermediario.

Principio quest’ultimo ulteriormente raffinato dalla giurisprudenza di legittimità nel senso che la sottoscrizione, da parte del cliente, della clausola in calce al modulo d’ordine, contenente la segnalazione d’inadeguatezza dell’operazione sulla quale egli è stato avvisato, è idonea a far presumere assolto l’obbligo previsto in capo all’intermediario dall’art. 29, comma 3, del reg. Consob n. 11522 del 1998; tuttavia, a fronte della contestazione del cliente, il quale alleghi l’omissione di specifiche informazioni, grava sulla banca l’onere di provare, con qualsiasi mezzo, di averle specificamente rese.

E’ stato invero chiarito che, nel dettato dell’art. 29 Reg. Consob n. 11522 del 1998, devono distinguersi in capo all’intermediario distinti obblighi:

a) valutare l’operazione richiesta sotto i profili ivi indicati (tipologia, oggetto, frequenza, dimensione);

b) fornire al cliente le dettagliate spiegazioni e ragioni che, sotto gli stessi profili, sconsigliano l’operazione;

c) acquisire l’ordine scritto “In cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute“.

La norma prescrive dunque un particolare procedimento. Posta l’esigenza del rispetto di tali obblighi nella loro sequenza procedimentale, la questione che si pone riguarda quello sub c), quanto ai contenuti che l’ordine scritto deve rivestire: se, cioè, detto “riferimento” scritto debba operare con riguardo all’an delle avvertenze, oppure anche al contenuto delle medesime.

Va pertanto riaffermato che – ferma restando l’esigenza dell’assolvimento dei primi due obblighi, ed, in particolare, di quello volto a fornire al cliente tutte le informazioni e le motivazioni che sconsigliano l’operazione – ai sensi dell’art. 29 cit. non sia obbligatoria l’integrale esplicazione scritta dell’avvenuto assolvimento di essi, essendo sufficiente il riferimento alla circostanza dell’avere l’intermediario rivolto le avvertenze al cliente, ottenendone l’ulteriore richiesta di eseguire comunque l’operazione.

Infatti, alla luce sia della lettera, sia della ratio della norma, né la prima si presta ad un’interpretazione estensiva, né la seconda la postula, considerando che la disposizione intende enfatizzare al cliente la rilevanza della sua decisione, nonché precostituire una prova per la banca, ma non impone nessuna forma con la quale veicolare le dovute informazioni. Occorre, invero, considerare che l’ordine scritto di eseguire l’operazione in strumenti finanziari necessariamente li identifica, onde appare sufficiente che il cliente, sottoscrivendolo, attesti pure di esserne stato dissuaso: l’indicazione dell’adempimento dell’obbligo della banca circa l’avere essa reso le “avvertenze” soddisfa l’esigenza probatoria predisposta ad integrare la prova (presuntiva) dell’esistenza dell’avvertimento di inadeguatezza.

Va aggiunto che la norma mira ad assicurare che l’investitore abbia ricevuto l’informazione concernente la circostanza che l’operazione stessa non fosse adatta a lui, alla luce delle sue specifiche caratteristiche e di quelle del prodotto de quo. Certamente, pertanto, a tal fine non sarebbe sufficiente un avvertimento orale generico ed astratto, ossia privo dei riferimenti concreti alle caratteristiche del cliente in comparazione con il titolo (alla stregua delle indicazioni ex art. 29 cit., per tipologia, oggetto, frequenza, dimensione): l’informazione da rendere prima che la banca intermediaria, ai sensi dell’art. 29, 3 comma, del reg. citato, dia attuazione all’ordine inadeguato, infatti, deve essere sufficiente in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente. Ma la norma impone di rendere note le avvertenze in qualsiasi forma, posto che solo l’an delle medesime va attestato per iscritto. A questo punto, tuttavia, ove il cliente alleghi l’inadempimento rispetto agli obblighi informativi da rendere oralmente, contestando che le avvertenze ricevute fossero adeguate ad assolvere agli obblighi sub a) e sub b), allora la banca resta onerata dal dimostrare che, viceversa, ad essi sia stata adempiente.

Al riguardo, la Cassazione ribadisce come l’onere probatorio gravante sull’intermediario finanziario in ordine alle informazioni somministrate all’investitore è commisurato alla deduzione di inadempimento formulata da quest’ultimo, in sede di contestazione della lite e di successiva precisazione-modificazione del thema decidendum e probandum, onde è onere dell’investitore indicare le informazioni che assuma di non aver ricevuto ed onere della banca provare di averle, invece, fornite. Tale prova, dunque, da parte della banca potrà avvenire con ogni mezzo; anche se risponde ad un elementare scrupolo prudenziale indicare in dettaglio le informazioni rese nella dichiarazione sulle avvertenze ricevute, sottoscritta dall’investitore prima di dar corso all’operazione inadeguata, potendo ciò garantire una maggiore economia processuale. Pertanto, ai sensi dell’art. 29 citato il giudice dovrà verificare se, in presenza di un’operazione inadeguata, l’intermediario abbia informato il cliente delle concrete ragioni che la rendano inopportuna, anche se tali ragioni non devono poi necessariamente emergere dall’ordine scritto, in cui è sufficiente il riferimento all’avere ricevuto le avvertenze. Sarà, del pari, compito del giudice del merito valutare, di volta in volta, se quella condotta integrasse l’assolvimento dell’obbligo di completa e corretta informazione sul prodotto finanziario in questione.

 

 

Qui la pronuncia.

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