Sulla natura ripristinatoria o solutoria delle rimesse in conto corrente (con apertura di credito).



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 19 maggio 2020, n. 9141.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze di fatto.

Il Tribunale di Lecce, nella domanda di ripetizione dell’indebito, proposta da una società a responsabilità limitata contro il proprio Istituto di credito, avente a oggetto la rideterminazione del saldo di dare – avere tra le parti, inerente al rapporto di apertura di credito in conto corrente, nonché la restituzione delle somme indebitamente versate alla stessa Banca in conseguenza dell’applicazione degli interessi debitori con rinvio ai cc.dd. “usi piazza”, della capitalizzazione trimestrale dei medesimi interessi debitori e dell’illegittima applicazione di commissioni di massimo scoperto in difetto di contrattazione, aveva condannato la convenuta al pagamento della somma di euro 596.001,35, oltre accessori, provvedendo alla capitalizzazione annuale degli interessi debitori, in luogo di quella trimestrale.

La Corte d’Appello di Lecce, in parziale riforma del pronunciamento di primo grado, previo rinnovo delle operazioni peritali, condannava la Banca al pagamento della minor somma, pari a euro 513.251,51, oltre accessori. Più nello specifico, il giudice di secondo grado accoglieva sia l’appello principale, proposto dalla Banca, con riferimento all’eccezione di prescrizione delle rimesse effettuate dalla società correntista nel decennio anteriore alla notifica della domanda giudiziale, sia quello incidentale della s.r.l., escludendo, per effetto della ritenuta nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, qualsiasi forma di capitalizzazione degli interessi.

Avverso siffatta sentenza, ambedue le parti processuali proponevano ricorso per cassazione.

 

I motivi di ricorso e le ragioni della decisione.

Con l’unico motivo del ricorso principale, la Banca deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2033 e 2946 c.c., nonché degli artt. 1815, 1820, 1843, 1183, 1373, 1826 e 1857 c.c, in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c. In particolare, la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata, nell’aderire integralmente alle valutazioni della CTU disposta in grado d’appello, non avesse correttamente applicato i principi statuiti nella sentenza delle Sezioni Unite, n. 24418/2010, e, conseguentemente, avesse commesso macroscopici errori di diritto nell’applicazione dell’art. 1194 c.c., ovverosia nell’individuare i crediti liquidi ed esigibili, ai quali imputare i pagamenti intervenuti nel corso del rapporto. In tal guisa, l’Istituto asserisce la violazione, in primo luogo, gli artt. 2033 e 2946 c.c., avendo la Corte leccese individuato i versamenti effettuati dal correntista, nel corso del rapporto ed aventi natura solutoria, sulla base del “legittimo saldo”, rideterminato dal CTU, e non sulla base delle (debite o indebite) annotazioni della Banca. In altri termini, il perito avrebbe dovuto determinare i pagamenti indebiti effettuati dal correntista sulla base del “saldo banca”, sul rilievo che “anche la pretesa di un pagamento di un credito non liquido e non esigibile, che si estrinseca con un’annotazione a debito illegittima, [sia] una pretesa indebita e, se soddisfatta, il relativo pagamento [sia] appunto un pagamento indebito che diventa irripetibile allo scadere del termine decennale di prescrizione nel caso, come quello in esame, in cui il debitore opponga la relativa eccezione”. La Banca ricorrente invoca le altre violazioni di legge rassegnate per avere la sentenza impugnata, alla stregua degli accertamenti del CTU, ricalcolato gli interessi e competenze relativi al fido, insieme a quelli relativi al credito in extrafido rimasti impagati, ricongiungendoli al saldo capitale “alla chiusura del conto o alla prima rimessa dopo la scadenza dell’affidamento”. La Corte d’Appello sarebbe, quindi, incorsa nell’errore di non ritenere che gli interessi convenuti tra le parti, per l’utilizzazione del finanziamento concesso nella forma dell’apertura di credito fossero “dovuti e perciò esigibili nella misura ed alle scadenze pattuite (nella specie trimestralmente)…” e, in tal senso, la diversa affermazione del consulente (recepita, poi, nella sentenza impugnata) rappresenterebbe una palese violazione sia dell’art. 1372 c.c., sia dell’art. 1183 c.c. (che sancisce che, ove non sia determinato il tempo in cui la prestazione debba essere eseguita, il creditore possa esigerla immediatamente).

A giudizio della Prima Sezione Civile, il ricorso principale non è fondato. La ricorrente, nel censurare che il pronunciamento impugnato (alla luce delle conclusioni della CTU) abbia individuato le rimesse solutorie sulla base del “legittimo saldo”, rideterminato dal CTU, e non in relazione alle (debite o indebite) annotazioni della stessa Banca, ovvero sulla base del “saldo banca”, finisce, in sostanza, per contestare, infondatamente, la rideterminazione del saldo del conto corrente, correttamente disposta dalla Corte d’Appello leccese, allo scopo di eliminare (in ossequio a quanto disposto dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 24418/2010) ogni forma di capitalizzazione degli interessi debitori.

Proprio con la precipua finalità di sterilizzare l’effetto della capitalizzazione, la Corte leccese ha correttamente recepito il percorso ricostruttivo del CTU, che, dopo aver eliminato gli addebiti indebiti, ha ricalcolato separatamente sia gli interessi intrafido che quelli extrafido, ricongiungendoli “al saldo capitale alla chiusura del conto o alla prima rimessa dopo la scadenza dell’affidamento”. L’Istituto ricorrente ritiene erroneamente che, per ottenere l’effetto dell’irripetibilità del pagamento indebito, rispetto al quale sia maturata la prescrizione, nel procedere alla rideterminazione del saldo del conto corrente e all’individuazione delle rimesse solutorie, si debbano mantenere le indebite annotazioni effettuate dalla stessa Banca.

Per converso, è evidente che, per verificare se un versamento effettuato dal correntista, nell’ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente, abbia avuto natura solutoria o solo ripristinatoria, occorra, all’esito della declaratoria di nullità da parte dei giudici di merito delle clausole anatocistiche, previamente eliminare tutti gli addebiti indebitamente effettuati dall’Istituto di credito e, conseguentemente, determinare il reale passivo del correntista e ciò anche al fine di verificare se quest’ultimo ecceda o meno i limiti del concesso affidamento.

L’eventuale prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto indebitamente pagato non influisce sull’individuazione delle rimesse solutorie, ma esclusivamente sulla possibilità di ottenere la restituzione di quei pagamenti coperti da prescrizione.

Per giunta, del pari infondata è l’ulteriore affermazione dell’Istituto di credito, per cui gli interessi intrafido sarebbero esigibili “alle scadenze pattuite (nella specie trimestralmente)” e che l’inesigibilità del capitale finanziato non influirebbe sugli interessi pattuiti come corrispettivo dell’utilizzazione del finanziamento. Difatti, non vi è dubbio che il debito per interessi, quale accessorio, debba seguire il regime del debito principale, salvo una diversa pattuizione tra le parti che dovrebbe, pur tuttavia, specificare una modalità di calcolo degli interessi (intrafido) idonea a scongiurare in radice il meccanismo dell’anatocismo. Nel caso di specie, in difetto della mera allegazione da parte della Banca dell’esistenza di una tale pattuizione, la Corte territoriale ha correttamente individuato le rimesse solutorie, eliminando dal conto corrente gli addebiti per la porzione di interessi maturati sul capitale intrafido.

Con il ricorso incidentale, la s.r.l. deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 2935 c.c., nonché la violazione dell’art. 2938 c.c., per avere il giudice di secondo grado rilevato la prescrizione, in assenza di valida eccezione. È stata, inoltre, dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 167 c.p.c., per non aver la Corte d’Appello dichiarato la decadenza processuale dalla facoltà di proporre l’eccezione di prescrizione. In particolare, la ricorrente incidentale rileva come la Banca si fosse limitata a eccepire “l’intervenuta prescrizione del diritto alla ripetizione delle somme riscosse per essere decorso inutilmente il termine decennale da quanto il diritto poteva essere fatto valere”, mentre un’eccezione validamente proposta avrebbe richiesto l’esatta e puntuale indicazione delle singole rimesse aventi funzione solutoria effettuate dal correntista, in costanza di rapporto nonché l’allegazione del momento iniziale dell’inerzia del correntista.

Il Collegio reputa il ricorso incidentale infondato, osservando che, in tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’Istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista (che abbia esperito azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente, assistito da apertura di credito) sia soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte[1].

È stato, inoltre, condivisibilmente rilevato che, come non si richieda ai fini della valida proposizione della domanda di ripetizione che il correntista specifichi a una a una le rimesse dallo stesso eseguite che, in quanto solutorie, si siano tradotte in pagamenti indebiti a norma dell’art. 2033 c.c., in modo del tutto simmetrico, la Banca, che eccepisca la prescrizione, non possa essere gravata dall’onere di indicare i versamenti solutori[2].

 

 

 

Qui il testo dell’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, già annotata in questa Rivista, con commento di M. Chironi, Le Sezioni Unite sull’eccezione generica di prescrizione delle rimesse solutorie, 17 giugno 2019, https://www.dirittodelrisparmio.it/2019/06/17/le-sezioni-unite-sulleccezione-generica-di-prescrizione-delle-rimesse-solutorie/.

[2] V. Cass. Civ., Sez. VI, 26 luglio 2017, n. 18581, in dejure.it.

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