Assegno bancario contraffatto: le diverse responsabilità della banca trattaria e di quella negoziatrice.



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Nota a ABF, Collegio di Bari, 17 ottobre 2019, n. 23395.

di Donato Giovenzana.

 

La controversia in esame concerne l’accertamento di eventuali profili di responsabilità dell’intermediario A (banca trattaria) e dell’intermediario B (banca negoziatrice) per il pagamento di due assegni contraffatti, mediante l’addebito sul conto corrente del ricorrente, presso l’intermediario A. Al riguardo, l’Abf di Bari richiama le Sezioni Unite che hanno enunciato il principio di diritto, secondo cui “la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’articolo 1176 c.c., comma 2” (Cass., Sez. Un., n. 12477/18, cit.; Cass., Sez. Un., n. 14712/07, cit.).   Ciò detto, a proposito della condotta degli intermediari resistenti, nel caso di specie, il Collegio pugliese osserva, innanzi tutto, che, a quanto è dato desumere dagli scritti difensivi delle parti, la negoziazione degli assegni in questione sarebbe avvenuta mediante procedura di Check Image Truncation. Dalla comparazione dei titoli originali e contraffatti, inoltre, è possibile rilevare la presenza sugli assegni contraffatti del QR Code e dei numeri di assegno corrispondenti a quelli dei moduli originali. Peraltro, negli assegni contraffatti, i numeri di assegno nelle tre tipologie di scrittura non risultano perfettamente allineati in verticale e il posizionamento del numero assegno con scrittura microforata, rispetto a quello con scrittura arabica, risulta non conforme alle indicazioni dell’ABI, secondo cui la numerazione microforata “è posta 3 mm sotto alla numerazione arabica e a 13 mm dal bordo inferiore e 11 mm da quello sinistro. Tale numerazione è apposta all’interno di un’area a sfondo bianco delimitata da un riquadro di 35 x 6 mm, posizionata a 11,5 mm dal bordo inferiore e a 9 mm dal bordo sinistro” (Circolare ABI – Serie Tecnica n. 21 – 12 giugno 2014).   Non trova riscontro, per contro, l’affermazione del ricorrente, secondo cui sugli assegni contraffatti sarebbe riportata la sua firma “stampata e non sottoscritta”.   Dalla documentazione esibita dall’intermediario A, inoltre, si rileva una difformità fra i Data Matrix riportati sui titoli originali e quelli stampati sui due assegni clonati. Rispetto a tale circostanza, la menzionata Circolare ABI del 2014 dispone che “l’eventuale alterazione del Data Matrix rende inoltre il codice illeggibile e ciò segnalerebbe di per sé un possibile tentativo di frode”. Dalle affermazioni del ricorrente, che trovano riscontro nell’estratto conto in atti, si evince che la banca trattaria ha contattato telefonicamente il traente in data 03/01/2019, in occasione del versamento, da parte dell’effettivo beneficiario, di un assegno € 408,90, recante lo stesso numero (***938) di altro assegno (clonato) portato all’incasso il giorno prima, dell’importo di € 30.000,00 (somma contabilizzata tra le “uscite” in data 02/01/19 e poi stornata il giorno successivo). In data 04/01/19 l’intermediario A ha comunque consentito l’incasso dei due assegni originali di € 384,30 e 624,00, nonostante due assegni (clonati) recanti medesimo numero seriale fossero già stati precedentemente incassati.   Quanto alla valutazione della condotta del ricorrente, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1227, cod. civ., non risulta che questi abbia trasmesso ad alcuno la riproduzione degli assegni oggetto di contestazione.   Per le suesposte ragioni, in linea con i richiamati orientamenti della giurisprudenza di legittimità e di questo Arbitro, ritiene il Collegio che la condotta di entrambi gli intermediari non possa andare immune da censure.   In particolare, all’intermediario A (trattario) è senz’altro ascrivibile una negligenza – sotto il profilo della carente organizzazione dell’attività d’impresa – nella predisposizione degli accorgimenti tecnici volti ad attenuare, se non proprio a escludere, il rischio di clonazione o di contraffazione degli assegni. Risulta, altresì, negligente la condotta dell’intermediario A, in occasione degli ulteriori incassi degli assegni originali, sopra menzionati.   Il procedimento di negoziazione dei titoli, d’altronde, ha fatto emergere un comportamento negligente anche dell’intermediario B (negoziatore), non essendo state da questi riscontrate le sopra menzionate difformità fra i titoli originali e quelli clonati/falsificati, in violazione delle regole tecniche indicate anche dall’ABI, che assumono senz’altro rilevanza, nella valutazione della diligenza esigibile dall’accorto banchiere. Né può costituire fattore di attenuazione, ovvero di esonero da responsabilità, il ricorso alla modalità di negoziazione c.d. di Check Image Truncation, la cui adozione, indubbiamente, agevola il processo di negoziazione, ma comporta, inevitabilmente, il rischio, per gli intermediari, della mancata piena percezione delle difformità dei titoli negoziati, rispetto agli originali. Si tratta di un rischio senz’altro inerente all’attività dell’impresa bancaria, come tale destinato a gravare sul soggetto che quell’attività professionalmente esercita (cfr., ad es., ABF Milano, decisione n. 2989/2015, per il rilievo che la procedura in esame “è adottabile su base squisitamente volontaria ed è finalizzata a soddisfare essenzialmente un’esigenza di economicità degli intermediari; ogni rischio connesso al minor livello di controllo che essa comporta non può che ricadere in capo all’intermediario che da tale procedura tragga vantaggio, anche se a costo di escludere alla banca emittente o alla trattaria la verifica fisica del titolo. Ciò, tuttavia, non può comportare che l’intermediario possa andare esente da responsabilità per il mancato espletamento di tale verifica. Più semplicemente, il fatto che la banca accetti di pagare il titolo “al buio” equivale a ometterne volontariamente la sua verifica materiale, con ogni connessa conseguenza in caso di titoli che presentino irregolarità cartolari che solo l’esame fisico del documentoconsentirebbe di rilevare (ovvero le irregolarità derivanti dalla falsificazione del titolo o dall’apocrifia della sottoscrizione”. In senso conforme, cfr. ABF Bologna, dec. n. 17418/18, anche per il rilievo che l’adozione della procedura in esame “non può tradursi in un aggravamento del rischio a carico dei clienti, rispetto alla procedura tradizionale, visto che il ricorso alla procedura dematerializzata avvantaggia le banche (in termini di risparmio di costi e di tempo), che dunque devono sopportarne anche il maggior rischio che ne consegue, in applicazione del noto principio cujus comoda eius incommoda”).   Per le suesposte ragioni, il Collegio accerta la responsabilità degli intermediari resistenti e reputa equo ripartirne le conseguenze dannose nella misura, rispettivamente, del 60% (intermediario A) e del 40% (intermediario B). La documentazione in atti, per contro, non consente di ravvisare profili di concorrente responsabilità del ricorrente, al quale non risultano ascrivibili condotte negligenti. Quanto alle conseguenze delle riscontrate illegittimità, deve riconoscersi il diritto del ricorrente alla restituzione dell’importo facciale dei titoli e degli interessi e delle commissioni addebitati in conto corrente dall’intermediario A, il quale, d’altronde, si è dichiarato disponibile, nell’ipotesi in cui il Collegio avesse ravvisato una sua responsabilità, a restituire al cliente gli interessi conteggiati a fronte dell’addebito degli assegni, per un importo di € 430,16.

 

 

Qui il testo integrale della decisione.

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