Interessi usurari con indebitamento intra-fido ed extra-fido, commissione di massimo scoperto e usura soggettiva.



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Nota a Trib. Roma, Sez. XVII, 28 gennaio 2022, n. 1393.

di Antonio Zurlo

 

Nella specie, a fronte di un primo, originario, quesito, il Tribunale di Roma disponeva integrazione della esperita CTU contabile, in considerazione del principio di diritto, stabilito dalla giurisprudenza di legittimità[1], per cui «In tema di contratto di conto corrente bancario, qualora vengano pattuiti interessi superiori al tasso soglia con riferimento all’indebitamento extra fido e interessi inferiori a tale tasso per le somme utilizzate entro i limiti del fido, la nullità della prima pattuizione non si comunica all’altra, pur se contenute in una medesima clausola contrattuale, poiché si deve valutare la singola disposizione, sebbene non esaustiva della regolamentazione degli interessi dovuti in forza del contratto.».

In altri termini, nella consulenza originaria, il CTU aveva proceduto all’azzeramento degli interessi in tutti i trimestri nei quali era stato pattuito un tasso extra-fido superiore al tasso soglia uso, indipendentemente dal fatto che il conto avesse superato (o meno) il limite dell’affidamento; per contro, in applicazione del quesito sì come integrato dal giudice, ha proceduto ad azzerare gli interessi nei soli trimestri nei quali il tasso extra-fido aveva avuto effettiva applicazione, e tenuto fermo il tasso intra-fido rispettoso del tasso soglia in tutti i trimestri nei quali il tasso extra-fido non aveva avuto applicazione (anche se questo risultava superiore al tasso soglia).

Parte attrice contestava (riproponendo un rilievo già formulato nella CTP) la base di calcolo sulla quale erano stati parametrati gli interessi applicati, sostenendo di doversi tenere conto, decurtandolo dall’importo finanziato, del valore nominale dei titoli costituiti in pegno, a garanzia dell’affidamento del credito effettivamente erogato al correntista. A giudizio del Tribunale, la contestazione è infondata, poiché tale assunto non trova alcun riscontro nelle istruzioni della Banca d’Italia[2].

Per contro, la Banca convenuta contestava l’esclusione, nei trimestri affetti da usura, oltre che degli interessi, della commissione di istruttoria veloce; in maniera non dissimile, anche questa contestazione deve ritenersi infondata. Difatti, la medesima ratio che giustifica l’inclusione di una voce fra i costi per l’erogazione del credito (con conseguente assimilazione agli interessi), ne impone l’elisione (al pari degli interessi pattuiti) nell’ipotesi di superamento del tasso soglia, in applicazione diretta dell’art. 1815, comma 2, c.c.

Da ultimo, il giudice romano rileva come la commissione di massimo scoperto (definita come il corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto, di norma applicato allorché il saldo del cliente risulti a debito per oltre un determinato numero di giorni e calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento), pur non costituendo un interesse in senso tecnico, bensì una commissione (ovverosia, un onere posto in relazione allo “scoperto di conto corrente”), trova giustificazione quale parziale ristoro per la minore redditività che la Banca subisce, dovendo tenere a disposizione risorse liquide.

Premesso ciò, si deve ritenere, senza soluzione di continuità con l’orientamento prevalente nella giurisprudenza di merito, che l’autonomia contrattuale riconosciuta alle parti, ex art. 1322 c.c., consenta di convenire il pagamento di una simile commissione, finalizzata a remunerare un onere effettivamente gravante sulla Banca e, quindi, sia meritevole di tutela giuridica. L’art. 2, comma 2, del D. L. n. 78/2009 presuppone la legittimità in entrambe le forme, sia quella di commissione di massimo scoperto “in senso stretto”, sia di commissione di “messa a disposizione di fondi”, pur prevedendo alcune limitazioni a tutela della clientela. La giurisprudenza di legittimità, stabilendo i criteri per la valutazione dell’incidenza di detto onere per il periodo anteriore al 01.01.2010, ha riconosciuto, anche in relazione a tale periodo, la legittimità. Nel caso specifico, la commissione de qua è stata espressamente pattuita, con l’indicazione del suo importo percentuale, della sua base di calcolo (il massimo scoperto, come si desume dalla sua stessa denominazione), della sua periodicità (trimestrale, come per le altre poste passive). Non hanno, pertanto, fondamento le censure sollevate circa la legittimità e la determinabilità.

Infine, è carente di prova la contestazione relativa alla c.d. “usura soggettiva”, ai sensi dell’art. 644, comma 3, c.p., che richiede, oltre alla verifica meramente numerica, che gli interessi «avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risult[ino] comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.». Al riguardo, parte attrice ha del tutto omesso di dimostrare che l’Istituto convenuto abbia imposto tassi di interesse differenti da quelli praticati sul mercato e che abbia fatto questo in presenza di uno stato di difficoltà economico finanziaria del correntista, approfittandone, quindi, consapevolmente.

La contestazione avanzata sulle valute applicate è infondata e generica, prescindendo tanto dalle disposizioni negoziali (di cui assume apoditticamente la nullità), quanto dalla disciplina legislativa, contenuta nel prefato D.L. n. 78/2009, che non impone la generalizzata e automatica coincidenza della valuta con la data di esecuzione dell’operazione.

 

Qui la sentenza.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 15.09.2017, n. 21470.

[2] Invero, il valore nominale dei titoli non può considerarsi un costo per il cliente, restando tali titoli nel suo patrimonio, e dovendo a lui essere accreditati gli interessi e le cedole; invece andava inclusi fra i costi del credito il costo del deposito titoli presso la Banca, come il CTU correttamente ha fatto.

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