Concorso colposo del danneggiato (compagnia assicuratrice) con la banca negoziatrice, ai sensi dell’art. 1227 c.c., pure nell’ipotesi di cui all’art. 43 l.a.



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Nota a App. Milano, Sez. I, 21 luglio 2020, 1929.

di Donato Giovenzana

 

La Corte territoriale rileva che la responsabilita’ della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 legge assegni, l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilita’, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione, operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far si’ che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformita’ alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso.

Il principio e’ stato sempre sostanzialmente ribadito, anche se, nel tempo, a posizioni di estremo rigore, permeate in sostanza da un canone di responsabilita’ oggettiva, si e’ andato progressivamente affiancando un – invero condivisibile e preferibile – orientamento meno rigido e possibilista circa il riconoscimento o l’esclusione di condotte colpose rilevanti, anche in questo settore.

Infatti autorevoli pronunce hanno statuito che, per andare esente da responsabilita’, la banca negoziatrice, che ha pagato l’assegno non trasferibile a persona diversa dal suo prenditore, e’ ammessa a provare che “l’inadempimento non le e’ imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza dovuta, che e’ quella nascente, ai sensi del 2° comma dell’art. 1176 c.c., dalla sua qualita’ di operatore professionale, tenuto a rispondere del danno anche in ipotesi di colpa lieve” (cfr SU n. 12477/201).

Il caso in esame si caratterizza per il fatto che, nonostante il nome del beneficiario degli assegni non trasferibili fosse chiaramente indicato nella ….. Assicurazioni e la stessa girata riportasse il nominativo della societa’ prenditrice, l’incasso dei titoli e’ avvenuto sul conto corrente intestato a un soggetto diverso.

L’aver consentito l’incasso dei titoli non trasferibili a soggetto non legittimato cartolarmente integra, all’evidenza, una violazione del dettato dell’art. 43 l.a., imputabile alla banca negoziatrice, che risulta inadempiente anche agli artt. 1176 e 1218 c.c., non avendo agito con la diligenza esigibile dall’accorto banchiere, quale operatore professionale. L’istituto di credito, infatti, ha pagato al proprio cliente assegni intestati a un altro soggetto, pur essendo di cio’ consapevole, e cio’ ha fatto perche’ si e’ accontentata della qualifica di …. come ‘agente’ di …. Assicurazioni, senza approfondire in alcun modo, ne’ adoperarsi per verificare l’effettiva esistenza di poteri rappresentativi in capo al medesimo.

Poteri in nessun modo contemplati nelle lettere di nomina ad agente (ben conosciute dai funzionari della Banca) e nelle condizioni generali di capitolato allegate a quest’ultima, ove si prevedeva espressamente che l’incarico era conferito “senza procura e pertanto l’Agente non ha potere di rappresentanza dell’Impresa”.

Di qui l’indubbia responsabilita’ della Banca per violazione dell’art. 43 l.a.

Nel caso in esame, tuttavia,  la Corte ritiene applicabile anche il disposto dell’art. 1227, comma 1, c.c., non apparendo ragionevole sostenere che …. Assicurazioni possa andare indenne da responsabilita’ per quanto accaduto.

Dalla documentazione contabile prodotta dalle parti emerge infatti che nel corso del rapporto di agenzia intrattenuto dalla compagnia assicuratrice col suo agente, questi ha negoziato per conto della stessa, almeno dal 2004, un numero davvero considerevole di assegni non trasferibili, di importi anche elevati, relativi a polizze, proposte o rinnovate, senza che nessuna contestazione venisse mai sollevata dalla compagnia assicurativa all’agente in ordine a tale modus operandi.

Vero e’ che l’agente era autorizzato a incassare, per conto della Compagnia, a copertura delle polizze e del loro rinnovo, premi in denaro contante o assegni o bonifici intestati allo stesso agente. Ma, non potendo agire anche in nome dell’Assicurazione, che non gli aveva conferito i relativi poteri, l’agente non avrebbe potuto legittimamente incassare anche gli assegni non trasferibili che i clienti avevano inteso rilasciargli, ma li avrebbe dovuti trasmettere alla Compagnia, secondo le istruzioni di quest’ultima.

La compagnia assicuratrice, in base al mandato di agenzia e al relativo capitolato, aveva infatti il diritto/dovere di effettuare “in qualsiasi momento”, tramite proprio personale incaricato, presso la sede dell’agenzia e anche in assenza dell’agente, “verifiche contabili, tecniche, amministrative e/o gestionali” e l’agente aveva il dovere di sottoporvisi, fornendo l’assistenza richiesta e mettendo a disposizione “tutti i documenti, i supporti e le apparecchiature informatiche, i dati e le informazioni necessarie”. Controlli che quindi potevano e dovevano interessare tutta la documentazione agenziale e cosi’ numero e valore delle polizze, premi riscossi e modalita’ della loro riscossione, nonche’ tempi usuali di trasferimento alla Compagnia.

Se dunque l’ operato dell’agente, quantomeno da un certo periodo di tempo in poi, non e’ stato fatto oggetto di adeguati controlli e non ha destato sospetti – perche’ per diversi anni l’agente non ha mancato di rimettere il dovuto alla Compagnia –, cio’ significa che le illecite appropriazioni compiute dallo stesso, da un certo momento in poi, sono state rese possibili anche dalla mancanza di quei controlli che la Compagnia, se si fosse comportata con la necessaria diligenza, avrebbe dovuto eseguire con regolarita’.

In altri termini, nella fattispecie, secondo la Corte, deve essere valutata non soltanto la condotta della Banca negoziatrice, ma anche quella, palesemente superficiale e negligente, dell’Assicurazione, che per anni non ha verificato la contabilita’ dell’ agenzia, gli incassi, i titoli negoziati, cosi’ inducendo la Banca a ritenere che essa sapesse e accettasse – o comunque fosse nelle condizioni di sapere, operando con la necessaria diligenza – che l’agente li negoziava versandoli su un conto non intestato alla compagnia stessa.

Ne’ puo’ fondatamente sostenersi, per la Corte, che nulla sarebbe cambiato anche se i clienti avessero pagato in contanti o con assegni o bonifici intestati all’agenzia, dal momento che, anche in tal caso, l’agente avrebbe comunque incassato le relative somme sul conto proprio o dell’agenzia e poi se ne sarebbe ancora piu’ facilmente appropriato.

Al riguardo e’ evidente che in tal caso alla Banca non sarebbe stata imputata alcuna responsabilita’, non avendo favorito in alcun modo l’appropriazione. Ma una tale ovvia conclusione non esclude, anzi, se mai conferma, il nesso causale esistente fra la condotta della Banca e il danno verificatosi.

In conclusione, proprio a motivo di tali circostanze e complessive considerazioni, che evidenziano l’efficacia causale concorrente della condotta di entrambi i soggetti coinvolti nella vicenda, sia la compagnia assicuratrice che la Banca devono ritenersi corresponsabili.

Invero autorevole, recente giurisprudenza della Suprema Corte riconosce la possibilita’ che il danno possa essere, in concreto, imputabile anche al concorso colposo del danneggiato, ai sensi dell’art. 1227 cc, pure nell’ipotesi di cui all’art. 43 l.a. (cfr S.U. n. 12477/2018 ; Cass., ord. n. 6979/2019 e S.U. n. 9769/2020).

E’ apparso quindi congruo alla Corte imputare in egual misura alla Compagnia assicurativa (appunto, per gli omessi doverosi controlli sulle azioni reiterate e sistematiche del proprio agente) e alla Banca negoziatrice (per aver consentito l’incasso del titolo non trasferibile a soggetto diverso dal legittimato, per di piu’ senza alcuna procura) la responsabilita’ per colpa nella causazione del danno riveniente dal pagamento a soggetto diverso dal beneficiario.

 

Qui la pronuncia.

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