Il valore probatorio dell’estratto conto in una procedura fallimentare.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 27 febbraio 2020, n. 5319.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Il Giudice delegato al fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione non ammetteva al passivo della procedura il credito vantato da un Istituto di credito, derivante dai saldi debitori di un conto corrente ordinario e di un conto anticipi, “alla luce dell’inopponibilità degli estratti conto alla curatela, per cui non vi [era stata] prova di comunicazione al fallito”. Il Tribunale di Napoli Nord, con decreto, rigettava l’opposizione proposta dalla Banca, poiché questa aveva l’onere di comprovare la sussistenza del suo credito, non attraverso la produzione degli estratti conto, inopponibili alla curatela del fallimento, ma “secondo il disposto dell’art. 2697 c.c. attraverso la documentazione relativa allo svolgimento del conto”.

Da ultimo, l’Istituto proponeva ricorso per cassazione.

 

I motivi di ricorso e la decisione della Corte.

Più nello specifico, con il primo motivo di ricorso, denunciava la nullità del decreto impugnato per violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2702, 2709, 2710 e 1832 c.c. e 115 c.p.c., per aver il Tribunale ritenuto non provato il credito, nonostante il deposito degli estratti conto integrali non contestati dal correntista; il Collegio avrebbe, per contro, rilevato erroneamente la mancanza di prova del credito di cui era stata domandata l’insinuazione, ritenendo inopponibili alla procedura gli estratti conto integrali prodotti, malgrado gli stessi non fossero stati contestati né dal cliente né, tantomeno, dal curatore, e pretendendo, al contempo, la produzione della documentazione relativa allo svolgimento del conto. Con il secondo motivo, formulando una contestazione non dissimile a quella sottesa alla prima doglianza, la Banca ricorrente denunciava la nullità del decreto impugnato, poiché il Tribunale non aveva esaminato l’omessa contestazione degli estratti conto da parte del curatore fallimentare e, quindi, la valutazione di un punto decisivo del giudizio.

A giudizio della Sesta Sezione, i motivi, esaminati congiuntamente, perché diretti a far valere il valore probatorio degli estratti conto laddove prodotti in forma integrale e non contestati dal curatore, sono fondati. In tal guisa, la giurisprudenza di legittimità si è, difatti, già espressa, ritenendo che la Banca, nel caso in cui prospetti una sua ragione di credito verso il fallito, derivante da un rapporto obbligatorio regolato in conto corrente, e ne chieda l’ammissione allo stato passivo, abbia l’onere, nel giudizio di opposizione allo stato passivo, di dare piena prova del suo credito, secondo quanto puntualmente disposto dall’art. 2697 c.c., mediante la produzione della documentazione relativa allo svolgimento del conto, senza poter pretendere di opporre al curatore, stante la sua posizione di terzo, gli effetti, ex art. 1832 c.c., valevoli soltanto tra le parti del contratto, dell’approvazione anche tacita del conto da parte del correntista (poi fallito) e della sua decadenza dalle impugnazioni[1]. Siffatto principio trova fondamento nella posizione di terzietà assunta dal curatore.

Quanto sostenuto, pur tuttavia, non equivale a significare che, in ambito di insinuazione al passivo, l’estratto conto debba essere considerato, in via generalizzata, come privo di qualsivoglia valore probatorio; al contrario, il credito della Banca deve essere comprovato con l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere, che implica l’indicazione di tutte le operazioni, a partire dalla prima sino alla chiusura, essendo insufficiente il riferimento al saldo registrato alla data di chiusura del conto e alla documentazione relativa all’ultimo periodo del rapporto (dal momento che questa non consente, comunque, di verificare gli importi addebitati nei periodi precedenti, per operazioni passive e quelli relativi agli interessi, la cui iscrizione nel conto ha condotto alla determinazione della somma che costituisce la base di computo per il periodo successivo)[2].

Per assolvere a questo onere probatorio, la Banca, nell’insinuare al passivo fallimentare il credito derivante dal saldo negativo di conto corrente, ha, dunque, l’onere di rendicontare l’intera evoluzione del rapporto, tramite il deposito degli estratti conto integrali, e il curatore, eseguite le verifiche di sua competenza, ha, parallelamente, l’onere di sollevare specifiche contestazioni in relazione a determinate poste (alle quali l’Istituto ha l’ulteriore onere di integrare la documentazione o, comunque, la prova del credito). Il Giudice Delegato o, in sede di opposizione, il Tribunale, in mancanza di contestazioni del curatore, sono tenuti a prendere atto dell’evoluzione storica del rapporto, sì come rappresentata negli estratti conto (pur mantenendo il potere di rilevare d’ufficio ogni eccezione non rimessa alle sole parti, che si fondi sui fatti in tal modo acquisiti al giudizio)[3].

Ciò evidenziato, ritornando a esaminare il caso oggetto del ricorso, il Collegio conclude evidenziando che il Tribunale avrebbe dovuto valorizzare il contenuto degli estratti conto prodotti, in funzione della loro idoneità a giustificare lo sviluppo dell’intero rapporto contrattuale, fino all’apertura del concorso e alla luce del contegno processuale assunto dal curatore.


[1] V. Cass. Civ., Sez. I, 9 maggio 2001, n. 6465, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 26 gennaio 2006, n. 1543, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 20 settembre 2013, n. 21597, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 25 novembre 2010, n. 23974, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 10 maggio 2007, n.  10692, in dejure.it.

[3] V. Cass. Civ., Sez. I, 12 settembre 2018, n. 22208, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 11 marzo 2019, n. 6985, in dejure.it.

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