Pacta sunt demonstranda: il correntista deve produrre in giudizio il contratto (del quale abbia assunto l’esistenza).



5 min read

Nota a Trib. Foggia, Sez. I, 9 marzo 2021, n. 580.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Nel caso di specie, la pretesa attorea riguardava il rapporto di conto corrente di corrispondenza, con apertura di credito, intercorso tra le parti, dal 1989 al 2005. Al fine di decidere sulle domande e sulle eccezioni delle parti e, quindi, calcolare il saldo finale del conto corrente, la base probatoria offerta dall’attore è stata determinata dai soli estratti conto, unitamente alla consulenza tecnica di ufficio (integrata in corso di causa).

Ciò premesso, il Tribunale foggiano ritiene che la domanda attorea sia infondata. Invero, è noto come parte attrice, ai sensi dell’art. 2697 c.c., abbia l’onere di comprovare i fatti costitutivi il fondamento del diritto azionato e debba, altresì, versare in atti tutta la documentazione utile a consentire di accertare correttamente l’ammontare della pretesa restitutoria, peraltro, già inviata dall’istituto di credito al correntista[1], come dallo stesso attore sostenuto in citazione.

In particolare, in tema di contratto di conto corrente bancario, il correntista ha l’onere di provare l’applicazione illegittima della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, nonché le commissioni e spese indebite indicate nell’atto di citazione, potendo il giudice accertare d’ufficio una nullità inerente al contratto sulla base della documentazione e delle risultanze istruttorie fornite dalla parte cui incombeva detto onere, ma non può esercitare d’ufficio attività istruttorie, sopperendo al mancato assolvimento dell’onere di una delle parti, in relazione ai rapporti intercorsi con la controparte.

L’art. 117 TUB prevede che i contratti siano redatti per iscritto e che un esemplare venga consegnato ai clienti; il successivo art. 119 prescrive che, nei contratti di durata, i soggetti indicati nell’art. 115, forniscano al cliente, in forma scritta o mediante altro supporto durevole (preventivamente accettato dal cliente stesso), alla scadenza del contratto e, comunque, almeno una volta all’anno, una comunicazione chiara in merito allo svolgimento del rapporto e, per i rapporti regolati in conto corrente, l’estratto conto sia inviato al cliente con periodicità annuale o, a scelta del cliente, con periodicità semestrale, trimestrale o mensile; del pari, il cliente (sì come colui che gli succeda a qualunque titolo e che subentri nell’amministrazione dei suoi beni) abbia diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni.

Nel caso di specie, non risultano depositati in atti i contratti di conto corrente e di apertura di credito relativi ai due rapporti posti a fondamento delle domande (nonostante l’esistenza degli stessi, stipulati in forma scritta, non fosse mai stato oggetto di contestazione da parte dell’attore, che aveva soltanto eccepito, erroneamente, che fosse onere della banca produrli in giudizio), circostanza che ha impedito al consulente di verificare se le condizioni applicate dalla banca corrispondessero effettivamente a quelle previste in contratto (il CTU, per poter rispondere ai quesiti somministratigli, ha dovuto espletare il mandato ipotizzando la presenza o, alternativamente, l’assenza del contratto, con conseguente carattere esplorativo dell’accertamento compiuto).

L’assenza in atti della documentazione posta a fondamento della pretesa non consente di vagliare le domande sia con riferimento all’an che al quantum, non potendosi ritenere assolto l’onere probatorio (e di allegazione) posto a carico della parte.

Nel caso in cui il correntista intenda, previa contestazione delle risultanze del saldo di conto corrente a lui sfavorevole, domandare la ripetizione dell’indebito, è tenuto a dimostrare i fatti costitutivi del diritto alla ripetizione dell’indebito, ovverosia la nullità del titolo e l’avvenuta annotazione delle poste contestate e, quindi, deve produrre quanto meno i seguenti documenti: 1) il contratto di conto corrente (per dimostrare che esso contenga la pattuizione di clausole illegittime o la mancata pattuizione per iscritto di talune condizioni poi applicate al contratto); 2) gli estratti conto integrali del rapporto di conto corrente, quale documento contenente la dettagliata indicazione dei movimenti del rapporto indispensabili alla verifica delle poste che sono state addebitate e accreditate in conto e, quindi, alla determinazione del saldo finale.

Orbene, nei rapporti di conto corrente bancario, il correntista che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito è tenuto alla prova degli avvenuti pagamenti e della mancanza di una valida “causa debendi” essendo, altresì, onerato della ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, con la conseguenza che non può essere accolta la domanda di restituzione se siano incompleti gli estratti conto attestanti le singole rimesse suscettibili di ripetizione[2].

La giurisprudenza di legittimità ha sul punto chiarito che, in caso di domanda proposta dal correntista, quest’ultimo, oltre a dovere dedurre e fornire la prova della nullità delle pattuizioni (in virtù delle quali sono stati addebitati commissioni, spese ed oneri illegittimi), debba, altresì, fornire prova di come si sia formato il saldo contestato. Ciò è possibile solo mediante la produzione di tutti gli estratti conto a far data dall’apertura del conto, fino alla chiusura e, prima ancora, del titolo (ovverosia, del contratto) in base al quale valutare le condizioni contrattuali effettivamente concordate dalle parti.

In definitiva, l’onere della prova gravante sull’attore è assolto attraverso la produzione dei contratti bancari che si contestano e degli altri documenti che rilevano nel caso specifico.

È invero assolutamente pacifico che, assunta l’esistenza del contratto scritto di conto corrente, «l’attore in ripetizione che alleghi, come nel caso in esame, la mancata valida pattuizione, in esso, dell’interesse debitore, sia onerato di dar prova dell’assenza della causa debendi attraverso la produzione in giudizio del documento contrattuale: è attraverso tale scritto, infatti, che il correntista dimostra la mancanza, nel contratto, della pattuizione degli interessi o la nullità di essa (nullità che, nel periodo anteriore all’entrata in vigore della L. n. 154 del 1992, può dipendere dalla non sicura determinabilità della prestazione di interessi alla stregua della genericità dell’elemento estrinseco cui fa rinvio l’accordo negoziale)»[3]. In tal guisa, che il titolare di un conto corrente sia onerato a fornire la prova dell’esistenza del rapporto contrattuale è stato, di recente, ribadito dalla giurisprudenza di legittimità proprio in tema di contratti bancari[4]. Nella specie il cliente, benché abbia prodotto la serie integrale degli estratti conto, non ha, contestualmente, provato il rapporto obbligatorio, costituito, nel caso in esame, da un contratto di conto corrente, la cui esistenza è pacificamente ammessa dalla parte (che ha erroneamente affermato che il relativo onere probatorio gravava sulla banca, affermazione, per quanto già visto, non in linea con l’orientamento dominante della giurisprudenza di legittimità).

 

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass. n. 9201/2015; Cass. n. 23229/2004; Cass. n. 9099/2012.

[2] Cfr. Cass. n. 30822/2018; Cass. n. 24948/2017; Cass. n. 20693/2016; Cass. n. 21597/2013; Cass. n. 2435/2020.

[3] Così, Cass. Civ., Sez. VI, 13/12/2019, n. 33009.

[4] V. Cass. n. 24181/2020.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap