La responsabilità della banca e la ripartizione dell’onere probatorio nel servizio delle cassette di sicurezza.



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Nota a ABF, Collegio di Torino, 30 luglio 2021, n. 18140.

di Antonio Zurlo

 

Con la decisione in oggetto il Collegio arbitrale torinese evidenzia come, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1839 c.c., «nel servizio delle cassette di sicurezza, la banca risponde verso l’utente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, salvo il caso fortuito». Ciò premesso, nel caso di specie, pare evidente come non sussista alcuna ipotesi riconducibile al caso fortuito, tale da sgravare l’intermediario dalla responsabilità per la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, posto che lo spostamento dal caveau 1 al 2 sia avvenuto per autonoma scelta della banca, motivata da una propria esigenza di aprire un museo all’interno della filiale: circostanza che, ovviamente, non assume alcuna rilevanza nel rapporto contrattuale col cliente[1].

Per gli stessi motivi non rileva in alcun modo il fatto che la banca non abbia provveduto all’apertura o allo spostamento della sola cassetta dell’odierno ricorrente, bensì abbia eseguito un “trasferimento in blocco” di tutte le cassette del caveau 1, attenendo tale circostanza alle modalità discrezionali di esecuzione degli adempimenti preparatori in vista dei suddetti lavori di ristrutturazione: anche in questo frangente non si può ravvisare alcuna modifica del contenuto degli obblighi legali e contrattuali assunti nei confronti di ciascun cliente.

Del pari, non rileva il contenuto informativo della missiva, con la quale si avvertiva della possibilità di ritirare eventuali “oggetti fragili”: tale informazione non caduca gli obblighi contrattuali di custodia, soprattutto verso clienti che, del tutto legittimamente, ritengano che i beni dagli stessi custoditi non siano di per sé “fragili” e, quindi, meritevoli di essere preventivamente e prudenzialmente asportati.

Infine, non rileva la previsione contrattuale invocata dall’intermediario e prevista nella Sez. “A2 condizioni contrattuali”, oltre che all’art. 2 della sezione “B.1 pattuizioni generali”, in tema di “Valore dichiarato e risarcimento”, in cui è dato leggersi testualmente: «Il cliente è tenuto a dichiarare il massimale assicurativo adeguato a coprire il rischio della Banca per il risarcimento dei danni che dovessero eventualmente derivargli dalla sottrazione, dal danneggiamento o dalla sottrazione delle cose contenute nella cassetta. La Banca risponde verso il cliente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità esteriore della cassetta, salvo il caso fortuito. In caso di risarcimento, la Banca rimborserà il cliente del danno comprovato ed obiettivo, escluso ogni apprezzamento del valore di affezione e tenuto conto del valore dichiarato dal cliente ai fini assicurativi.». È chiaro che una simile clausola, da un lato, presenti chiari indici di nullità, risolvendosi in un patto di esclusione della responsabilità per dolo o colpa grave (in quanto tale, vietato dall’art. 1229 c.c.) e al più limitativo della responsabilità al solo caso di colpa lieve (che, pur tuttavia, nel caso di specie, certamente non ricorre)[2]. Dall’altro lato, trattandosi, nel caso di specie, di contratto tra professionista e consumatore, la clausola in questione (anche in considerazione della sua formulazione non chiara, con riferimento de relato alla determinazione del massimale assicurativo) appare vessatoria, ai sensi dell’art. 33, comma 1, cod. cons., in quanto idonea a determinare un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, oltre che per i profili di cui al comma 2, lettere b) e t), e del successivo art. 35 per i profili di non trasparenza.

Pur tuttavia, il ricorso non può essere accolto, perché carente sotto il profilo della prova concreta ed univoca del danno subito. Sul punto la giurisprudenza afferma chiaramente che l’onere della prova sia gravante sul cliente, pur potendo essere assolto mediante presunzioni; segnatamente, «in tema di contratto bancario per il servizio delle cassette di sicurezza, nell’ipotesi di sottrazione dei beni custoditi a seguito di furto, ricorrendo la responsabilità della banca, l’onere della prova del danno subito grava sull’utente, sebbene sia all’uopo ammissibile il ricorso a presunzioni semplici ed a prove testimoniali»[3]. E, ancora: «Nell’ipotesi di furto dei beni contenuti nella cassetta di sicurezza presso la banca, basta la prova presuntiva per dimostrarne il valore. Il contenuto di una cassetta di sicurezza costituisce una circostanza di fatto generalmente non divulgata, attesala prioritaria esigenza di riservatezza che caratterizza la scelta di questo servizio bancario. Ne consegue la necessità di ricorrere alle deposizioni degli stretti familiari e a non sottovalutare o ignorare, se coerenti con l’insieme dei riscontri probatori, elementi di fatto quali la denuncia penale, solo perché di provenienza unilaterale, dovendosi sempre tenere conto, nell’esame e selezione del materiale probatorio, della peculiarità di fatti da dimostrare»[4].

Nel caso di specie, è, da un lato, innegabile che esista un qualche principio di prova, anche presuntiva o indiziaria, sul fatto che i gioielli e i diamanti fossero depositati nella cassetta al momento dello spostamento della stessa dal caveau 1 al 2 (in particolare, risultano in atti le foto dei gioielli ed alcuni documenti comprovanti la loro provenienza e la loro valutazione economica e, soprattutto, risulta la denuncia ai Carabinieri, presentata non dal ricorrente, ma dalla moglie, la quale non è parte del rapporto contrattuale e quindi, alla luce di una più complessiva valutazione, potrebbe assumere una posizione “terza” rispetto a tale rapporto). Tuttavia, i limiti istruttori insiti nel procedimento davanti all’ABF, che, per natura, non può assumere prove costituende, non consentono di ritenere conclusive tali risultanze, le quali dovrebbero probabilmente essere assunte in contraddittorio dinanzi all’Autorità Giudiziaria Ordinaria, alla quale competono ben più ampi poteri in materia. Allo stato, dunque, sulla base della documentazione versata in atti, il ricorso non può essere accolto.

 

Qui la decisione.


[1] Lo stesso intermediario, peraltro, nella missiva informativa, aveva confermato espressamente che l’onere fosse posto normativamente a suo carico.

[2] Sul punto, Cass., 27 luglio 2017, n. 18637, per cui: «Nel caso di furto di gioielli e denaro custoditi in una cassetta di sicurezza, la banca non può opporre al cliente la clausola di esonero della responsabilità prevista nell’ipotesi in cui il valore dichiarato dei beni rubati sia superiore a quello contrattualmente indicato, salvo che non provi che l’inadempimento sia dipeso da colpa lieve». Si vedano anche Cass., 22 novembre 2011, n. 28314 e App. Roma, 16 giugno 2011.

[3] Cfr. Cass. 27 luglio 2017, n. 18637.

[4] Cfr. Cass. 4 giugno 2012, n. 8945.

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