Obblighi informativi dell’Intermediario: prova dell’adempimento e consapevolezza della scelta dell’investitore.



Nota a Cass. Civ., Sez. I, 12 novembre 2019, n. 29242.

di Antonio Zurlo

 

Secondo l’orientamento ormai consolidato in seno alla giurisprudenza di legittimità, la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede, nello svolgimento delle trattative, assume rilievo non solo in caso di rottura ingiustificata delle trattative (e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido e inefficace), ma anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido, ma risulti pregiudizievole per la parte assoggettata all’altrui comportamento scorretto altrui. Di tal guisa, la circostanza che il contratto sia stato validamente concluso non è di per sé decisiva nel senso di escludere la responsabilità dell’altra parte, ove a quest’ultima sia imputabile, sulla base di un accertamento di fatto, l’omissione, nel corso delle trattative, di informazioni rilevanti, che avrebbero (con una ragionevole probabilità) indotto a una diversa conformazione del contenuto contrattuale[1].

In tema d’intermediazione finanziaria, la prova dell’assolvimento degli obblighi informativi, incombenti sull’Intermediario, può essere data anche mediante deposizione testimoniale del funzionario della Banca, non essendo, invero, richiesta la prova scritta[2] e non essendo il dipendente incapace a testimoniare[3].

Gli obblighi d’informazione, dal cui inadempimento consegue in via presuntiva l’accertamento del nesso di causalità del danno subito dall’investitore, impongono, peraltro, la comunicazione di tutte le notizie conoscibili in base alla necessaria diligenza professionale e l’indicazione, in modo puntuale, di tutte le specifiche ragioni idonee a rendere un’operazione inadeguata rispetto al profilo di rischio dell’investitore; in tale novero devono ritenersi ricomprese anche quelle attinenti al rischio di default dell’emittente, con conseguente mancato rimborso del capitale investito, dal momento che, in ossequio a quanto precedentemente rilevato, siffatte informazioni costituiscano reali fattori per decidere, in modo effettivamente consapevole, se porre in essere o meno l’investimento[4].

 

Qui il testo integrale della sentenza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 23 marzo 2016, n. 5762, con nota di G. Tarantino, La violazione della buona fede nelle trattative rileva anche nel caso di contratto concluso tra le parti, in Diritto & Giustizia, fasc. 15, 2016, 71; Cass. Civ., Sez. III, 8 ottobre 2008, n. 24795, in dejure.it.

[2] V. Cass. Civ., Sez. I, 9 agosto 2017, n. 19750, in dejure.it.

[3] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 24 aprile 2018, n. 10112, in dejure.it.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 18 maggio 2017, n. 12544, in dejure.it; Cass. Civ., Sez.I, 3 aprile 2017, n. 8619, in dejure.it.

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