Dichiarazione del cliente e principio di autoresponsabilità



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Nota a ACF, 20 dicembre 2017, n. 160

 di Antonio Zurlo


La dichiarazione sottoscritta dal cliente, corredata dalla specifica indicazione della ricevuta informazione relativamente all’inadeguatezza e non coerenza dell’investimento, se parametrato alle caratteristiche e alla propensione al rischio dell’investitore, in ossequio a un generale principio di autoresponsabilità[1], può ritenersi, ove non contraddetta da ulteriori e diverse risultanze, prova sufficiente dell’adempimento dell’onere informativo, posto normativamente a carico dell’intermediario.

Questo è quanto ha recentemente stabilito l’Arbitro per le Controversie Finanziarie (in seguito ACF), con la decisione n. 160, del 20 dicembre 2017.

  1. Le circostanze fattuali.

Il ricorrente rappresentava di aver sottoscritto, nel 2005, su raccomandazione dell’intermediario, delle quote di un fondo azionario, incrementando, successivamente, il suo investimento iniziale, fino a un ammontare complessivo pari a euro 20 mila.

A fine 2008 veniva notiziato del decremento del valore delle quote de quibus. L’investitore deduceva, inoltre, di aver lamentato, nei confronti dell’intermediario, sin dal luglio dello stesso anno, l’inadeguatezza delle informazioni ricevute, specie con riferimento alla pericolosità dei titoli negoziati. Nel 2015, decideva di vendere le quote ancora detenute nel portafoglio di investimento, subendo un’ulteriore perdita economica. Ciò dedotto, il ricorrente chiedeva dichiararsi la nullità del contratto, in conseguenza della comprovata violazione degli obblighi informativi da parte dell’intermediario e della natura contrattuale di questi ultimi, nonché la restituzione del capitale investito, oltre a interessi, spese e danni da perdita di chance.

L’intermediario rappresentava come l’investimento contestato fosse stato posto in essere a seguito di un’autonoma scelta del cliente – ricorrente, opportunamente informato in ordine all’inadeguatezza e non coerenza dell’operazione rispetto al profilo di investitore. A tal proposito, parte resistente evidenziava, peraltro, che, al momento della sottoscrizione, fosse stato consegnato al cliente il Prospetto informativo e il Regolamento Unico, inerenti ai fondi azionari, e l’effettivo invio, continuativo, della rendicontazione periodica circa la situazione degli strumenti finanziari custoditi, in tutto l’arco di durata del rapporto. Da ultimo, l’intermediario contestava il quantum della pretesa risarcitoria.

  1. La risoluzione in diritto.

Il Collegio, verificando, preliminarmente, tramite la documentazione allegata dall’intermediario – resistente, l’effettiva immissione nella disponibilità del cliente delle informazioni necessarie, al momento della conclusione del contratto (comprovata dalla sottoscrizione della dichiarazione, inclusa nel modulo di adesione, di ricezione e accettazione della documentazione informativa), nonché la consapevolezza, in capo allo stesso investitore, circa l’inadeguatezza e la non coerenza dell’operazione di investimento prescelta rispetto alle proprie caratteristiche e propensione al rischio (stante apposita dichiarazione sottoscritta), decide, aderendo al più recente filone giurisprudenziale[2], di sussumere all’interno della sfera giuridica del ricorrente la scelta di procedere con l’investimento, esonerando, di fatto, la resistente da responsabilità circa l’andamento negativo dell’operazione e il conseguente depauperamento patrimoniale.

Se, infatti, la dichiarazione sottoscritta dal cliente, su un modulo predisposto dall’Istituto di credito, in ordine alla propria consapevolezza della rischiosità dell’investimento consigliato e sollecitato dalla banca e della non adeguatezza dello stesso rispetto al proprio profilo di investitore, non possa costituire dichiarazione confessoria, può, pur tuttavia, ove corredata da un’indicazione, sia pure sintetica, delle caratteristiche del titolo, essere ritenuta elemento presuntivo dell’assolvimento degli obblighi informativi gravanti sull’intermediario finanziario[3]. Circostanza puntualmente accertata nel caso di cui narrativa[4] e che, consequenzialmente, ha condotto al rigetto del ricorso.

 

[1] Pare opportuno, incidentalmente, segnalare come la giurisprudenza di legittimità, in tema di riparto della responsabilità tra intermediario e cliente, abbia statuito che la regola della concorsualità, ex art. 1227, comma 1, c.c., non possa ritenersi espressione del principio di autoresponsabilità, quanto, piuttosto, un corollario di quello della causalità: il danneggiante non può, cioè, essere gravato anche da quella parte di danno che non gli sia causalmente imputabile. Così, Cass. Civ., Sez. Un., 21 novembre 2011, n. 24406, con nota di A. M. Basso, Il canale comunale straripa ed allaga il cantiere: il comune risponde per omessa manutenzione, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2011, 307.

[2] Sulla questione, pare opportune evidenziare una, ancor più recente, tendenza al paternalismo, che ha, di fatto, concorso a erodere i margini di operatività della presunzione di idoneità della dichiarazione scritta a rappresentare prova del corretto assolvimento degli oneri informativi, da parte dell’intermediario. Il riferimento è a Cass. Civ., 5 dicembre 2017, n. 29001, già commentata per questa Rivista. V. http://www.dirittodelrisparmio.it/2018/01/03/oneri-informativi-e-conferma-scritta-del-cliente-archiviata-la-presunzione-di-idoneita-a-favore-del-paternalismo-antonio-zurlo/

[3] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 9 agosto 2016, n. 16828, per cui: «la dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alle informazioni ricevute, della rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca (nella specie in obbligazioni Cirio) e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, non può – di certo costituire dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo». V. anche Cass. Civ., Sez. I, 6 marzo 2015, n. 4620. Nella fattispecie, i giudici avevano ritenuta idonea a comprovare l’avvenuto assolvimento degli obblighi d’informazione la circostanza che il cliente, in occasione dell’acquisto di bond argentini, abbia fatto riferimento alle avvertenze ricevute circa l’inadeguatezza dell’ordine, sia per la mancata quotazione del titolo sia per la sua non rispondenza alla scelta prudenziale d’investimenti operata fino ad allora, sottoscrivendo una dichiarazione dal tenore “Prendiamo atto delle indicazioni sotto riportate e tuttavia vi autorizziamo comunque ad eseguire l’operazione: titolo non quotato – operazione non allineata alla linea di investimento concordata”.

[4] Oltre alla dichiarazione corredata dalla specifica indicazione della ricevuta informazione, relativamente all’inadeguatezza e non coerenza dell’operazione, non risultava prodotto in atti alcun elemento di prova contraria, funzionale a revocare in dubbio le risultanze documentali de quibus.  

Qui il lodo: ACF, decisione n. 160_2017

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